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Ryan Coogler: la forza del nuovo cinema sociale afroamericano

Una retrospettiva su Ryan Coogler.

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Quella di Ryan Coogler è una carriera affascinante e di grande importanza, perché è diventato centrale per il cinema contemporaneo tanto quanto la lotta per i diritti civili degli afroamericani, e non solo.

Spiego meglio: esistevano già registi che avevano dato grande slancio a questa tematica, in particolare Spike Lee, ma Ryan Coogler è riuscito ad arrivare a pubblici molto differenti, da quello più di “nicchia” a quello mainstream, senza tradire la sua visione politica.

La sua carriera è iniziata con Fruitvale Station durante la seconda amministrazione Obama, proseguita con Creed e i due Black Panther durante la transizione del primo mandato Trump, periodo in cui le tensioni sociali iniziano a esplodere. Percorso che trova piena conferma con l’uscita di Sinners, chiara dichiarazione politica contro il colonialismo e contro il sistema reazionario dell’estremismo americano.

Quello di Coogler è sempre stato un cinema profondamente politico, fin dal suo film d’esordio fino ai suoi blockbuster sbanca botteghino, arrivando al già citato  Sinners, che si profila come uno dei principali protagonisti della novantottesima cerimonia degli Oscar. Una carriera importante, che è necessario ripercorrere per comprendere appieno la sua rilevanza nel nuovo panorama cinematografico.

Ryan Coogler: gli inizi

Nato il 23 maggio 1986 a Oakland, in California, cresce sotto il credo battista, frequentando diverse scuole cattoliche. All’età di otto anni, nello stesso periodo in cui si decise la sorte di O.J. Simpson, Coogler si trasferisce a Richmond, sempre in California.

Nel 1991, insieme a suo padre, il giovane Coogler, allora di soli cinque anni, vede per la prima volta Boyz n the Hood, il classico di John Singleton divenuto simbolo di un’intera generazione. Non solo è il film che ha lanciato la carriera cinematografica di Cuba Gooding Jr, Angela Bassett e di Ice Cube, ma è anche l’opera che racconta in modo emblematico la condizione degli afroamericani negli anni Ottanta, dopo le lotte affrontate dalle generazioni precedenti.

Boyz n the Hood

Questa visione segna profondamente Ryan Coogler, che scopre proprio qui la sua passione per il cinema, nonostante inizialmente frequenti il corso di football al liceo, dimostrando un notevole talento. I successi sportivi gli permettono di ottenere una borsa di studio presso il Saint Mary’s College of California, dove inizia a frequentare il corso di scrittura creativa, ottenendo ottimi risultati che lo porteranno alla realizzazione delle sue prime sceneggiature.

Dopo anni di successi in ambito sportivo e la realizzazione dei suoi primi cortometraggi, mentre sta per laurearsi, il 1° gennaio 2009 avviene un fatto di cronaca a Oakland, in California, che lo spinge definitivamente a intraprendere la carriera di regista.

Fruitvale Station(2013)

Fruitvale Station

Il film si apre con il vero filmato dell’arresto di Oscar Grant III e della sua uccisione da parte di un poliziotto che ha fatto partire “accidentalmente” il colpo. Poco dopo, il racconto ripercorre l’ultimo giorno di vita di Oscar Grant, dall’inizio della giornata mostrandone le relazioni con i suoi amici, la sua compagna, la  figlia, la madre e il suo passato carcerario, fino a ritornare con la ricostruzione dell’evento iniziale.

Questa scelta rappresenta la più grande dichiarazione politica di Ryan Coogler, perché fin dall’inizio chiarisce ciò che il film racconterà per tutta la sua durata: la vita di un giovane che aveva ancora tutto davanti a sé. Un individuo cresciuto in un Paese che non lo ha mai realmente considerato, con i suoi dubbi, le sue incertezze e le sue paure.

