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Sundance Film Festival: i film più attesi dell’edizione 2026
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5 giorni agoon
L’inizio del nuovo anno porta con sé il privilegio di poter sognare con una nuova edizione del Festival di Sundance, manifestazione dedicata a tutte le forme di narrazione visiva che fanno parte del panorama produttivo indipendente. Organizzato ogni fine gennaio dal Sundance Institute – realtà no profit fondata da Robert Redford nel 1981 – Sundance non rappresenta solamente la vetrina più ambita del cinema a basso budget, ma anche l’eclettico spettacolo che dà prontamente il via alla nuova stagione festivaliera. Per non perdere traccia delle correnti che plasmano le tendenze cinematografiche contemporanee, è quindi imperativo restare aggiornati sull’offerta proposta dal Sundance, che si tratti di nuovi voci dell’industria statunitense, di progetti audaci provenienti dai più remoti angoli del mondo o di documentari destinati ad arrivare agli Oscar.
Un programma che nel complesso vanta un totale di 98 lungometraggi, selezionati a cavallo di diverse sezioni, in cui orientarsi può risultare complicato vista l’assenza di grandi nomi associati alla maggior parte dei progetti in questione. Ma niente paura! È qui che arriva in soccorso la nostra panoramica; tenetevi pronti ad arricchire la vostra lista dei desideri cinematografici con la prima carrellata di titoli targata 2026.
Sundance 2026 – Le anteprime più attese
Prima di addentrarci nelle sezioni competitive, svisceriamo i titoli di punta che verranno presentati nella categoria Premiere, dove risiede il cuore del prestigio di Sundance. Lo scorso anno questa è stata la casa di progetti fortunati quali Train Dreams e Se Solo Potessi ti Prenderei a Calci, recentemente candidati a Critics Choice Awards e Golden Globes, oltre che di Tutto Quello che Resta di Te, film palestinese che è stato molto apprezzato in Italia durante la sua permanenza nelle sale.
Nella sezione Premiere è facile anche incontrare documentari destinati al successo, aiutati dal fatto che qui a Sundance il loro mondo trova facilmente spazio sotto i riflettori più luminosi; Deaf President Now! e Come See Me in the Good Light sono gli esempi più recenti, entrambi provenienti dall’edizione 2025 e già disponibili su AppleTV.
Quest’anno sul fronte non-fiction salta subito all’occhio Time and Water di Sara Dosa, regista nominata qualche anno fa agli Oscar per Fire and Love, resoconto poetico e visivamente d’impatto della splendida storia d’amore tra due vulcanologi. La sua nuova capsula del tempo ruota attorno alla scomparsa di un ghiacciaio, il primo dichiarato ufficialmente estinto a causa del cambiamento climatico, pretesto con il quale Dosa ha intrapreso un viaggio assieme allo scrittore islandese Andri Snær Magnason, incaricato di scrivere un elogio funebre in suo onore.
I pezzi grossi da tenere d’occhio
Tra le proposte del 2026 spicca Frank & Louis, nuovo film di Petra Biondina Volpe, regista italo-svizzera reduce dal successo di L’Ultimo Turno, uscito di recente nelle sale italiane e incluso nei 15 titoli finalisti per la categoria internazionale degli Oscar. Questa volta l’azione si svolge in prigione, con protagonista un Kingsley Ben Adir (Bob Marley One Love) condannato all’ergastolo che accetta di aiutare i detenuti affetti da demenza e Alzheimer. Un percorso di redenzione che parte con mire egoistiche, col solo obiettivo di conquistarsi uno sconto della pena, ma che promette infine di mostrarci un barlume di umanità nel più disperato dei luoghi.
Occhi puntati anche su The Gallerist, una satira che sovverte i canoni dell’heist movie, in cui Natalie Portman e Jenna Ortega orchestrano un piano per vendere un cadavere a un’asta di opere d’arte. Nel cast anche Da’Vine Joy Randolph, Sterling K. Brown e Zach Galifisnakis.
