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Eugenio Mastrandrea: tra il capitano di ‘Don Matteo’ e un po’ di… carnevale
Intervista al capitano di ‘Don Matteo’ e non solo
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4 ore agoon
È il nuovo capitano Diego Martini (dalla stagione 14) di Don Matteo (su Rai 1 tutti i giovedì), ma è anche un attore di teatro e non solo: Eugenio Mastrandrea ha preso parte a diversi progetti, sia per il piccolo che per il grande schermo, prima di approdare nella grande famiglia di Spoleto.
In occasione della messa in onda della stagione 15 (e delle continue riprese sul set) abbiamo fatto alcune domande a Eugenio Mastrandrea per conoscere il suo passato cinematografico e televisivo e il suo grande amore per il teatro.
– Foto di copertina di Fabrizio Cestari –
L’esordio di Eugenio Mastrandrea
Vorrei partire dagli inizi per poi addentrarci nel presente e nel grande successo di Don Matteo. Hai iniziato da giovanissimo con il film ACAB dove interpreti il figlio di Marco Giallini. Quanto ti è servito quel ruolo? Te lo chiedo perché i tuoi personaggi successivi sono all’opposto.
All’epoca avevo 17 anni. Ero al penultimo anno di liceo e non avevo ancora immaginato di fare della recitazione il mio mestiere (facevo teatro a scuola e mi appassionava molto, anche perché mi dicevano che me la cavavo bene, però lo facevo per giocare).
Mi sono buttato in quell’avventura proprio con lo spirito del gioco e con l’incoscienza dei miei pochi anni e del non avere un atteggiamento professionale. Per me in quel momento era un gioco stare con Favino, Giallini, con tutti quegli attori che oggi conosciamo bene. Io ero un po’ la mascotte del gruppo ed è stato molto bello, anche perché non avevo nessun tipo di ansia da prestazione.
Credo che questo aspetto che hai detto ti abbia anche aiutato nel personaggio, perché al di là di alcune scelte, in generale l’atteggiamento è un po’ quello del ragazzino che ce l’ha col mondo, il classico adolescente.
Io in realtà non sono mai stato un adolescente ribelle. Mi ricordo solo di queste giornate di divertimento e di risate.
From Scratch con Zoe Saldana
Continuando ad andare avanti ripercorrendo la tua carriera, arriviamo alla serie Netflix From Scratch. Com’è stata quell’esperienza, soprattutto considerando che si tratta di una produzione internazionale nella quale interpreti un siciliano.
Quella è stata una serie magica. È stata la prima e unica volta che mi è capitata una cosa del genere. Sentivamo di essere come protetti da qualcosa perché c’era proprio questa magia sul set incredibile. Noi raccontavamo una storia vera tratta dall’autobiografia di una scrittrice afroamericana che ha raccontato il suo reale percorso di vita con questo ragazzo italiano. La serie parla del loro percorso, anche molto doloroso e sofferto. E, per questo, l’abbiamo girata proprio con un’attenzione particolare e una dolcezza condivisa da tutti, non soltanto da noi del cast.
Cr. Aaron Epstein/Netflix © 2022
Poi, se ci penso, ci sono state tantissime coincidenze. A Firenze, il vero ristorante dove loro si erano conosciuti è nel centro storico e io ho scoperto un paio d’anni dopo, quando la serie era già uscita, che mia madre (di Roma) e mio padre (di Milano), quando io non ero ancora nato, si incontravano a metà strada a Firenze e andavano sempre a mangiare lì. Loro hanno veramente mangiato il cibo della persona che io ho interpretato.
Per questo ti dico che si tratta di qualcosa di magico: è stata la prima e unica volta, non mi è mai più successo, ma addirittura in fase di provino ero tranquillo e sapevo che avrei avuto io la parte. Ho sentito che quella storia la dovevo raccontare io. Ho capito subito che potevo mettere il mio studio, la mia formazione, le mie capacità al servizio di questa storia.
Anche da spettatore si percepisce questo alone di magia nella storia.
È stato molto bello, in primis con tutto il cast italiano: con Paride Benassai, che interpreta mio padre nella serie, ed è un mio straordinario amico, nonché compagno di scena, così come con Lucia Sardo. Insomma con tutto il cast italiano siamo partiti in quindici, abbiamo passato un capodanno insieme, siamo andati nel vero paesino siciliano dal quale viene il mio personaggio e siamo andati a portare dei fiori sulla tomba, dopo aver incontrato la vera famiglia. Quindi la magia e l’atmosfera speciale di cui parlavo l’abbiamo trovata, ma anche coltivata. Quello è stato un progetto che mi ha cambiato la vita e non soltanto perché insieme c’era Zoe Saldana.
