Adattamento cinematografico del famoso romanzo Fiori nelle tenebre dello scrittore ebreo deportato Aharon Appelfeld, La stanza di Mariana è una storia di sopravvivenza e di formazione.
Diretto da Emmanuel Finkiel e distribuito da Movies Inspired, Film Evento per il Giorno della Memoria, al cinema nella sola versione in lingua originale nei giorni 27, 28 e 29 gennaio.
Ucraina, 1943. Il 12enne Hugo (il piccolo e bravo Artem Kyryk, un volto che buca lo schermo) viene affidato di notte dalla madre alla sua amica di infanzia Mariana (la Mélanie Thierry de La leggenda del pianista sull’Oceano, diventata donna) perché resti nascosto. Con forza e una indicibile sofferenza: la separazione è inevitabile per farlo sopravvivere. I rastrellamenti degli Ebrei sono sempre più frequenti. Hugo viene rinchiuso in una parete-armadio di una stanza di un bordello nella quale resterà per un anno intero.
L’occhio di un bambino
La stanza di Mariana ruota, visivamente, attorno allo sguardo di Hugo. Uno sguardo che ha molteplici livelli. Quello della prossimità, che accompagna la disperazione di un bambino separato dalla madre amatissima, unica figura femminile di riferimento, sia sentimentale che ‘sessuale’. Hugo guarda dalla microscopica fessura della parete in cui viene nascosto, l’ingresso della strada nel via vai dei soldati Tedeschi. Sente le risate, i gemiti che pervadono la stanza di Mariana, vissuta in labili lassi temporali del giorno quando Hugo può uscire. Quando Mariana è sola. Hugo si sente smarrito, ha paura, vuole tornare da sua madre a tutti i costi. Non si fida di questa donna che beve, che è spesso in sottana e vestaglia, che lo prende in giro, che gli dice che ha un viso bellissimo.
Si fa forza, Hugo, ricorrendo allo sguardo del ricordo, dei momenti vissuti pochi giorni prima: il suo compleanno, la vita nella farmacia di famiglia, la sua amica del cuore con le trecce. Tutto gli appare davanti quando ne ha bisogno, quando non deve cedere alla paura, a tutto ciò che lo travolge in un mondo che non conosce, che gli è ostile, che gli dà la caccia.
Hugo e Mariana due solitudini indissolubili
Il cinismo e il disincanto di Mariana (Mélanie Thierry li caratterizza egregiamente) si scontrano con la diffidenza di Hugo: il loro segreto verrà inizialmente gestito da entrambi con fastidio. Le vicissitudini e gli elementi di disturbo che quel microcosmo a due dovrà affrontare li porteranno necessariamente ad affidarsi. Soprattutto Hugo dovrà abbandonare l’incanto dell’infanzia. Crescerà in quell’anno incredibile e disperato, diventando un uomo. Mariana sarà la prima donna a prendere il posto della madre.
Emmanuel Finkiel esplora ancora (Voyages, 1999) gli abissi della Seconda Guerra Mondiale, la memoria della Shoah, confezionando una narrazione non scontata. L’orrore del male e la devastazione di esistenze (quelle felici e quelle già segnate e ai margini come Mariana), arrivano per riflesso. Il flashback acquista valore poetico e fisico, tangibili. Ci mette davanti spiriti che mostrano l’essenza di una tragedia totalmente umana. Il cast quasi completamente ucraino, compensa l’impossibilità di girare nella parte Sud-Occidentale di quel Paese devastato da un conflitto ancora, drammaticamente, vivo. Location iniziale a cui si è dovuto, giocoforza, rinunciare.
Aharon Appelfeld è autore di romanzi dai molti riconoscimenti, tradotto in decine di lingue nel mondo. Riuscì a scappare a 9 anni da un campo di sterminio nazista in Transnistia, ai confini con l’Ucraina, nascondendosi nei boschi e ‘adottato’ da una banda di criminali con cui restò due anni. La Shoah e la guerra, le tematiche imprescindibili del suo scrivere. Fiori nelle tenebre è edito in Italia da Guanda.