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Cactus International Children's and Youth Film Festival

Intervista a Enrico Gamba e Gianni D’Arienzo: il cinema sui social

In occasione del Cactus Industry Forum, abbiamo intervistato Enrico Gamba (aka 151eg) e Gianni D’Arienzo (aka Gianni Dari) sul loro lavoro di divulgazione cinematografica sui social, tra opportunità e nuovi contesti di fruizione.

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Durante l'edizione 2026 del Cactus Industry Forum di Aosta, Taxi Drivers ha intervistato il direttore del festival Alessandro Stevanon

Cactus Industry Forum è lo spazio del Cactus Film Festival dedicato all’incontro tra professionisti, formatori e giovani interessati a lavorare nel mondo del cinema e dei media.

Uno dei workshop proposti è Scroll, Like, Share: quando la passione diventa professione, in collaborazione con VDA Orienta – il salone dell’orientamento in Valle d’Aosta. L’evento vede la partecipazione di registi, content creator e narratori della settima arte in un dialogo sulle nuove opportunità del cinema e sui nuovi contesti di fruizione forniti dalle piattaforme digitali.

Abbiamo intervistato due degli ospiti del workshop: Gianni D’Arienzo aka Gianni Dari ed Enrico Gamba aka 151eg, che utilizzano le loro piattaforme social per guidare lo spettatore alla scoperta delle opere filmiche e all’approfondimento della storia del cinema.

Cinema e media: possibilità e percorsi

Come sono cambiate le vostre competenze dall’inizio del vostro percorso ad oggi con le piattaforme digitali?

Gianni D’Arienzo: Io vengo da una formazione molto classica. Da piccolo mi sono appassionato al cinema e poi l’ho iniziato a studiare all’università. Non mi avevano proprio preparato a questo mondo. Sicuramente è un mondo in continuo divenire: una cosa molto bella per certi versi, ma anche molto spaventosa per altri. Le due virtù essenziali che ho appreso sono la costanza e la pazienza. La pazienza perché in un mondo dove tutto può arrivare subito bisogna anche saper aspettare. Poi la costanza: ho promesso a me stesso di pubblicare almeno tre contenuti a settimana. Questo mi ha portato, dopo un anno di continua pubblicazione, a ottenere un minimo di successo e di crescita. 

Enrico Gamba: Non saprei rispondere. Il giorno in cui ho aperto il canale era anche il giorno stesso in cui per la primissima volta ho visto i nomi “Google” e “Youtube”. Sarebbe più corretto parlare del mio passaggio da “non sapere nulla” a “sapere” a “sapere di non sapere”.

Come è cambiato il vostro ruolo di divulgatori di cinema con l’avvento dei media e il vostro modo di essere spettatori?

G.D’A.: Mi ha avvicinato molto al pubblico. Quando studiavo all’università avevo un’unica visione del cinema, molto autoriale e particolare. Studiavo le sequenze, le inquadrature, il tipo di scrittura – cose che per uno spettatore casuale sono più difficoltose. Riuscire a parlare alle persone in maniera semplice è, a mio avviso, la chiave essenziale sui social. Si può filosofeggiare su concetti complessi, ma è per un pubblico molto di nicchia. Invece, è fondamentale divulgare l’arte del cinema nella maniera più semplice possibile. Questa mia elucubrazione deriva anche dal fatto che mio padre, professore di italiano, storia e geografia, per circa cinque anni ha accettato una cattedra in un istituto alberghiero. Lì ha incontrato studenti poco interessati alle materie umanistiche, più attratti da argomenti pratici. Mi disse che è facile parlare con persone che vogliono ascoltare concetti complessi: la vera difficoltà è raccontare in modo semplice quegli stessi concetti complessi. Il mio approccio, quindi, è diventato meno dotto e più “alla mano”, più accessibile a tutti. Sono più un amico che un critico cinematografico.

E.G.: Ho iniziato proprio perché sono nati questi media. All’inizio il mio lavoro non esisteva affatto. C’erano solo luoghi iper specializzati e chiusi o luoghi in cui ricevere un’infarinatura molto sommaria. Grazie ai media posso essere una via di mezzo e introdurre il pubblico generalista a informazioni che prima erano quasi introvabili. Nel corso degli anni il cambiamento più grande è stato che all’inizio chi mi trovava mi aveva cercato e scelto, ora invece posso capitare a chiunque. L’intero contenuto va pensato in modo diverso.