Fruitvale Station

Era semplicemente un giovane padre preoccupato per la propria figlia e per la compagna, che voleva riottenere il lavoro dal quale era stato licenziato, che desiderava festeggiare l’ultimo giorno dell’anno in compagnia e che avrebbe potuto porsi nuovi obiettivi per l’anno a venire. Invece, la sua vita viene troncata da un presunto “incidente” o da un distorto “sentimento” di sicurezza da parte delle forze dell’ordine.

Un film straziante, che riflette la lunga storia della violenza esercitata dalle forze dell’ordine contro i giovani afroamericani, una violenza che si è ripetuta più volte, come testimoniano i casi di Isaac Woodard  nel 1943, Rodney King nel 1992, Trayvon Martin nel 2013, George Floyd nel 2020 e, appunto, Oscar Grant nel 2009. Vittime di un sistema che ha portato l’intera comunità afroamericana a ribellarsi, una lotta che, ancora oggi, non può dirsi conclusa.

Creed (2015)

Creed

Il primo grande esordio nel blockbuster mainstream di Ryan Coogler arriva con Creed, parte integrante dell’iconica saga di Rocky, creata da Sylvester Stallone nel 1976 e ritenuta “conclusa” nel 2006 con Rocky Balboa. Il regista ribalta però le basse aspettative che accompagnavano il progetto, inizialmente visto come “il classico sfruttamento di un brand famosissimo”, realizzando invece un’opera profondamente personale, in continuità tematica con il suo film d’esordio.

Ciò che colpisce dello spin-off dedicato al figlio di Apollo Creed è la costruzione di una lotta politica e identitaria che rispecchia la nuova generazione di afroamericani del secondo decennio degli anni Duemila, costretta a vivere all’ombra dei propri padri e con poca certezza del proprio futuro.

Creed

Altro elemento di grande valore è l’uso del personaggio di Rocky, reinterpretato da Sylvester Stallone, che diventa quella figura storica e culturale e quel sistema di valori, di rispetto e di umanità che si stavano progressivamente perdendo nei anni dieci dei duemila.

Quando l’ex pugile fa la conoscenza di Adonis, egli diventa quel “padre” mancante che trascende la sua appartenenza etnica e diventa, nuovamente, un riferimento per le nuove generazioni.

Un piccolo grande blockbuster autoriale, che Ryan Coogler realizza con piena libertà espressiva, gestendo con grande efficacia anche le scene sul ring grazie a uno stile quasi “neorealista”, capace di immergere lo spettatore nella storia con forte senso di autenticità.

Black Panther

Black Panther

Il diciottesimo film del Marvel Cinematic Universe è molto più importante di quanto possa sembrare: si tratta probabilmente del blockbuster più politico mai realizzato per il pubblico mainstream. Il suo enorme successo critico e commerciale sorprese tutti alla sua uscita, non tanto per l’appartenenza a un franchise consolidato, quanto perché fu uno dei primi blockbuster esplicitamente rivolti a tutte le generazioni di afroamericani cresciuti in America, oltre a valorizzare tutta la cultura africana.

Vedere un film di questo tipo, ad alto budget, capace di affrontare le tematiche delle rivolte del 1992 e quelli successivi, poi analizzare al contempo gli usi, costumi e musica delle comunità nere di tutto il mondo, sia africane che afroamericane, rappresenta un traguardo fondamentale, mai realmente raggiunto in precedenza dal cinema mainstream. Solo un regista come Spike Lee aveva questa importanza ma è sempre rimasto nella cinefilia più di “nicchia”.

T’Challa e Killmonger: i nuovi Martin Luther King e Malcom X

Elemento centrale dell’opera è il rapporto tra T’Challa e Killmonger, chiaro riflesso del dualismo tra Martin Luther King e Malcolm X: due visioni opposte della lotta per la giustizia, l’una fondata sulla diplomazia, l’altra sulla rivendicazione “violenta”, entrambe radicate e legate nella storia afroamericana e da un rispetto reciproco, pur nella loro radicale divergenza.