Degno di nota Wicker, un’eccentrica favola radicata in una credenza popolare in cui Olivia Colman, che interpreta una pescatrice in un modesto villaggio, si fa cucire un marito che prenderà le sembianze di Aleksander Skarsgard. Il direttore della fotografia è nientemeno che Lol Crawley, fresco di premio Oscar per The Brutalist.
Infine, In the Blink of an Eye, uno dei progetti sulla carta più interessanti sulla carta. Andrew Stanton, regista e co-sceneggiatore di Wall-E, A Bug’s Life e Alla Ricerca di Nemo, propone un trittico di storie interconnesse che ragionano sul ciclo della vita, ambientate nel corso di centinaia di migliaia di anni.
Il ritorno in grande stile di Olivia Wilde
Courtesy of Sundance Institute | photo c/o The Invite
Sundance sarà anche il teatro del duplice ritorno sulla scena di Olivia Wilde, in due progetti distinti che la vedono protagonista davanti e dietro la cinepresa. L’attrice firma prima di tutto la regia di The Invite, un dramma relazionale che si svolge tutto in un appartamento, dove nel corso di una cena due coppie sull’orlo della rottura portano alla luce tensioni mai espresse a voce, tra insicurezze e rimpianti. La missione di scatenare scintille è affidata a un cast eccezionale, in cui la stessa Wilde è affiancata da Penelope Cruz, Edward Norton e Seth Rogen.
Olivia Wilde è poi protagonista dell’attesissimo I Want Your Sex, il nuovo film di Gregg Araki (Mysterious Skin), in cui interpreta la musa erotica di Cooper Hoffman (Licorice Pizza). Il regista è alla sua undicesima apparizione al festival, e per l’occasione ci trascina in un mondo esteticamente impreziosito fatto di gallerie d’arte, sesso, ossessioni e tradimenti.
U.S. Dramatic Competition: i film americani in competizione
La U.S. Dramatic Competition ospita le anteprime mondiali dei lungometraggi di finzione giudicati più audaci dal comitato di selezione, provenienti tutti da voci emergenti del panorama indipendente americano e radicati tematicamente nella contemporaneità statunitense. È importante non trascurare questi titoli, visto che puntualmente qualcuno di loro si rivela essere un piccolo capolavoro pre-annunciato per chi ha saputo leggere tra le righe. Basti pensare a Sorry Baby, recipiente del premio alla miglior sceneggiatura della scorsa edizione, un debutto per cui ormai l’aggettivo “folgorante” è diventato presto inflazionato.
I film in questa sezione si danno battaglia per il prestigioso Grand Jury Prize, premio più ambito del Festival, che, nonostante la presenza di altre sezioni competitive, battezza il film come vincitore del Sundance. L’anno scorso l’onore è andato ad Atropia di Hailey Benton Gates, proiettato successivamente in Italia al Lucca Film Festival e al NOAM di Faenza, realtà che ogni anno attinge in modo considerevole dal Sundance.
La U.S. Dramatic Competition conta dieci titoli; di seguito una selezione curata comprendente i più promettenti.
Carousel, Rachel Lambert
Partiamo dal ritorno al Sundance di Rachel Lambert, regista e sceneggiatrice dai toni accattivanti che aveva già partecipato all’edizione del 2023 con il suo Sometimes I Think About Dying, la cupa commedia romantica dove Daisy Ridley interpreta un’impiegata che si ritrova spesso a fantasticare sulla sua stessa morte.
