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‘Sorella di clausura’: intervista alla regista Ivana Mladenović

Amore e ossessione in una filigrana che pulsa di vita. Ce ne parla la regista

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Sorella di clausura, il film serbo proiettato al Trieste Film Festival 2026 vede alla regia Ivana Mladenović. Il film realizza una parodia dei melodrammi drammatici, in cui l’ironia tagliente funge da elemento essenziale per analizzare le crepe della società odierna.

Abbiamo avuto il piacere di intervistare la regista, che ha parlato con noi dei temi cardini del film: l’amore imperfetto, l’ossessione come via di fuga, l’uso e l’impatto di internet sull’uomo. Il film Sorella di clausura arriverà in Italia a partire dal 22 febbraio, distributo da NightSwim Distribution.

Sorella di clausura, una vita ai margini

Il film Sister of the Cloister è un film pieno di spunti di riflessione. Come è nata l’idea per questa sceneggiatura brillante?

Nel 2016 ho incontrato la musicista e poi amica Anca Pop, che per prima mi ha raccontato la storia: un manoscritto inedito scritto da Liliana Pelici. All’epoca, Anca aveva recitato nel mio film precedente, Ivana la Terribile, e stava cercando qualcuno che pubblicasse il manoscritto di Liliana, un racconto autobiografico di Liliana Pelici. Una donna incredibile che aveva completato gli studi in letteratura e faticava a trovare lavoro, mentre viveva con un’ossessione di lunga data per un musicista balcanico.

Erano davvero in difficoltà. Nessuno era interessato a pubblicare la storia. Anca mi diede il libro da leggere, sperando che forse un giorno avrei potuto trasformarlo in un film. È stato davvero impressionante il modo in cui Anca ha lottato affinché la storia di Liliana venisse ascoltata. La storia di una donna davvero speciale, che ha scritto con onestà, autoironia e umorismo del mondo che la circondava, così come delle sue lotte interiori e della sua vita ai margini.

L’ossessione come unica via di fuga

Vorrei chiederti di più sul tema centrale del film: l’ossessione. Cosa ti ha ispirato a esplorare il tema dell’ossessione e il dramma dell’idealizzazione estrema in modo così sincero?

Sebbene l’ossessione sia un elemento narrativo importante in Sorella di clausura, funziona come una lente attraverso la quale una realtà sociale più ampia diventa visibile. Diventa un modo per comprendere come le persone sopravvivono in condizioni molto difficili. Adorazioni e sogni rappresentano un bisogno di aggrapparsi per credere che una qualche forma di salvezza possa arrivare, fungendo da mezzo di fuga o persino da una sorta di autoprotezione.

Ciò che mi interessava non era l’ossessione come patologia, ma come strategia – a volte fragile, a volte illusoria – attraverso la quale le persone sopportano la loro realtà quotidiana e immaginano la possibilità di qualcos’altro.

Katia Pascariu: la cura del personaggio e il suo talento naturale

Com’è stato dirigere la protagonista femminile (l’attrice Katia Pascariu), così tenace ma anche
fragile, quasi sempre sconfitta dalla vita nel corso della storia?

Prima di questo film, avevo lavorato principalmente con attori non professionisti. Sebbene Katia sia una professionista, la nostra collaborazione si è rivelata una delle più libere e aperte che abbia mai sperimentato. Le nostre prove coinvolgevano spesso attori non professionisti come suoi partner, e lavorando insieme a tutti loro il personaggio di Stela ha gradualmente preso forma. È difficile fare film su persone che conosci e ammiri: vuoi sempre proteggere i personaggi e magari anche vendicarti un po’. Sia per Katia che per me, Stela era una persona che ammiravamo e rispettavamo profondamente.

Come disse una volta Katia: “Vivere con Stela non è stato facile, ma non credo di aver sentito la mancanza di nessun personaggio come mi è mancata lei dopo la fine delle riprese. Stela è molto più coraggiosa e passionale di me; ha solo avuto molta meno fortuna. Non sono riuscita a darle la giustizia che meritava, e forse il nostro film parla anche di questo: della brutale mancanza di giustizia, di come alcune persone vengano colpite più duramente, peggio e in modo più assurdo, senza alcuna logica o buon senso”.

