Approfodimenti
Andrea Arnold, le luci e le ombre della vita in pellicola
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12 ore agoon
Addentriamoci in una delle figure più centrali e intriganti del cinema realista degli ultimi vent’anni: Andrea Arnold.
Biografia
Andrea Arnold nasce il 5 aprile 1961 a Dartford, nel Kent (Inghilterra). Negli anni Ottanta recita negli oltre ottanta episodi del programma per bambini N0.73, nel ruolo di Dawn Lodge. Per il suo debutto alla regia dobbiamo fare un salto in avanti fino al 1998, con il cortometraggio Milk. Solo cinque anni dopo si aggiudica il premio Oscar per Miglior cortometraggio con Wasp. Ma sarà al festival di Cannes che riscontrerà un apprezzamento duraturo negli anni. Qui infatti vince in tre occasioni il Premio della giuria: Red Road nel 2006, l’esordio al lungometraggio di Arnold, Fish Tank nel 2009 e American Honey nel 2016, in questa occasione vince anche il premio ecumenico. Tra i suoi lavori spicca una nuova versione di Wuthering Heights, tratto dal romanzo di Emily Bronte.
Un’introduzione al mondo di Andrea Arnold
La scrittrice e regista inglese riesce, in tutti i film diretti, a mostrare allo spettatore dei personaggi inquieti, animati da desiderio e immaginazione. Tuttavia, la capacità immaginifica di tali soggetti è spesso limitata, confinata a contesti stretti, ingabbiata da camere da letto anguste e soffocanti.
Un esempio di ciò lo si ritrova ascoltando le due sorelle di Fish Tank, il film di Arnold vincitore del premio Cannes. Le due ragazze fantasticano in quale animale si vorrebbero reincarnare, bloccandosi però prima di arrivare agli uccelli. Pur rimanendo nell’immaginazione, la fantasia viene intrappolata e incatenata a terra, come se fosse incapace di volare.
Arnold condivide con i suoi personaggi un’infanzia caratterizzata da mezzi limitati. Punteggiata dalla curiosità di cercare di prosperare nonostante l’austerità. La lotta e una scintillante determinazione sono i tratti distintivi dei film di Arnold.
La sua opera più recente, Bird, è solo l’ultima di una serie di film che scardinano la durezza del vecchio realismo sociale. Arnold propone un cinema diverso e poetico, fedele alle speranze e alle delusioni degli inglesi contemporanei e in un’occasione, anche degli americani. Laddove le condizioni socioeconomiche lasciano le persone incolte, Arnold trova ostinati semi di vita.
La coerenza tra ambientazione e personaggi
Arnold è cresciuta in un quartiere popolare nell’estuario del Tamigi, una zona a sud-est dell’Inghilterra. Quando ancora bambina non immaginava che quei luoghi, in cui lei si perdeva, avrebbero poi fatto parte dell’ambientazione in cui avrebbe girato i suoi film. Siti deindustrializzati ricoperti da una vegetazione rada, paludi umide, salmastre e brulicanti di fauna selvatica. Questo tipo di paesaggi sono spesso presenti nei suoi film. Anche quando si spinge più lontano, più nel cuore del Kent per Cow, o fino alle brughiere dello Yorkshire per un adattamento miratamente burrascoso e terroso di Cime tempestose, nel quale il fango satura l’immagine.
Quando Arnold iniziò a girare film, il governo del New Labour non si riferiva all’estuario del Tamigi come luogo naturale bensì al Thames Gateway. Un termine che indicava progetto dedito alla rigenerazione urbana piuttosto che alla salvaguardia dell’ambiente locale. Tuttavia, ciò che era iniziato come un’ambizione si è trasformato in stagnazione con l’avvento degli anni 2000. I film di Arnold ambientati in quel periodo affrontano le difficoltà derivanti dalla minaccia alla natura, dagli alloggi costruiti a basso costo e dalla crescente disoccupazione.
Non è sempre facile vivere, i personaggi di Arnold lo sanno fin troppo bene. Durante la visione le immagini proposta allo spettatore sono quasi ingannevoli. Le dinamiche familiari stereotipate si sgretolano e la distinzione tra chi interpreta il genitore e chi il figlio, diviene sempre più sottile e oscura. La vicinanza delle due figure va a creare un senso di intimità contorto e difficile da sviscerare. Amore e odio, protezione e danno, nozioni per noi scontate e ben delineate, diventano un unico grumo indistinguibile.
L’osservazione e gli sguardi come fondamento del cinema di Arnold
Arnold ci immerge in tutto questo. Grazie al suo direttore della fotografia, Robbie Ryan, rimane estremamente vicina ai suoi personaggi. Si muove per lo più con loro, raramente prima di loro e li inquadra nell’architettura stanca dell’impoverimento moderno in cui sono immersi. Arnold sceglie il quattro-terzi come formato per le sue opere, poiché a detta sua è:
“il formato perfetto per una persona”
Nelle interviste, Arnold si descrive come “un’osservatrice”. Rivela che ispirazione più frequentemente sui mezzi pubblici che nella storia del cinema. Scruta le persone e inizia a immaginare per loro intere storie di vita: i loro piaceri segreti, ma anche le loro difficoltà. Non a caso lo stesso cinema di Arnold è pieno di osservatori: osservatori attenti e vicini, che come lei, notano ciò che gli altri non notano.