Con Carousel, Lambert non sembra aver accantonato l’esplorazione della solitudine e di amori che generano implicazioni complesse. Il protagonista in questo caso è Noah, un medico divorziato interpretato da Chris Pine, che conduce a Cleveland un’esistenza solitaria calcolata nei minimi dettagli. Il suo unico obiettivo, oltre a mandare avanti lo studio medico di famiglia, è occuparsi della figlia ansiosa. Tutto viene sconvolto quando la sua ex fidanzata del liceo torna in città. Ora con esperienze di vita diverse, ma conservando la stessa attrazione l’uno per l’altra, i due si chiedono se rinnovare l’amore valga la pena di vivere l’inevitabile dolore e le complicazioni che ne conseguono.
The Friend’s House is Here, Hossein Keshavarz e Maryam Ataei
La coppia di registi, sceneggiatori e produttori composta da Hossein Keshavarz e Maryam Ataei aveva ricevuto un riconoscimento speciale al festival di Roma del 2010 per il loro debutto, Dog Sweat, assegnato direttamente dal Presidente della Repubblica. La targhetta recita: “Al film che meglio ha messo in rilievo i valori umani e sociali”. Dog Sweat intrecciava le vite di sei giovani iraniani, dilaniati tra desiderio e necessità di uniformarsi ai valori della società conservativa in cui vivono. Nonostante l’elogio della critica, la loro idea stilistica esuberante di dramma sociale non aveva mancato di inimicarsi parte del pubblico; sarà indubbiamente interessante scoprire se, dopo tutti questi anni, l’approdo a Sundance sia la conseguenza del completamento di un percorso di maturità artistica.
The Friend’s House è ambientato nella comunità artistica underground di Tehran, e tratta una delle tematiche storicamente più care a Sundance: l’assottigliamento della linea di demarcazione tra realtà e finzione. Basti pensare a gioielli come Theater Camp e Ghostlight, che hanno recentemente debuttato in questa competizione e alzato l’asticella per tutti i futuri lungometraggi che si prefiggono di raggiungere una catarsi a spese del palcoscenico teatrale.
Il film esplora l’umanità del popolo persiano attraverso le pratiche di una massa di giovani per i quali l’espressione artistica è la massima forma di libertà, e il mantenimento della dignità è l’atto estremo di resistenza. All’interno di questo microcosmo, due donne costruiscono per loro stesse un mondo di sogni e sorellanza, ma quando il loro circolo creativo viene portato allo scoperto, dovranno lottare per salvarsi a vicenda. Il film è stato descritto dagli addetti ai lavori come un’opera carica di vibrante gentilezza e tensione strisciante, abitata da interpretazioni impeccabili ed emotivamente inaspettato.
Ha-Chan, Shake Your Booty!, Josef Kubota Wladyka
Il film dal titolo più accattivante di questa edizione è fortunatamente anche uno dei più intriganti sulla carta.
Josef Kubota Wladyka, regista newyorkese da madre giapponese e padre polacco, fa un salto di qualità festivaliero comparendo a Sundance dopo l’anteprima a Tribeca del suo precedente film. I suoi primi due lungometraggi hanno ricevuto diverse candidature agli Indie Spirit Awards, uno dei palcoscenici più importanti del cinema indipendente. Particolarmente degno di nota lo sforzo compiuto con Dirty Hands, il suo debutto, interamente girato lungo le coste della Colombia che affacciano sul Pacifico, un’area che riporta ferite profonde per colpa del traffico di droga. Inoltre, ed è qui che il sui curriculum acquisisce un ulteriore strato di ecletticità, ha diretto alcuni episodi di One Piece e Narcos.
La passione dei genitori di Wladyka per la danza è sicuramente parte delle influenze di Ha-Chan, Shake Your Booty!, ambientato nell’energico mondo delle sale da ballo competitive di Tokyo. Haru e Luis amano questo sport, ma dopo che una tragedia li colpisce duramente, Haru si ritira in isolamento, e serviranno tutti gli sforzi degli amici per convincerla a tornare in pista. Ci vengono promesse coreografie rinvigorenti e una sceneggiatura effervescente, sospesa tra comicità e lutto, in un film descritto dal festival stesso come al contempo audace e stravagante. Riuscirà Haru – interpretata dalla già acclamata Rinko Kikuchi (Babel), prima attrice giapponese a essere candidata agli Oscar nella storia del premio – a sfuggire al dolore della perdita intraprendendo un viaggio fatto di numeri di danza esplosivi che si riflettono sui movimenti di macchina?