Cr. Stefano Montesi/Netflix © 2022
Infatti ti volevo chiedere proprio di questo e del cast internazionale.
È stata un’esperienza incredibile! E devo dire che è molto semplice, non facile, recitare quando reciti con degli attori bravi come quelli che ho trovato lì. Poi c’erano tante scene di gruppo perché è l’incontro di due famiglie. Con Zoe Saldana è stato fantastico: recitare con lei è di una semplicità estrema perché lei è talmente brava, talmente carismatica che tu semplicemente devi stare al suo livello e cavalcare l’energia incredibile che lei porta sulla scena. Quello è anche un tipo di recitazione fisica inteso come materica che a me piace molto, soprattutto considerando che sono 30 anni che pratico arti marziali, quindi è un qualcosa che mi soddisfa in modo particolare.
Eugenio Mastrandrea e i cast internazionali
Sempre a proposito di cast internazionale, hai preso parte anche al film The Equalizer 3 con Denzel Washington. Com’è stato?
Anche quella è stata un’esperienza importantissima e in quel caso siamo su un livello ancora più alto (si tratta di un grande film della Sony con una troupe di 700 persone). Lo sforzo produttivo è impressionante e Denzel Washington è straordinario. L’ho visto recitare per tre mesi e mezzo e ho approfittato per rubare tantissimo da lui. Ho rubato tutto quello che faceva dentro e fuori la scena. Non è stato lo stesso tipo di esperienza dal punto di vista della familiarità, anche perché questo era strutturato per avere una diffusione enorme in tutto quanto il mondo. Si tratta di un altro tipo di progetto, altrettanto bello.
Prima di passare a chiederti qualcosa di Don Matteo, vorrei citare brevemente anche un’altra serie televisiva, La fuggitiva.
Quando ho girato quella ero uscito dall’Accademia l’anno prima, quindi la ricordo come un’esperienza anche impattante perché era comunque la mia prima esperienza con un ruolo importante. E ho avuto un approccio che ha seguito quello che mi hanno insegnato (un’istruzione quasi militaresca): l’attore si fa osservando, come tanti altri mestieri, ma anche rubando, nel senso di guardare e imparare da chi ne sa più di te. Ne La fuggitiva, quindi, il mio punto di riferimento era Vittoria Puccini, dalla quale ho imparato tantissimo. Mi ricordo un atteggiamento di grande attenzione sul lavoro, proprio di stacanovismo continuo, e io, che ero alle prime armi, ho fatto tesoro di questo.
Eugenio Mastrandrea è Diego Martini in Don Matteo
Arriviamo adesso a parlare di Don Matteo che è il tuo impegno attuale. Vorrei partire col chiederti cosa hai provato quando sei stato contattato e cosa significa per te entrare in un progetto del genere (cioè una serie lunghissima e d’impatto, entrata nelle case di chiunque perché chiunque la conosce). Com’è stato entrare in un meccanismo già rodato?
Prima di tutto confesso, come ho detto diverse volte, di non aver mai visto un episodio di Don Matteo prima. Non avevo mai frequentato la serie, quindi ho portato la mia visione del personaggio.
Foto di Virginia Bettoja
Don Matteo è effettivamente un prodotto che ha segnato la televisione italiana, quindi è giusto che tu possa/voglia portare la tua personale visione.
Secondo me potremmo fare una semplice e breve analisi sul perché Don Matteo è un fenomeno di così ampia diffusione: riunisce in pochissimo spazio un concentrato d’italianità. Ci troviamo in un immaginario in cui tutti gli italiani si riconoscono: quello dell’Italia centrale, del piccolo borgo medievale, nell’Italia collinare di Dante, Petrarca e Boccaccio (che sono i padri i nostri padri culturali). L’Umbria è il centro della spiritualità istituzionalizzata italiana (a 20 km da Spoleto c’è Assisi), e i personaggi sono quelli del teatro all’antica italiana con il primo attore, il caratterista, che è Nino Frassica, il capitano, che appartiene alla commedia dell’arte, e che, come il mio Diego, è quello che deve avere un atteggiamento di grande severità, ma che sotto sotto nasconde una grande bontà. In generale la distribuzione dei personaggi è quella che permette a tutti gli italiani di riconoscersi, come, per esempio, il rapporto maresciallo Cecchini e capitano che è esattamente quello di Totò e Peppino. Ecco, quelle situazioni comiche sono nel patrimonio genetico di noi italiani e poi c’è da dire che Don Matteo racconta la storia del conflitto perenne tra potere spirituale e potere temporale (il prete e l’autorità dell’arma dei carabinieri), un po’ come guelfi e ghibellini.
