“Il finale è quasi anti-spettacolare: rinuncia all’iperbole per abbracciare la chiusura come dissolvenza.”
Per anni Stranger Thingsè stata molto più di una serie televisiva: è diventata un rifugio generazionale, un’operazione di nostalgia consapevole, una macchina pop capace di trasformare biciclette, walkie-talkie e canzoni dimenticate in simboli globali. Poi il tempo è passato, i bambini sono cresciuti, il mondo è cambiato, e la serie più vista al mondo si è trovata davanti all’unica domanda che conta davvero: come si chiude un racconto che ha fatto della crescita il suo tema centrale?
Il finale di Stranger Things 5risponde perfettamente a questa domanda. Smette di rincorrere l’effetto e chiude i conti con la propria storia. Non punta sull’escalation né sulla nostalgia, ma su una ridefinizione netta del racconto, che rilegge retroattivamente l’intera saga come una storia di crescita, perdita e disincanto. È una conclusione che divide, perché rifiuta di rassicurare, ma che proprio per questo ti permette di guardare ciò che resta quando l’infanzia finisce, quando il mito si consuma, quando persino l’orrore smette di essere spettacolo e diventa memoria. È da qui che la saga compie il suo ultimo gesto narrativo, trasformando un blockbuster seriale in un racconto sul tempo, sulla perdita e sull’impossibilità di restare per sempre a Hawkins.
Una lunga resa dei conti
La stagione finale si costruisce come una lunga resa dei conti. Negli ultimi minuti, più che risolvere enigmi o sconfiggere mostri, Stranger Things compie un’operazione di riavvolgimento simbolico. Hawkins non è più il teatro dell’orrore, ma il suo relitto: una città spezzata, stanca, che porta addosso le cicatrici di anni di rimozione. Il Sottosopra non è più un “altrove”, bensì una presenza sedimentata, quasi geologica. Vecna non è più il cattivo, è la conseguenza. I personaggi crescono, diventano consapevoli di aver vissuto in un racconto che non può più proteggerli. Non c’è una vittoria piena. C’è una chiusura. La minaccia viene neutralizzata a costo di qualcosa che Stranger Things aveva sempre protetto: l’illusione che l’amicizia basti a salvare tutto. L’ultimo atto è fatto di sacrifici, separazioni, di personaggi che smettono di essere gruppo e tornano individui. Ed è qui che la serie diventa adulta davvero, rinunciando alla sua comfort zone emotiva.
Addio a pop e citazioni
I Fratelli Dufferabbandonano pop e citazioni e adottano una regia più asciutta, quasi classica. Il montaggio rallenta, i campi si allargano. La musica, che un tempo era una vera e propria guida emotiva, viene usata con parsimonia. Il silenzio diventa parte del racconto. L’ultimo episodio lascia le immagini respirare, come se il tempo stesso fosse stanco di correre.
E poi c’è l’ultima sequenza. Hawkins, finalmente quieta. I personaggi non più riuniti: chi resta, chi parte, chi guarda indietro senza più poter tornare. Nessuna battuta memorabile, nessuna promessa. Solo sguardi che accettano la fine. Qui Stranger Things si immobilizza. Rimane la forma, levigata dal tempo e dal dolore. E per i fan è impossibile non sentire il peso di questo addio.
Stranger Thingsè stata una delle pochissime serie capaci di trasformare l’intrattenimento di massa in esperienza generazionale. Ha parlato di paura, di crescita, di perdita, senza mai fingere di essere diversa da ciò che era: un racconto pop con un cuore sincero. Il finale non è perfetto. È giusto. E in un’epoca di universi infiniti e resurrezioni programmate, chiudere davvero è un atto di coraggio.
L’evoluzione dei personaggi in Stranger Things 5è il vero racconto sotterraneo del finale. Più ancora della battaglia conclusiva, ciò che resta è il modo in cui questi arrivano alla fine diversi da come li avevamo incontrati. Non migliori. Non peggiori. Più consapevoli. E quindi più fragili. Undici, baricentro morale ed emotivo della serie, alla fine, non è l’eroina che impara a controllare il potere. É definita non da ciò che può fare, bensì da ciò che sceglie di non essere più, e proprio per questo diventa finalmente umana. Mike, da leader spontaneo si trasforma in una figura che accetta di non guidare tutto. L’amore per Undici smette di essere missione e diventa relazione. Dustin resta il personaggio che paga il prezzo emotivo più alto. Il suo entusiasmo nerd, che all’inizio era scudo e motore narrativo, nel finale diventa memoria dolorosa. Lucas cresce perché capisce che il coraggio non è esporsi, ma restare.
Max, presenza-assenza centrale del finale, diventa ciò che resta dopo il trauma. È il vuoto che riorganizza tutti gli altri. La sua evoluzione non è un percorso, ma una cicatrice. Will è il personaggio che più di tutti ha sempre “saputo” prima degli altri. Cresce quando smette di essere solo il ragazzo salvato e diventa colui che può desiderare, dichiararsi, esistere. Hopper e Joyce, infine, rappresentano l’evoluzione adulta: non la guarigione, ma la possibilità di convivere con la perdita. Hopper impara a proteggere senza controllare, Joyce a non vivere solo in funzione della catastrofe. Insieme incarnano un’idea di famiglia non come rifugio, ma come costruzione imperfetta.