Luz si introduce con una sequenza di forte impatto: un volo planato sulla metropoli asiatica di Chongqing, immersa in luci al neon dai colori fluo che disegnano uno skyline evocativo e densi synth anni ’90.
Luz: un concetto multidimensionale tra reale e virtuale che non sempre convince
Flora Lau dimostra indubbia inventiva nel trasformare un tema anticonformista come quello della realtà virtuale in un dramma silenzioso che attraversa Oriente e Occidente. Tuttavia, il film finisce per apparire più come un’esibizione di forza visiva che come una narrazione compiuta.
La fotografia di Benjamín Echazarreta adotta spesso una prospettiva in prima persona, facendo sì che la macchina da presa diventi letteralmente lo sguardo del personaggio — una scelta che ricorda l’approccio sperimentale di Nickel Boys di RaMell Ross. Affascinante anche il modo in cui i personaggi “entrano” ed “escono” dal digitale: flussi di pixel colorati, portali geometrici, transizioni che rivelano un pensiero formale complesso.
La crescente sfocatura tra mondi — reale e virtuale — produce un disorientamento che, se da un lato è concettualmente intrigante, dall’altro introduce una distanza emotiva. Nemmeno le solide interpretazioni di Isabelle Huppert(Sabine) e Xiao Dong Guo (Wei) riescono a colmare del tutto questa freddezza. Con l’avanzare della trama, il confine tra Luz e la realtà si assottiglia fino quasi a scomparire, rendendo più arduo seguire e sentire davvero l’evoluzione dei personaggi.
Il dittico narrativo di Flora Lau: affascinante ma incompiuto
Isabelle Huppert, con la sua tipica grazia feroce, appare in scena fumando una sigaretta elettronica e indossando un abito chic dopo una serata parigina. Stavolta presta la sua intensità a Sabine, un’artista francese malata che rifiuta di trascorrere i suoi ultimi giorni immobilizzata a letto. Il suo personaggio rappresenta solo una delle quattro figure che compongono un dittico narrativo sulla disconnessione familiare, diviso tra Parigi, Chongqing e un regno interstiziale di realtà virtuale: uno spazio in cui i personaggi sembrano destinati a incontrarsi e colmare i loro vuoti.
Dall’altra parte della trama, Wei (Xiaodong Guo), scagnozzo di un boss locale, passa ore — e molti soldi — a seguire via streaming la figlia Fa (Enxi Deng), da cui è separato da tempo, senza mai trovare il coraggio di rivelare la propria identità.
Il cervo traslucido che apre il film ricompare come dipinto nel karaoke del boss di Wei: una sorta di portale simbolico che collega la sua sofferenza paterna al tormento di Ren (Sandrine Pinna), giovane mercante d’arte di Hong Kong in viaggio verso Parigi per visitare la matrigna Sabine. Il padre di Ren è l’artista autore del dipinto.
Per sfuggire alla solitudine, sia Ren sia Fa si rifugiano in un popolare gioco di realtà virtuale, Luz, in cui accedono tramite un visore caratterizzato da una luce blu.
In Luz perdersi è facile ritrovarsi molto meno
In una scena ironica, Wei cerca di interagire con un barista olografico, scoprendo presto quanto sia artificiosa l’esperienza. Sta cercando Fa e intuisce di poterla ritrovare solo in quel paesaggio intangibile. Tuttavia, al di fuori delle ambientazioni più curate — come la Foresta del Crepuscolo del gioco — molte scene risultano visivamente piatte ed emotivamente spente.
Anche il rapporto teso tra Sabine e Ren, segnato da sentimenti contrastanti verso l’uomo che le ha unite, fatica a evolversi in una riflessione più profonda sui rispettivi conflitti.
La presenza magnetica della Huppert impreziosisce diversi momenti, specialmente in una sequenza ambientata in mare, vibrante e sospesa. Ma nell’insieme, il materiale narrativo non riesce a starle al passo. Alcuni passaggi si lasciano prevedere troppo facilmente: i personaggi più adulti (Sabine e Wei) inizialmente diffidenti verso la tecnologia immersiva finiranno, prevedibilmente, col comprenderne il valore grazie alle giovani donne che ruotano loro attorno.
Nel mondo di Luz, l’insicura Ren evolve in un’eroina determinata; Wei, invece, permette a se stesso un barlume di vulnerabilità pur di convincere Fa del suo amore. Le due storie si intrecciano infine nella realtà virtuale, dove Ren e Wei si incontrano e riflettono sulle ragioni profonde che li hanno spinti a rifugiarsi continuamente in Luz.
La frammentazione narrativa genera un’inevitabile alienazione del pubblico
La moltiplicazione delle trame e delle sottotrame — soprattutto nella parte dedicata a Wei, tra amici in difficoltà e relazioni sentimentali appena accennate — produce un diffuso senso di alienazione. Luz rimane un’opera sospesa tra ambizione e irrisolutezza: un film che osa guardare oltre il reale, ma che a volte inciampa proprio nel tentativo di dare un corpo alle sue idee più luminose. Flora Lau costruisce un mondo visivamente magnetico, dove ogni pixel sembra portare con sé una promessa di connessione; eppure, quando le luci si spengono, ciò che resta è soprattutto la sensazione di una ricerca incompiuta. Come i suoi personaggi, anche lo spettatore attraversa foreste digitali e città lontane in cerca di un punto d’incontro che quasi mai si realizza davvero. Luz affascina, sfiora, seduce — ma resta un bagliore che illumina solo per un momento, lasciando dietro di sé più domande che risposte.
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