Il dialogo cinematografico col pubblico attraverso i social

Come vi approcciate al processo di realizzazione dei vostri contenuti e che tipo di dialogo cercate di instaurare con chi fruisce dei vostri video?

G.D’A.: Ho iniziato a creare contenuti non tanto per avere successo, ma perché mi mancavano i miei amici. Io vengo da Monte San Giacomo, un paesino nella provincia di Salerno. Lì ho un gruppo di amici molto stretto, composto da 12 persone, che considero come una famiglia. Io ero sempre la persona che guardava più film di tutti. Nelle serate che passavamo a guardare film, i miei amici mi chiedevano continuamente che film potessero vedere. Dopo la pandemia, quando siamo tornati alla vita normale, hanno continuato a chiedermi a distanza consigli sui film. Ho pensato di consigliarli su internet, perché vedo un sacco di film e mi piace farlo. Immagino di parlare con ognuno di loro davanti alla telecamera.

E.G.: Tengo molto a questo: prendo come punto di riferimento i miei genitori. Nella mia famiglia non c’è mai stato uno “studioso”, mia madre non aveva mai finito nemmeno le medie (e dal punto di vista della mia famiglia già così era una lunga carriera scolastica). Il fatto è che nonostante sapessero leggere e scrivere in modo limitato, erano del tutto capaci di comprendere. Ricordo quando tornavo a casa da scuola e raccontavo a mio padre quello che avevo imparato sull’astronomia: a lui gli astri interessavano, solo che nessuno lo aveva mai aiutato a capirli. I libri astronomia davano per scontate informazioni, usavano troppi paroloni e frasi articolate. Lui aveva poca pazienza per queste cose e quindi un libro in mano non lo teneva mai. Si innervosiva. Quando faccio un video penso a lui: devo rendere tutto comprensibile da qualcuno che non ne sa niente. Chi mi ascolta però non deve solo capire, ma anche tenere a ciò che dico, quindi tengo sempre a creare un legame emotivo.

Secondo voi quali sono le competenze che una persona che vuole parlare di cinema oggi dovrebbe avere?

G.D’A.: Prima di tutto, una minima infarinatura sulle tecniche cinematografiche. Secondo me, il cinema è per il 30% soggettivo, ma per il 70% è pura oggettività. Il cinema è arte, ma è anche grande tecnica. Alcuni film possono non piacere per gusto personale, ma è impossibile non riconoscerne gli aspetti tecnici. 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick non è un film “iper‑pop” ma, studiandone la tecnica, ne capisco l’importanza storica. Avatar è un altro caso: a me non piace, ma ne riconosco l’enorme avanzamento tecnologico. Quindi la prima cosa importante è la distinzione tra soggettività e oggettività, perché comunque nel cinema convivono arte e industria. Un’altra competenza fondamentale è la scrittura. Consiglio sempre di leggere Save the Cat! di Blake Snyder, che stimola la voglia di scrivere sceneggiature.

E.G.: Dipende da come se ne vuole parlare. Ovviamente c’è tantissimo da studiare, ma nell’arte dare la propria opinione è sempre un bene. il cinema non è mica fatto solo per chi ne è appassionato o lo studia. Chiunque sia spettatore è anche critico.

Criteri di selezione ed evoluzioni tecniche

Una domanda per Gianni. Quali sono i criteri con cui selezioni i film o le serie da consigliare agli spettatori?

G.D’A.: Il criterio è legato principalmente alle emozioni che mi scaturisce, prima che alla tecnica. La prima cosa che mi colpisce è il ragionamento dietro il film. Amo la componente filosofica, anche in opere semplici. Un esempio recente: Here di Robert Zemeckis. È un film concettualmente semplice, ma è girato in un’unica inquadratura che racconta la vita di diversi personaggi nello stesso luogo. Alla fine del film ho riflettuto sul concetto di tempo, come lo scorrere del tempo influisca sulle persone ma meno sui luoghi. Quindi, ciò che mi spinge a consigliare un film è l’emozione e il ragionamento che c’è dietro, capaci di innescare un meccanismo nella mente dello spettatore. 

In dialogo con Enrico Gamba (151eg) e Gianni D’Arienzo (Gianni Dari) in occasione del Cactus Industry Forum.

Gianni D’Arienzo (Gianni Dari)

Una domanda per Enrico. Lungo il tuo percorso sui social come hai visto cambiare l’animazione, per tecniche e tematiche?