Non è un caso che Killmonger rubi spesso la scena al protagonista, in quanto è il personaggio più tragico dell’intera opera: egli è completamente “spezzato” dal passato dei propri avi ed è disposto a tutto per la “rivendicazione nazionale” del suo popolo, sfruttando la violenza e l’inganno. Lo scontro con T’Challa lo porta a confrontarsi con una figura più pacifista, più “debole” davanti ai suoi occhi ma che è colui che mostra più razionalità della situazione.

L’uscita del film, insieme a Spider-Man: Un nuovo universo nello stesso anno, segna un momento di forte riaffermazione dell’identità afroamericana nel cinema pop, in un periodo storico coincidente con la metà del primo mandato di Donald Trump, simbolo di una supremazia bianca sempre più intollerante.

Black Panther:Wakanda forever

Black Panther: Wakanda Forever

Il film più emotivo del regista, in quanto rappresenta perfettamente lo stato d’animo umano del post-Covid: il lutto. Questo sentimento pervade l’intera opera fin dall’inizio, risultando così intenso da coinvolgere anche gli spettatori meno affezionati al genere supereroistico.

L’opera porta con sé il peso della scomparsa di Chadwick Boseman, colui che ha dato nuova linfa al personaggio di Pantera Nera, lasciando un vuoto profondo sia nel racconto che nel pubblico. Da qui prende avvio il film, nell’affrontare l’assenza lasciata da una persona cara, raccoglierne la sua eredità e comprendere se si è capaci di renderli omaggio.

Black Panther: Wakanda Forever

Il lato politico resta centrale, ma questa volta c’è una continua lotta tra due popoli accomunati da un passato coloniale, ma con destini completamente differenti: uno rimasto nell’ombra, nella emarginazione, l’altro ha prosperato, divenendo una potenza invidiabile. Questa frattura genera una vera e propria lotta di classe, nella quale si inserisce anche il governo americano, pronto a sfruttare le debolezze del Wakanda per tentare di appropriarsene, richiamando dinamiche geopolitiche contemporanee come il caso del Venezuela di quest’anno.

Pur non essendo un film riuscito in toto, a causa della durata eccessiva, di alcune imperfezioni negli effetti visivi e di personaggi secondari poco incisivi, come Iron Heart, resta un’opera simbolica della filmografia di Coogler, un degno omaggio a un grande attore che ci ha lasciati troppo prematuramente, oltre a essere una delle opere più emotive del recente Marvel Cinematic Universe.

Sinners

Sinners

Probabilmente il film più personale di Ryan Coogler, nonché quello più “vicino” a Fruitvale Station. Ambientato all’inizio del Novecento, racconta un’America ancora segnata dall’ombra del Ku Klux Klan e dal’ “Estate rossa” del 1919, periodo di grande frattura sociale che caratterizzerà tutto il secondo dopoguerra, oltre alla Grande depressione e al Proibizionismo dilagante.

Il film riesce a rappresentare efficacemente tutti gli strati sociali degli Stati Uniti, raccontando le culture che hanno contribuito alla costruzione del Paese: dai coloni bianchi agli schiavi africani, dagli immigrati cinesi e irlandesi fino ai nativi americani, custodi spirituali di una terra sottratta, ovvero della loro. Il colpo da maestro che Coogler fa è l’uso del genere horror vampiresco come metafora del pericolo dell’omologazione culturale, che annulla ogni diversità e unicità. Ancora una volta, il regista utilizza il linguaggio del cinema di genere per trasformarlo in un atto di resistenza culturale.

Sinners si pone così come ideale erede del cinema di Jordan Peele, dove il genere horror narra la vita sociale della popolazione afroamericana, mostrando tutte le sue paure e tensioni razziali. Oltre a ciò, si è rivelato essere una delle più grandi sorprese del 2025 e uno dei film più simbolici degli ultimi anni, raccontando perfettamente i problemi degli estremismi di destra del passato e del presente.

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