Trieste Film Festival
‘Militantropos’, una triste finestra sulla guerra
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1 anno agoon
In un tempo che tristemente sprofonda tra le costanti notizie sui conflitti internazionali, privilegiando alcuni a discapito di altri, ormai apparentemente dimenticati, Militantropos dimostra che l’Europa non dimentica. E certamente non dimenticano lo straziante conflitto ucraino i tre registi, Yelizaveta Smith, Alina Gorlova, Simon Mozgovyi, sotto il nome di Collettivo Tabor.
L’opera approda al Trieste Film Festival 2026, dopo essere stata proiettata per la prima volta alla Quinzaine des Cinéastes di Cannes 2025, dove ha rappresentato l’unica pellicola ucraina in selezione.
Il concetto di Militantropos
Militantropos è un documentario che si potrebbe definire, ad oggi, necessario. Non un mero documento didascalico, ma un’opera cinematografica profonda e contemplativa che trasforma la realtà quotidiana della guerra in una riflessione antropologica sulla condizione umana.
Il titolo nasce da un neologismo che unisce il termine latino”milit” (soldato) al greco “antropos” (uomo). Il concetto di militantropos racchiude infatti l’idea di una persona (e quindi un popolo) che, a contatto prolungato con la guerra, non solo combatte per sopravvivere, ma interiorizza, ad un certo punto, la guerra stessa come condizione esistenziale.
Il documentario non si limita a osservare gli eventi più violenti del conflitto, ma soprattutto evidenzia il modo con cui la guerra si insinua nelle pieghe della vita di ogni giorno, fino a diventare, tragicamente, parte dell’identità delle persone. Questo risulta evidente fin dai primi momenti della pellicola, che mostrano come la guerra abbia intaccato ogni fascia della popolazione. Bambini che “giocano a fare i soldati”, adolescenti che imbracciano i fucili anziché i libri di scuola, madri, nonne e bambine che piangono i figli, i nipoti e i padri. La stessa musica dal vivo e gli altri momenti di svago si mostrano ormai imprescindibili dall’argomento bellico.
Una narrazione senza eroi o protagonisti
Militantropos rinuncia deliberatamente a una narrazione convenzionale con un singolo protagonista. Al contrario, la macchina da presa si muove come una sonda sensoriale tra le vite di chiunque incontri, dai civili in fuga ai giovani volontari e soldati devastati. Ogni singolo istante mostrato nella scena contribuisce a comporre un mosaico variegato che racconta il popolo ucraino, senza spettacolarizzazioni o violenza ridondante.
Tutto ciò che emerge è la verità, una straziante verità. Sono gli occhi dei protagonisti senza nome, appartenenti a ogni età, genere ed estrazione sociale, a restituire, nel silenzio, la sofferenza della guerra, di fronte alla quale risulta impossibile per gli spettatori rimanere impassibili.
Questa scelta di struttura non solo riflette l’esperienza disgregata di chi vive in tempo di guerra, ma rappresenta anche un espediente cinematografico che evita giudizi espliciti o semplificazioni drammaturgiche. La regia non cerca un “eroe” da celebrare né un nemico da demonizzare. Resta piuttosto testimone, con uno sguardo partecipe ma volutamente esterno, delle trasformazioni imposte dal conflitto.
L’Ucraina della quotidianità
La forza di Militantropos risiede nella sua capacità di alternare scene di devastazione con momenti di vita sorprendentemente ordinaria, spesso di provenienza bucolica. La contrapposizione tra quotidianità apparentemente serena e sensazione di pericolo imminente permea ogni scena dal film.
In particolare, una delle sequenze più evocative e spettacolari nella semplicità, è quella dell’apicoltura. Il mondo ordinato e dolce delle api sembra offrire un perfetto contrasto con il caos bellico che circonda la scena, metafora di un contesto di vita ideale a cui l’uomo può solo sognare di ambire.
Attraverso una fotografia attenta e una costruzione delle inquadrature che privilegia dettagli e silenzi, il film restituisce la sensazione di un’esistenza costantemente sotto scacco e, allo stesso tempo, sorprendentemente normale nei suoi automatismi quotidiani. Ormai la guerra serpeggia nel tessuto sociale del Paese: fa parte della quotidianità. Il sole, la luna, la natura circostante osservano impassibili l’evoluzione del conflitto e la disgregazione dell’essere umano.
L’uso del suono contribuisce ad alimentare la tensione tra presenza e assenza: il rumore distante di esplosioni, il silenzio dopo un razzo, il brusio di conversazioni interrotte dal timore. Non c’è enfasi retorica, né colonna sonora invadente. Al contrario, la realtà parla con il suo linguaggio crudo, lasciando allo spettatore il compito di interpretarla.
Il volto umano del conflitto
Pur evitando la retorica del martirio o della propaganda, Militantropos lascia emergere con forza la resistenza psicologica delle persone che non possono più separare la loro identità personale dalla guerra. Il Collettivo Tabor riesce perfettamente nell’intento di comunicare il messaggio espresso dal titolo, senza mai scadere nel didascalico o nel banale.
L’opera si distingue per la sua profondità emotiva e per la capacità di lasciare lo spettatore non soltanto informato ma trasformato nella sua percezione del conflitto. Grazie a una direzione corale forte e a una serie di immagini che equilibrano crudezza e delicatezza, il film riesce a catturare non solo ciò che accade, ma ciò che resta negli sguardi, nei gesti, nei silenzi. È un documentario che richiede attenzione e cuore aperto, non limitandosi a offrire risposte facili, ma ponendo domande di grande rilievo sulla natura umana e sulla resilienza di fronte alla violenza.