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‘La Grazia’ Paolo Sorrentino e la bellezza del senso

Ne ‘La Grazia’ la bellezza delle immagini dialoga con il senso della storia

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Il successo di Paolo Sorrentino è stato spesso discusso da una parte della critica che ha visto nella qualità estetica dei suoi lungometraggi un limite e non un vantaggio. La Grazia è la dimostrazione del contrario, con la bellezza delle immagini destinata a dialogare con il senso della storia.

La Grazia di Paolo Sorrentino sarà nei cinema italiani a partire dal 15 gennaio 2026 distribuito da Piper Film.

La Grazia di Sorrentino

Chiamato a parlare dei suoi film succede spesso che Paolo Sorrentino mostri una certa ritrosia quando si tratta di rispondere a domande che lo interrogano sulla bellezza delle immagini presenti nelle sue opere. L’impressione è quella di una reticenza tipica di chi non vuole essere scambiato per un mero esteta, creatore di inquadrature belle ma vuote. Ma anche la reazione dell’artista messo di fronte al sospetto che le epifanie del suo cinema siano la conseguenza di idee calcolate a tavolino e non espressione immediata del sentimento.

Vere o meno che siano tali supposizioni il nuovo lavoro del regista napoletano – La Grazia, presentato in anteprima nelle sale italiane in attesa dell’uscita ufficiale prevista per il prossimo 15 gennaio – risponde a chi, dopo Parthenope, aveva messo in dubbio la consistenza del suo cinema liquidando il film come il più debole della sua filmografia, definito e risolto intorno alla fotogenia della protagonista femminile. Rispetto a quello, La Grazia sembra quasi un ritorno all’antico non solo perché a interpretare il Presidente della Repubblica Italiana alle prese con la responsabilità delle sue funzioni c’è un Toni Servillo restituito alla centralità – narrativa ma anche interpretativa – avuta in film come L’uomo in più, Le conseguenze dell’amore, Il Divo e La grande bellezza.

A testimoniarlo è anche la sintonia con cui immagine e parola si incontrano per costruire i due piani del film: quello fattuale riferito all’istituto clemenziale conferito al Presidente della Repubblica Italiana, e dunque ai dubbi che assillano Mariano De Santis, rispetto ai possibili beneficiari, e l’altro, riferito alla condizione dell’anima, e dunque alla grazia menzionata nel titolo, opposto della pesantezza del vivere che attanaglia il personaggio di Servillo, bloccato di fatto dalla capacità di inter – agire con il mondo che lo circonda.

Il racconto

Un binomio destinato a diventare problematico fin dalla sequenza iniziale, con il movimento di macchina – dall’alto verso il basso – che collega cielo e terra volto a riflettere il contrasto tra ideale e reale ragionando sulla vertigine esistente tra il primato della funzione presidenziale, riassunto dalle didascalie sospese nell’azzurro del cielo, e le pastoie esistenziali di chi è stato eletto per prendersene cura, spinto verso il basso da dubbi etici e tormenti personali che fanno del Quirinale una sorta di Elsinore contemporanea.   

Sorrentino si serve della stessa inquadratura per dare vita all’altra componente del racconto, quella più propriamente esistenziale, relativa ai legami familiari di Mariano De Santis. Lo fa ancora una volta attraverso una seconda antitesi, collegando l’assenza di gravità della sfera celeste ripresa dall’immagine d’apertura con la necessità di restare con i piedi per terra a cui rimanda la facciata del Palazzo del Quirinale, punto d’arrivo del piano sequenza che apre il film e chiara allusione alle aspirazioni del protagonista, desideroso, ma impotente quando si tratta di liberarsi dalle zavorre che gli impediscono di vivere. Un’aspirazione destinata a trovare soluzione nell’inquadratura conclusiva, con la visione dell’ex Presidente fluttuante all’interno della stazione spaziale creata ad arte per trasfigurare la fine del viaggio e in particolare il cambiamento di stato del protagonista finalmente pronto a librarsi verso l’alto occupando lo spazio lieve che la sequenza iniziale gli aveva negato.

Di immagini belle e significative La Grazia di Paolo Sorrentino è piena a testimonianza di un fervore artistico capace di operare al limite del lecito senza cadere mai nell’eccesso. Ne La Grazia la ricerca del bello va di pari passo con la volontà di dare senso a ogni singola sequenza, come dimostra quella relativa alla visita ufficiale del Presidente portoghese in cui il gioco di specchi tra De Santis e il collega straniero – con l’impasse esistenziale del primo destinato a materializzarsi nel destino avverso che impedisce all’ospite di raggiungere la metà – è il risultato della combinazione tra la mimica dei corpi – quello di Servillo rigido e contratto a rifletterne il blocco psicologico, quello del politico lusitano che si ribella alla stasi senza successo, e il lavoro sul tempo – con la slow motion a cristallizzare una rappresentazione della condizione umana vicina a quella formulata da Camus ne Il mito di Sisifo

I personaggi

Che poi La Grazia sia un film fondato sulla capacità degli attori di dare vita ai caratteri della storia e su quella di Sorrentino di scegliere le facce che li devono interpretare non è una novità per chi ha saputo regalare al nostro immaginario un personaggio indelebile come quello di Jep Gambardella. Semmai c’è da registrare come nel cinema del regista napoletano la presenza di figure di alto profilo politico e religioso rispecchi la visione di un mondo in cui le differenze tra alto e basso esistono solo sul piano della forma, ma non su quello che determina l’essenza dell’umano. Questo fa sì che all’interno di una carrellata di personaggi dalla personalità spiccata sia sempre possibile trovare un filo rosso capace di azzerarne le distanze evidenziandone invece le analogie. Come quelle che esistono (solo per fare un esempio) tra Mariano De Santis e il Titta di Girolamo de Le Conseguenze dell’amore, accomunati come sono, non solo da pregi e difetti, da dubbi etici e morali, ma anche dalla tensione prodotta dal desiderio di ribellarsi dalle prigioni che si sono costruiti e anche da un’apatia che li spinge a lasciare tutto com’è.

Nell’oscillare tra questi due stati Toni Servillo – ma va citata anche Anna Ferzetti per la bravura nel tenergli testa – mette ancora una volta in pratica la lezione dei grandi facendo dell’immobilità la chiave di una performance carismatica e magnetica sull’insostenibile leggerezza dell’essere.

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