Josephine, Beth de Araùjo
Sundance significa anche incuriosirsi per i grandi nomi che sovente partecipano ogni anno anche ai piccoli progetti della competizione. In Josephine ritroviamo Channing Tatum, che esce da un 2025 particolarmente fortunato per la sua carriera. Prima è arrivato Atropia, film vincitore dell’ultima edizione di Sundance, e poi Roofman, commedia tratta da una storia vera accolta calorosamente a Toronto – dal regista di Blue Valentine e Come un Tuono – in cui l’attore recita al fianco di una straordinaria Kirsten Dunst, nominata agli Indie Spirits per la sua interpretazione.
Josephine è il secondo lungometraggio di Beth de Araùjo, regista il cui debutto in chiave horror è stato distribuito dalla popolare casa di distribuzione Blumhouse. La trama racconta di Josephine, bambina di 8 anni che assiste accidentalmente a un crimine. Spiazzata dall’improvvisa perdita di sicurezza e impotente davanti a una rabbia appena scoperta, che non riesce a comprendere appieno, il suo istinto è quello di reagire in modo aggressivo per riprendere il controllo della sua vita. Nel frattempo i genitori, interpretati da Channing Tatum e Gemma Chan, non sanno che pesci prendere; un padre estremamente protettivo e una madre sensibile, volenterosi di aiutare la figlia a dimenticare la violenza, ma mal equipaggiati nell’affrontare questo scenario complesso.
Il film è descritto sui canali del festival come un ritratto familiare teso e trascendentalmente empatico, e a giudicare dalle scelte azzeccate che sono state compiute dall’agente di Tatum, è uno dei titoli da tenere d’occhio.
Run Amok, NB Mager
In una selezione che si promette di confrontarsi con tematiche rilevanti nella contemporaneità americana, Run Amok si distingue prefissandosi direttamente di esorcizzare con stile uno dei demoni più spietati che tormentano la società statunitense. Ecco che la sparatoria in una scuola viene trasformata in un musical, da chi è stufo di affidarsi alle preghiere e decide di affrontare a viso aperto la tragedia.
La trama segue Meg, un’adolescente delle superiori che mette in scena un elaborato spettacolo teatrale incentrato sul giorno che, nel contesto del suo istituto, tutti cercano invano di dimenticare.
Non è un caso che questa premessa audace coincida con alcune tra le descrizioni più iperboliche di tutto il bugiardino del programma, con gli addetti ai lavori che descrivono il film, parafrasando, come un “miracolo di umorismo nero con una sceneggiatura intrisa di dolore”. La regista NB Mager al suo debutto sembra quindi offrire agli spettatori la possibilità di immergersi in una visione immediatamente riconoscibile come singolare e rinfrescante, ma al contempo equipaggiata della stratificata complessità necessaria a ragionare su una realtà assurda in cui a rimetterci sono gli studenti.
World Cinema Dramatic Competition: i film internazionali in competizione
Parallelamente alla competizione locale statunitense, considerata da molti la categoria principale del Festival, concorrono per un omonimo premio anche dieci progetti provenienti dal resto del mondo. L’obiettivo è il medesimo; offrire un palcoscenico ai talenti emergenti che proiettano lo sguardo al futuro, e che riflettono questa tendenza nello stile.
Big Girls Don’t Cry, Paloma Schneideman
Courtesy of Sundance Institute | photo by Jen Raoult.
Paloma Schneideman è una regista (e musicista) neozelandese che ha partecipato al programma accademico A Wave In the Ocean condotto nientemeno che dal premio Oscar Jane Campion. Big Girls Don’t Cry, il primo lungometraggio germogliato da questa iniziativa, si propone come un nuovo tassello nel canone del cinema di formazione queer.
