È il 1958 quando Jasujiro Ozu abbandona il bianco e nero e realizza Fiori d’Equinozio, il suo primo film a colori. L’interesse generale verso l’autore e la riscoperta moderna dei suoi capolavori la dobbiamo a Tucker Film che nel 2023, a sessant’anni dalla sua scomparsa, ha iniziato a riportare nelle sale le opere più significative del regista giapponese. Oggi, Fiori d’Equinozio è disponibile liberamente alla visione streaming grazie a Raiplay.

Trame e temi
Il signor Hirayama (Shin Saburi) è un attempato dirigente d’azienda; vive con la moglie e due figlie. È circondato e rassicurato dalla famiglia, dall’ambiente di lavoro e dal giro dei vecchi amici. Sente di avere il controllo generale, ma quando un ragazzo si presenta nel suo ufficio chiedendo di sposare la figlia maggiore, il suo universo va in crisi. L’equilibrio che aveva intorno a sé si incrina. Com’è possibile che la figlia non abbia aspettato il matrimonio combinato che le stava preparando? E come si può arrivare alle soglie di un matrimonio senza che fosse trapelato niente? Il signor Hirayama rifiuta questo stato delle cose, diventa rigido e severo, ma l’opera femminile della moglie e delle amiche della figlia lo porteranno a mettere in discussione le sue convinzioni.
Realismo borghese da boom economico. Siamo negli anni Cinquanta, in Giappone, come e forse più che in Europa. La ricostruzione di un nuovo mondo dopo i traumi della seconda guerra mondiale corre velocissima. E, parallela alla rivoluzione industriale, corre una rivoluzione dei costumi e della mentalità, per cui l’austera società nipponica post feudale del primo Novecento è destinata a lasciare il posto al nuovo Occidente che avanza.
I grandi eventi restano comunque sullo sfondo. Fiori d’Equinozio rimane focalizzato sulla vita quotidiana dei personaggi, sulle relazioni famigliari, sulle amicizie e sulle piccole difficoltà. Non c’è politica e nemmeno conflitto sociale. Solo attenta osservazione.
Interni, esterni e treni
In film inizia in stazione e si conclude con un treno che corre. Stazioni e treni sono due elementi ricorrente nella poetica di Ozu. Sono i simboli del movimento del paese; sono metafore dell’evoluzione dei sentimenti dei personaggi e del loro passaggio a nuove fasi della vita e, di riflesso, sono i simboli del concetto di impermanenza tanto caro alle filosofie orientali: Il Gusto del Sakè (1962), Tarda Primavera (1949) e Viaggio a Tokyo (1953) ne sono altri esempi illuminanti.
In stazione, due assistenti ai binari stanno seduti su una panchina durante una pausa dal lavoro e aprono il film discorrendo del tempo:
«La pioggia di aprile porta i fiori di maggio»
e così sarà nel film. Le burrasche sentimentali e i pregiudizi della tradizione sono destinati a risolversi e a dare luce a una nuova stagione di fiori. È l’equinozio di primavera. Nel finale, il treno che corre è quello su cui il signor Hirayama viaggia per raggiungere la figlia e finalmente benedire il suo matrimonio.
Dentro la cornice del mondo ferroviario, Fiori d’Equinozio si divide in due macro-ambienti. Le case private da una parte; gli uffici, i bar e ristoranti dall’altra. Privato e pubblico. Le case sono nella perfetta tradizione giapponese: orizzontali, aperte in prospettiva con finestre e porte interne, ricche di legno, estremamente formali negli arredi e vissute con abiti tradizionali. Le aziende e i bar ormai invece sono occidentali: corridoi, cemento, scrivanie di lavoro miste, spazi promiscui in cui non si viene annunciati ma ci si incrocia casualmente con meno attenzione al rispetto della forma, abiti moderni e insegne al neon.
Due ambienti diversi e complementari, due facce della stessa medaglia. Nel 2023 Wim Wenders, quando realizza Perfect Days, rende omaggio al suo maestro Ozu proprio su questo elemento. Il film di Wenders infatti si costruisce sui bagni di strada, ovvero il luogo pubblico più privato che possa esistere. E il protagonista del suo film, citazione nell’omaggio, si chiama proprio Hirayama.
Le donne e la tradizione
Il protagonista del film è sì il signor Hirayama, ma sono le donne che lo circondano a condurre la storia.
