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‘Mercy’, l’AI sarà la nostra salvezza o la nostra distruzione?

Chris Pratt e Rebecca Ferguson insieme nel nuovo thriller diretto da Timur Bekmambetov.

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Ci sono pellicole che, quasi inconsapevolmente, diventano più affascinanti proprio nei momenti in cui non ambiscono a esserlo.
Mercy costruisce il proprio racconto sull’adrenalina e sulla suspense, ma soprattutto su una progressiva tensione verso la risoluzione di un crimine che appare fin da subito inevitabile, già scritto.
L’opera interpretata da Chris Pratt e Rebecca Ferguson trova però la sua forza nei passaggi più spontanei del racconto, là dove smette di forzare la narrazione e sceglie invece di soffermarsi sugli elementi secondari, approfondendo ciò che apparentemente non doveva essere al centro, ma che finisce per rivelarsi la parte più interessante dell’opera.

In un futuro molto vicino, un detective si risveglia legato a una sedia e scopre di essere stato messo sotto processo con l’accusa di aver ucciso sua moglie. Ha soltanto 90 minuti per dimostrare la propria innocenza davanti a un Giudice non umano: un’intelligenza artificiale avanzata che lui stesso aveva contribuito a sviluppare, prima che il sistema pronunci una sentenza in grado di decidere definitivamente il suo destino.

Mercy: un’avvincente corsa contro il tempo che non sempre funziona

Bisogna ammetterlo: le premesse della nuova opera diretta da Timur Bekmambetov non appaiono particolarmente innovative, eppure riescono a sostenere l’interesse per gran parte della durata della durata della storia. Ci si muove all’interno di una narrazione speculare: da un lato l’uomo apparentemente perfetto che proclama la propria innocenza, dall’altro una collettività pronta a condannarlo, accusandolo di una barbarie ormai data per certa.
Mercy si configura come una serrata corsa contro il tempo, in cui l’umano è chiamato a patteggiare contro l’inumano. La pellicola funziona soprattutto nel suo sviluppo iniziale, quando ambisce a interrogarsi sulla psicologia dell’individuo e sulle conseguenze del progresso tecnologico, riuscendo a delineare un quadro complesso capace di mostrarne tanto le potenzialità quanto le inevitabili derive.

La sensazione che qualcosa inizi improvvisamente a incrinarsi emerge nel momento in cui il racconto sembra non riuscire più a contenersi entro le mura della stanza e avverte l’esigenza di aprirsi verso l’esterno. Da lì in avanti, il ritmo si appesantisce, la narrazione diventa più monotona e l’atmosfera scivola progressivamente nel surreale, fino a una sospensione dell’incredulità che raggiunge livelli impensabili solo pochi minuti prima.
L’incipit richiama inevitabilmente The Guilty (2018 e il suo remake del 2021) — tanto nella gestione degli spazi quanto nella centralità dell’attore protagonista e nella dinamica dialogica tra i due personaggi — ma Mercy sceglie poi di allargare il proprio orizzonte narrativo, intraprendendo una direzione più aperta che il film, tuttavia, non riesce davvero a sostenere.

Quando l’umano incontra l’artificiale 

L’impianto narrativo si dimostra abile nel proporsi come un interessante dibattito sul rapporto tra l’uomo e la macchina, tra il creatore e la creatura che egli stesso ha generato e che ora sembra pronta a superarlo, fino a minacciarne l’esistenza.
L’opera sembra mette in scena un confronto diretto tra intelligenza umana e artificiale, interrogandosi sui limiti etici del progresso tecnologico e sulla possibilità che ciò che nasce per assistere l’uomo finisca per sostituirlo, giudicarlo e infine condannarlo.
Il Giudice appare profondamente perturbante proprio per le sue inquietanti affinità con l’essere umano. Dotato di una razionalità autonoma, è programmato per seguire modelli e protocolli prestabiliti, ma al tempo stesso sembra reagire a stimoli, emozioni e provocazioni con una sensibilità che richiama da vicino quella umana. 

Mercy sembra voler articolare un ragionamento stimolante sul rapporto tra uomo e tecnologia, ma nella parte conclusiva questo equilibrio si dissolve progressivamente. L’intelligenza artificiale – da presenza ambigua, inquietante ma affascinante – perde gran parte della propria forza simbolica, trasformandosi in un semplice dispositivo narrativo più che in un vero interlocutore concettuale.
Il film rinuncia così a spingersi fino in fondo nelle conseguenze morali della propria premessa, preferendo rassicurare lo spettatore invece di metterlo realmente in crisi.
Là dove avrebbe potuto interrogarsi sul fallimento dell’umano, sulla responsabilità del creatore o sull’ambiguità del progresso, sceglie una chiusura più convenzionale, che stempera la tensione e riduce la portata del discorso. Ne resta l’impressione di un’opera capace di porre domande affascinanti, ma non sempre disposta ad affrontarne fino in fondo le conseguenze.

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