E.G.: Per assurdo si è tornati indietro. Dal 2011 al 2026 è stato fatto un bellissimo lavoro di sottrazione: si è progressivamente smesso di inseguire il realismo e si usano sempre più spesso delle tecniche vecchie e meno pulite. Oggi ci piace la metericità, il tocco umano.

In dialogo con Enrico Gamba (151eg) e Gianni D’Arienzo (Gianni Dari) in occasione del Cactus Industry Forum.

Enrico Gamba (151eg)

Contenuti tra viralità, divulgazione e contesti mediali

Con la velocità richiesta nella produzione attuale di contenuti, come bilanciate la necessità di creare contenuti “virali” con il desiderio di fare divulgazione e approfondimenti di qualità?

G.D’A.: Molte persone inseguono il trend, e il trend sicuramente aiuta. Personalmente, sono molto organizzato e non posso registrare e montare ogni giorno, quindi ho stipulato con me stesso un patto: creare un format il più versatile possibile. Il mio obiettivo è dimostrare che sulle piattaforme di streaming ci sono film di qualità spesso non visti. In un certo senso, il mio approccio è “anti-virale” rispetto al modello classico dei creator, ma è l’unico modo che avevo per mantenere i miei impegni lavorativi e continuare a fare divulgazione sui social.

E.G.: Secondo me non ci riesco e basta. Ogni tanto mi dedico a qualche video impegnativissimo che già so che andrà male, ma io ai miei desideri non voglio dire di no. I compromessi non sempre sono possibili.

Quali sono le sfide più grandi quando vi approcciate a nuovi progetti?

G.D’A.: La sfida più grande è non rimanerci male. La libertà di creare sui social è fantastica, ma non è sempre detto che porti benefici concreti. Recentemente ho creato un format con un foley artist chiamato Suona come un film. Domenica ho pubblicato un nuovo contenuto che ha ottenuto 10.000 visualizzazioni, mentre gli altri solitamente raggiungono tra le 50.000 e le 100.000 visualizzazioni. È stato deludente perché secondo me era un contenuto valido. Questo non significa che debba smettere; al contrario, devo continuare nonostante la delusione. Un’altra sfida è riuscire a portare sempre contenuti di qualità. Molti creano attraverso il cellulare, ma io, per passione, ho acquistato una fotocamera professionale e registro in un formato che mi permette di fare color correction in post‑produzione. Voglio che la fotografia, elemento centrale del cinema, sia valorizzata.

E.G.: Accettare di pubblicarli. Nessuno pubblica un video “quando è perfetto” o “quando sai tutto”. Un nuovo progetto è sempre qualcosa di nuovo e quindi su cui si può imparare per anni e anni. Dopo aver pubblicato un video ho sempre pentimenti e rimorsi, ma a un certo punto devi accettare che è arrivato il momento di pubblicarlo e basta. Non sarà mai perfetto in tempo.

Il futuro della fruizione cinematografica

Qual é la vostra opinione sul futuro dell’esperienza cinematografica in rapporto ai nuovi contesti di fruizione?

G.D’A.: È una questione su cui tutti ci stiamo interrogando, soprattutto dopo l’acquisizione di Warner Bros da parte di Netflix. Non sono contrario alle piattaforme digitali: rappresentano una grande opportunità per gli utenti per appassionarsi al cinema. Da bambino dovevo attendere la programmazione televisiva o andare in videoteca, ora con un costo irrisorio si ha accesso a un catalogo molto ampio, compresi i grandi classici. Ricordo quando ho visto 2001Odissea nello spazio di Kubrick per la prima volta: ho dovuto noleggiare il DVD. Oggi è facile trovarlo online, così come film nuovi. Di recente ho visto Weird – La storia di Al Yankovic, un film comico non distribuito in Italia ma disponibile su piattaforme di streaming. Le piattaforme di streaming continueranno a far parte della nostra vita perché sono comode, ma la sala cinematografica ne risentirà sempre di più. Per incentivare la frequentazione delle sale, occorre motivare gli spettatori. Sarebbe utile che lo Stato incentivasse il pubblico, soprattutto i giovani, anche riducendo il prezzo del biglietto.

E.G.: Non ne ho idea. Nulla in contrario a guardare un film sul cellulare, ma ho paura che la gente si dimentichi il motivo per cui esiste la sala cinematografica.