Con Slingshot, il film di fantascienza uscito nelle sale nel 2024 e attualmente disponibile su Prime Video, il regista svedese Mikael Håfström firma un’opera claustrofobica e intimista che utilizza il viaggio spaziale come dispositivo narrativo per indagare la fragilità mentale, il senso di colpa e il peso della memoria. Il cast, ristretto al minimo per sottolineare la tematica della solitudine rispetto allo spazio immenso, vanta interpreti d’eccezione come Casey Affleck, Laurence Fishburne, Emily Beecham e Tomer Capone.
Slingshot. Una missione apparentemente impossibile
John (il premio Oscar Casey Affleck) è un astronauta impegnato in una missione spaziale di lunga durata diretta verso Titano, luna di Saturno, a bordo di una capsula essenziale, in compagnia di Nash (la star di The Boys, Tomer Capone) e del comandante Franks (il premio Oscar Laurence Fishburne). Per accelerare il viaggio altrimenti impossibile e garantire il successo della missione, l’equipaggio deve portare a termine una manovra di slingshot (da cui il titolo) gravitazionale intorno all’orbita di Giove.
Fin dalle prime sequenze è chiaro che l’obiettivo scientifico rappresenta solo una parte del racconto. Il vero fulcro narrativo del film è la mente di John, segnata da un passato irrisolto e da un rapporto sentimentale interrotto con la brillante Zoe (Emily Beecham), che riaffiora sotto forma di ricordi, visioni e allucinazioni. L’isolamento, la distanza dalla Terra e l’uso di farmaci sperimentali per gestire il sonno e la lucidità mentale iniziano a incrinare la percezione della realtà dei membri, trasformando il viaggio in una lenta discesa nell’instabilità.
La solitudine come forza di gravità
Slingshot si colloca nella tradizione della fantascienza psicologica, dove lo spazio non è tanto un luogo fisico quanto uno stato mentale. La capsula spaziale diventa un’estensione della psiche del protagonista, angusta e a tratti soffocante. Il regista svedese costruisce un’atmosfera di costante sospensione, in cui il confine tra ciò che è reale e ciò che è immaginato si fa sempre più labile. Non mancano, naturalmente, le citazioni, più o meno esplicite, ad alcuni capisaldi del genere, dai classici 2001: Odissea nello spazio e Solaris ai più recenti Interstellar e Passengers.
Il film procede per sottrazione, rinunciando a spiegazioni eccessivamente tecniche per concentrarsi sull’esperienza emotiva dei personaggi. La sceneggiatura privilegia il non detto, il silenzio, gli sguardi di sospetto, lasciando allo spettatore il compito di orientarsi in una narrazione volutamente ambigua. È una scelta che richiede attenzione e pazienza, ma che restituisce un senso di inquietudine coerente con il tema centrale: cosa resta dell’identità quando ogni punto di riferimento spaziale e morale viene meno?
Un protagonista spezzato e perso
Le interpretazioni sono mirabili e coerenti con la narrazione, sebbene i personaggi non siano del tutto nuovi agli appassionati del genere. Casey Affleck offre una prova misurata e trattenuta, costruendo un personaggio distante anni luce dall’eroe spaziale tradizionale. John non è un simbolo di progresso o conquista, ma un uomo spezzato, che ha accettato la missione come forma di fuga più che come vocazione. Il suo corpo fluttua nello spazio, mentre la mente resta ancorata a un passato che non smette di tormentarlo e confonderlo.
Al suo fianco, Laurence Fishburne incarna una figura dall’ autorità ambigua, rassicurante e al tempo stesso spaventosa, mentre Tomer Capone rappresenta l’elemento più istintivo e umano dell’equipaggio, prima vittima dell’horror vacui dato dall’immensità dello spazio. I rapporti tra i tre sono tesi, regolati da gerarchie fragili e da una fiducia che si incrina man mano che la missione procede.
Il precario equilibrio tra suggestione e ripetizione
Dal punto di vista visivo, Slingshot adotta un’estetica coerente con il genere, che predilige luci fredde, inquadrature strette e un uso controllato degli effetti speciali. La regia evita l’enfasi, preferendo un minimalismo che rafforza il senso di isolamento ma che, a tratti, rischia di appiattire il ritmo. Alcune sequenze insistono sulle stesse dinamiche emotive, generando una sensazione di reiterazione che potrebbe mettere alla prova lo spettatore meno disposto ad accettare la lentezza come parte integrante dell’esperienza. I numerosi plot twist, presenti soprattutto nella seconda metà del film, contribuiscono tuttavia ad accelerare il ritmo narrativo e sorprendere costantemente lo spettatore, fino all’ultimo minuto della pellicola.
Questa scelta è coerente con l’idea di un tempo dilatato, quasi immobile, in cui ogni giorno sembra identico al precedente e la mente cerca disperatamente un appiglio. La costante alternanza con i flashback che delineano la sottotrama romantica tra John e Zoe riesce nell’intento di alleggerire la pesante tematica della solitudine, alimentando allo stesso tempo la tensione emotiva della narrazione.
Un viaggio che guarda dentro
Slingshot è un film che utilizza la fantascienza come metafora della condizione umana contemporanea: la solitudine, la disconnessione emotiva, il bisogno di dare un senso al sacrificio. Non è un’opera che punta a stupire, ma a insinuarsi lentamente, lasciando una sensazione di inquietudine che persiste anche dopo la visione.
Pur con alcuni limiti strutturali e un ritmo volutamente rarefatto, il film riesce a costruire un’esperienza coerente e personale, in cui lo spazio diventa lo specchio di una crisi interiore. Slingshot non parla tanto del futuro quanto del presente, ricordandoci che, anche a milioni di chilometri dalla Terra, il peso più difficile da sostenere resta quello della propria coscienza.