Prima di tutte, la figlia maggiore (Fujiko Yamamoto) che vive e decide per sé il proprio futuro. É consapevole del dolore che provoca ma si sente rassicurata dall’evoluzione della società. La madre (Kinuyo Tanaka), a prima vista remissiva e silenziosa, lascia al marito il tempo di maturare. Gli ricorda che anche il loro amore era iniziato nelle difficoltà dei bombardamenti prima di sbocciare; non lo contraddice, ma non lo asseconda, e alla fine lo guida alla consapevolezza. La proprietaria del bar e la ragazza scappata di casa interagiscono con Hirayama senza riverenze, facendo cadere le gerarchie sociali e famigliare del vecchio Giappone. L’amica della figlia infine ordisce con civetteria la trama che porterà il signor Hirayama ad ammettere che la sua rigidità è ormai infondata. In Fiori d’Equinozio l’emancipazione femminile diventa dunque l’aspetto più evidente della rivoluzione culturale del dopoguerra. Tutto sempre in punta di piedi.
Ozu infatti racconta senza dichiarazioni. Delle grandi vicende che circondano i personaggi, il regista infatti ci trasmette con essenzialità l’eco e i rumori di fondo. Non viene per esempio mostrato né il contestato matrimonio né la festa che ne consegue. Non si vedono mai gli sposi insieme in una scena intima. Dello sposo abbiamo solo una fugace apparizione quando chiede al padre il permesso di sposare la ragazza. Il grande amore dei giovani poi è riferito da terzi; loro insieme appaiono solo in piccole sequenze. E infine le reazioni agli intrighi dell’amica della figlia vengono raccontate per telefono o in momenti separati. Non sono i fatti, dunque, ma è la narrazione che conta.

Punti di vista
Non c’è in Ozu una condanna esplicita della modernità e nessuna manifesta nostalgia del passato. Il cambiamento è osservato e decritto con rispetto. Il signor Hirayama alla fine non è un personaggio negativo. Il regista è consapevole che la forma mentale di una generazione non può procedere alla stessa velocità dei cambiamenti economici. La sua grandezza rispetto ai colleghi europei che, più o meno negli stessi anni, hanno messo in scena cambiamenti socioculturali simili, sta in questa personalissima posizione partecipata e rispettosa. Forse la profondità della filosofia Zen, dove la centralità dell’ego cede il posto alla corretta osservazione del qui e dell’ora, è la cifra stilistica dell’autore.
Questa posizione si traduce qui, come in tutta la filmografia del regista, nel famoso “piano tatami”. La macchina da presa si pone in una posizione medio bassa, quasi a terra, rispetto alle scene. I personaggi, spesso seduti, e gli ambienti preferibilmente orizzontali stanno plasticamente disposti a media distanza dall’occhio della camera. Non ci si sofferma su primi piani ossessivi e non si spazia in sequenze paesaggistiche. La distanza è media e il punto di vista è umile.
Ogni inquadratura di Fiori d’Equinozio, specie quelle domestiche, si presenta così come un piccolo quadro teatrale: scena centrale, quinte laterali e geometriche, sfondi lontani che introducono le novità o portano via chi esce dalla scena. Emblematica è l’inquadratura in cui si consuma la rottura tra padre e figlia, con quest’ultima che entra nella scena con un pretesto passando dalla porta più lontana, arriva in primo piano dove interagisce con il padre e poi se ne va sconfitta da dove era venuta riperdendosi nelle quinte.
Il più giapponese dei registi giapponesi
Ozu attraverso il suo cinema traghetta con rispetto il Giappone della tradizione, dei samurai e dei cerimoniali nel nuovo Giappone industriale e occidentalizzato. Fiori d’Equinozio è un dramma famigliare. La storia sta a metà tra il melò e la commedia. Il signor Hirayama, che credeva di sentirsi a suo agio nel cambiamento e consigliava addirittura gli amici nella conduzione della famiglia, non viene ridicolizzato dal regista anche se certe sue esternazioni fanno sorridere. Abbas Kiarostami definì l’opera di Ozu un “cinema gentile capace di narrare con delicatezza e ironia storie di vita famigliare”. Profonda comprensione delle cose umane, abile capacità di rappresentare questioni complesse con tratti essenziali. Jasujiro Ozu è stato il più giapponese dei grandi registi giapponesi che abbiamo conosciuto.