Hai riassunto perfettamente il motivo del grande successo di Don Matteo.
E poi è trasversale perché anche le storie sono storie che acchiappano tutti, nelle quali tutti si possono ben riconoscere e ritrovare. È una bella favola che tu sai già che è una favola e che avrà un lieto fine e poi non è volgare.
Punti di riferimento
E poi cerca anche di aiutare, mostrando in maniera anche più semplice alcune tematiche e problematiche sempre più all’ordine del giorno (nello scorso episodio per esempio è stato protagonista un ragazzo al quale è stato diagnosticato un disturbo dell’attenzione).
Considerando che si tratta di un prodotto già rodato da diversi anni, volevo chiederti se hai preso spunto da qualcuno o se comunque ti sei ispirato a qualche capitano passato. In realtà, però, hai già risposto dicendo che porti qualcosa di tuo e che non avevi seguito le passate stagioni.
Esatto. Come ti dicevo, non avevo mai visto un episodio e soprattutto sapendo di andare ad inserirmi in un linguaggio già molto ben rodato non mi sono preoccupato di capire quale fosse il linguaggio perché ho pensato che lo avrei capito immediatamente. Per prepararmi al personaggio ho riguardato tutti i film di Totò e Peppino.
Foto di Virginia Bettoja
A proposito di questo e del fatto che hai fatto riferimento al rapporto maresciallo-capitano, ti chiedo com’è il tuo rapporto con il resto del cast e, quindi, con i personaggi. Per esempio con il maresciallo Cecchini (Nino Frassica) hai molte scene e sei quello che deve cercare di mantenere una certa serietà, nonostante le reazioni del tuo personaggio, per quanto serie possano essere, sono comunque esagerate e portano a far ridere, anche involontariamente.
Seguire Nino, come ti dicevo, è fantastico perché seguire chi ne sa di più, come lui che è un monumento della nostra televisione, è bellissimo. Con lui è semplice recitare proprio per questo. Alzando tanto l’asticella bisogna stare ancora più attenti ed essere ancora più precisi. Da lui ho imparato tantissimo, sia nella struttura che nella scrittura di scena, sto affinando sempre di più le mie capacità. Ovviamente poi con lui è molto divertente e ogni volta rido moltissimo: in alcuni casi è molto difficile rimanere seri e in tantissimi casi non ce la faccio. Poi il mio personaggio è la vittima designata di tutte le follie, cioè Cecchini ne combina un sacco, quindi è ovvio che in qualche modo poi mi ritrovo a ridere di me stesso.
Foto di Virginia Bettoja
Immagino, anche perché il tuo personaggio è tra i più complessi nel senso che ha molte sfaccettature: con Cecchini deve mantenere una sorta di serietà, con Don Massimo può inveire perché arriva sempre prima il prete, poi c’è la storia d’amore. In questo sei molto abile perché riesci a cambiare continuamente registro nel momento giusto.
Grazie, è un bel complimento.
Progetti futuri e teatro
E adesso state ancora girando?
Sì, stiamo ancora girando e, nel frattempo, io sto preparando il mio spettacolo sul Carnevale Romano.
Non abbiamo effettivamente toccato il discorso teatrale che sicuramente è d’aiuto per gli altri tuoi progetti. Come vivi questo continuo alternarsi tra palcoscenico e macchina da presa?
Ti rispondo dicendoti che lo spettacolo dal vivo è una droga! La sensazione di recitare davanti a un pubblico è una sensazione che può capire soltanto chi è dipendente. Io mi sono formato in teatro, è quello che ho iniziato a fare, è quello che ho studiato per tre anni in accademia ed è quello che mi piace fare. È il luogo in cui mi sento a casa e quindi non c’è nessuna esperienza creativa che possa eguagliare la recitazione di fronte alla presenza viva di un uditorio vivo e che va guidato con la propria recitazione. Adesso, come ti dicevo, sto preparando uno spettacolo sul carnevale romano che è il più antico e più importante non solo d’Italia ma d’Europa. Tutto questo lo racconto in uno spettacolo che debutterà proprio a Spoleto l’8 febbraio con ingresso a offerta libera perché il ricavato sarà devoluto in beneficenza. E poi sarò a Roma al Teatro Tor Bella Monaca il 10, 11, 12 febbraio.