Il lavoro visivo di Sorella di clausura: una ruvidezza ricercata

Visivamente, mi è sembrato che Stela stesse lottando per emergere dall’oscurità. Le riprese all’interno della casa, davanti al computer, la avvolgono in una predominanza cromatica scura. Come vi siete avvicinati a questo personaggio fotograficamente?

Insieme a Marius Panduru, la nostra preoccupazione principale era che il film portasse con sé una sorta di energia
punk, sia visivamente sia attraverso Stela come personaggio. Non solo in termini estetici, ma anche come rifiuto di adattarsi, di “livellarsi” per essere accettati. Volevo che il film mantenesse un senso di crudezza e imperfezione, che non avesse paura di sbagliare. Stavamo cercando di preservare un senso di libertà e imprevedibilità, impedendo al film di chiudersi in una forma rigida. Invece, rimane aperto, vivo e leggermente selvaggio, molto simile a Stela.

Un mondo alienato: occhio sul presente

Il personaggio di Stela prospera grazie alla sua immaginazione. Oggi più che mai, vivere dietro uno schermo ha permesso alle persone di rinvigorire la propria immaginazione. Soprattutto, ha rafforzato l’illusione di poter vivere ovunque e con chiunque, anche senza incontrare fisicamente nessuno. Ritieni che questo cambiamento comportamentale sia più una minaccia, o pensi che la sua ingenuità abbia il vantaggio di permetterci ancora di sognare?

È difficile rispondere a questa domanda senza cadere in generalizzazioni. Non so se vivere dietro uno schermo sia più una minaccia o un vantaggio, non perché l’immaginazione o i sogni siano un problema, ma perché Internet è diventato un universo a sé stante, che assorbe facilmente tutto. Per Stela, l’immaginazione è un modo per affrontare la situazione, un modo per sostenersi in una realtà che offre possibilità molto limitate. Allo stesso tempo, questo “buco nero” digitale riflette anche la facilità con cui commentiamo e giudichiamo la vita degli altri mentre ci nascondiamo dietro uno schermo, il che può essere frustrante ed estenuante.

La bellezza imperfetta dell’amore

I personaggi mi sono sembrati liberi e disinibiti, soprattutto quando si tratta di amore e sesso, senza rigidi filtri morali. Quale messaggio sull’amore vorresti personalmente veder emergere più di altri grazie al tuo film?

Questo film non esita a parlare d’amore nel modo meno romantico. Piuttosto che spiegare l’amore o definirlo, Sorella di clausura osserva come le persone cercano di viverlo, in modo imperfetto e onesto, goffamente entro i limiti della loro realtà. Ciò che era importante per me era permettere ai personaggi di parlare con la propria voce, senza correzioni o spiegazioni morali, e semplicemente mostrarci un po’ d’amore mentre tutti ci perdiamo nelle nostre contraddizioni. Attraverso i due personaggi femminili – uno più aperto ed esteriormente sicuro di sé, l’altro più introverso e insicuro – il film esplora come l’amore, il desiderio o sessualità, e la libertà siano visti oggi in modi diversi. Non esistono persone buone o cattive, solo persone sottoposte a pressioni sociali, insicurezze e forme di autoprotezione.

Katia mi ha detto: “Cerchiamo invano spiegazioni o ci rifugiamo in vaghe interpretazioni teoriche o mistiche della disuguaglianza e dell’ingiustizia in cui nasciamo – un’ingiustizia da cui il sistema non solo non riesce ad aiutarci a sfuggire, ma che attivamente rafforza, a volte spingendoci ancora più in basso. L’intensità di Stela è troppo forte, troppo per chi le sta intorno, e alla fine è lei quella che si fa più male. Sfortunatamente, non potevo salvarla, ma solo dirle che va bene non essere una vincitrice, va bene essere tra i perdenti di questo mondo, va bene non preoccuparsene più, non credere, non desiderare altro che essere lasciata sola.

 

Si ringrazia per questa intervista la regista Ivana Mladenović, e Davide Ficarola dell’ufficio stampa del Trieste Film Festival, per l’ottimo coordinamento.

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