Nel corso di un’estate nella Nuova Zelanda rurale, una 14enne si confronta con desiderio e identità imitando le persone da cui spera di essere amata. Conoscerà anche un gruppo di ragazzi più grandi, la prima generazione per cui la curiosità verso la sfera sessuale è strettamente legata alle avventure che si intraprendono grazie a internet.
Cos’è il cinema, se non anche un mezzo per dare vita a sensazioni impossibili da esternare? Nello spazio liminale tra innocenza e adolescenza, dove si è al contempo spaesati e liberi, Big Girls Don’t Cry incuriosisce proprio per la speranza che riesca a codificare un linguaggio visivo capace di trasmettere un vissuto interiore intraducibile a parole.
Extra Geography, Molly Manners
Galaxie Clear and Marnie Duggan appear in Extra Geography. Courtesy of Sundance Institute | photo by Clementine Schneiderman
In un collegio femminile inglese, due migliori amiche affrontano le sfide dell’adolescenza, districandosi in un percorso di crescita dove ragazzi e studio sono all’ordine del giorno. Il loro progetto scolastico? Innamorarsi e conquistare la prima persona che vedono! Il titolo del film è presto spiegato, considerato che il loro obiettivo finirà per essere la maestra di geografia.
Molly Manners, regista della miniserie premiata ai BAFTA, One Day, debutta elegantemente sul grande schermo con un lungometraggio ironico e toccante, dove il grande protagonista è l’amicizia totalizzante di due ragazze. La sua regia orchestra una giocosa coreografia dove i pensieri e i movimenti delle due amiche sono perfettamente sincronizzati, dando vita a una danza i cui ingredienti sono simbiosi, sarcasmo e Shakespeare (da entrambe ritenuto una schifezza).
The Huntress (La Cazadora), Suzanne Andrews Correa
La sceneggiatrice e regista Suzanne Andrews Correa, già pluripremiata al Sundance per i suoi cortometraggi, fa ritorno al Festival con lo straziante ritratto di una donna spinta agli estremi da una cultura oppressiva costruita intorno a violenza, intimidazione e silenzio. Per chi aveva amato l’ensemble femminile di Emilia Perez è l’occasione di rivedere sullo schermo Adriana Paz, che offre un’interpretazione intensa nei panni di Luz, donna tormentata che cerca disperatamente di proteggere la figlia adolescente.
Zi, Kogonada
Non potevamo che chiudere con quella che per molti cinefili rappresenta il tassello più entusiasmante di questa edizione. La prelibata portata principale in questione, nascosta nei meandri del programma sotto l’etichetta NEXT, è nientemeno che Zi, il nuovo film di Kogonada, regista la cui sensibilità sommessa sembra essere stata plasmata a puntino attorno alle stesse atmosfere che conferiscono una ragione di esistere al Sundance.
NEXT è una sezione competitiva secondaria del festival di Sundance, equiparabile a quello che Orizzonti rappresenta nel contesto della Mostra del Cinema di Venezia. Ma a maggior ragione, in una realtà come Sundance, già costruita attorno ai progetti indipendenti, i titoli in questa categoria spingono al limite i motori della creatività.
Non fatevi ingannare dal basso profilo, Kogonada qui gioca in casa. Appena pochi mesi dopo l’uscita nelle sale della prima delusione che il regista ha consegnato ai suoi fan, A Big Bold Beautiful Journey – Un Viaggio Straordinario, ecco che l’occasione di riscatto appare molto più affine a Columbus e After Yang, lungometraggi che lo hanno reso precocemente un autore di culto.
Il film è ambientato a Hong Kong, dove una donna tormentata da visioni di una sua versione futura incontra uno straniero che le cambia la vita nel corso di una singola notte.