In Milk, cortometraggio d’esordio della regista inglese, e in Red Road, film ambientato a Glasgow, le donne si interessano alle molteplici e svariate vite degli sconosciuti. Sbalzate fuori dalla normalità, prestano attenzione laddove prima potevano essere stati indifferenti: prima preoccupandosi di una bruciatura sul braccio di un altro fumatore, poi assorte in una danza di una donna delle pulizie, mentre lei lavora nel turno di notte. Oppure notando una goffa manciata di cosmetici, passata dal padre alla figlia separata nel tentativo di stabilire un contatto.
Arnold e Ryan non nascondono tali frammenti all’inizio degli archi narrativi o in una forma di inquadratura che serve solo come riempitivo. Al contrario, questi dettagli vengono continuamenti presi in considerazione come un punto di principio, andando infine a formare la trama della vita.
Guardare Jackie in Red Road è un intricato groviglio di emozioni. Mentre sorveglia, i suoi atti di sorveglianza comprendono sguardi protettivi, indagatori e sospettosi, ma una vendetta personale presto offusca quella visione. Perché nonostante la distanza e il dovere lavorativo, è un’umana e quindi, fallace. Proprio come Bailey è insoddisfatto delle forme convenzionali di giustizia in Bird, lo stesso vale per Jackie.
Di solito, i personaggi, o in questo caso le persone, di Arnold osservano spesso da lontano. A volte può essere una distanza mediata dagli schermi di una telecamera a circuito chiuso, di una videocamera o di un iPhone. In Red Road, Jackie varca questa soglia quando lascia il posto di lavoro per intromettersi silenziosamente in una festa in appartamento. Continuando a sorvegliare, si sposta dalla cucina scarsamente illuminata al corridoio in ombra, più vicina alla musica. Lei si tira indietro, osservando, quando uno sguardo carnale sconvolge completamente la dinamica asimmetrica del suo sicuro e confortevole sguardo unidirezionale. Qui la lussuria ribolle di correnti sotterranee di violenza passata e di un desiderio ardente di vendetta. Anche l’atto di guardare, come tanti altre concetti nel cinema di Arnold, brucia di contraddizioni vitali.
Arnold ha fatto riferimento in alcune interviste a una frase di Robert Bresson che riassume tutto ciò che c’è di fulminante in questi momenti:
“Un solo sguardo scatena una passione, un omicidio, una guerra”
Arnold sa che quando la prospettiva di un estraneo esce rapidamente dal suo isolamento, trasformandosi in un riconoscimento improvviso in uno sguardo reciproco, si scatena anche qualcos’altro. Forse non si tratta sempre di passione, omicidio, guerra, ma solleva i personaggi di Arnold da circostanze desolate e li fa volare verso la tanto agognata speranza.
Un successo nato dalla realtà
Wasp, vincitore dell’Oscar al cortometraggio 2005, di Andrea Arnold
Wasp, vincitore di un Oscar al cortometraggio nel 2005, di Andrea Arnold esamina una brutale realtà che inizia con la rissa tra due madri per una sciocchezza originata in principio dalle figlie. Facendo uno sforzo empatico nei confronti dei personaggi, possiamo comprendere quanto grottesca sia come situazione. La regista inglese non pone limiti alla crudezza delle scene, nessun filtro viene posto tra la scena e lo spettatore. Siamo costretti a guardare, come un occhio senza palpebre.
Il cortometraggio si concentra sulla madre di quattro bambini e sulla arrancante povertà e sulle difficoltà che ha nel crescere responsabilmente i suoi figli. La giovane madre è lacerata tra senso di responsabilità e desiderio di fuga da quella che è una situazione tremendamente reale e difficile.
Il valore delle produzioni di Andrea Arnold sta nel riuscire a farci immergere nelle soffocanti vite dei suoi personaggi:
“I miei film non sono una visione facile. Quello che percepisco è che gli spettatori hanno un’esperienza fisica nel guardarli. Alla fine della visione sentono che sono passati attraverso qualcosa”
Nonostante lo schiacciante realismo, nei suoi lavori Arnold riesce a mantenere un senso di grazia e umanità. C’è una grande insistenza riguardo all’equilibro, la luce non può esistere senza l’oscurità. Il piacere non può essere ottenuto senza dolore. La crudeltà cede e lascia via libera alla compassione.
“Malauguratamente mi piace l’oscurità, mi trovo a mio agio nei conflitti, ma non vedo il mondo come definito da essi”
Come veicolare il messaggio
Il suo stile registico può essere definito “esplorativo”. Ha fiducia nei suoi attori e attrici, lasciandogli ampie libertà durante le riprese. Possono recitare sperimentando e magari mettere le proprie esperienze nell’interpretazione. Arnold dà volutamente informazioni limitate agli attori, in modo da stimolare imperfezioni e naturalezza. Tutto ciò dona ai suoi lavori un senso di autenticità che rasenta quella di un documentario.
D’altra parte, seguendo l’equilibrio citato prima, è posta particolare attenzione alle movenze, ai movimenti e alla luce naturale. Elementi che possono donare un senso estetico maggiore, che si pone in contrasto con la crudezza delle loro vite.
Il simbolismo è un altro aspetto molto presente nella produzione di Arnold. Sono innumerevoli gli animali ritratti in catene, o magari di insetti o uccelli che non riescono a volare. Tutto per enfatizzare quel senso di ingabbiamento.
Andrea Arnold riesce a mostrare allo spettatore la realtà per quella che è, con i suoi pregi e difetti, con i suoi legami e la sua imprevedibilità. Il cinema realista ha in lei un’autrice matura e perfettamente conscia di ciò che vuole proporre al pubblico. La vita è un miscuglio di eventi, in cui siamo più o meno partecipi. L’importante è riuscire a respirare.