L’infanzia è il fil rouge che lega molti dei film in concorso alla 43° edizione del Torino Film Festival, anche il cortometraggio What Have You Done, Zarina diretto dalla regista kazaka Camila Sagyntkan si inserisce all’interno di questo filone. Opera che non ha paura di guardare dritto negli occhi il tabù della gravidanza adolescenziale in un contesto in cui la vergogna è più forte della parola, e il silenzio più violento della colpa.
Protagonista è Zarina (Yenlik Kozyke), quindicenne che scopre di essere incinta dopo aver subito una violenza e decide di liberarsi della gravidanza senza che nessuno lo sappia. Ogni tentativo, però, invece di riportarla alla normalità, la trascina più a fondo in un vortice oscuro: bugie, isolamento, sensi di colpa che non le appartengono. Il suo mondo si sfalda a poco a poco, non per ciò che è accaduto, ma per ciò che la società non le permette di dire. Sagyntkan mette in scena questo processo con un realismo asciutto, privo di giudizi e privo di consolazioni; un cinema che non offre scuse agli adulti che non vedono, agli uomini che non ascoltano, alle istituzioni che non parlano.
Una società che insegna il silenzio, non il rispetto
Il cortometraggio è ispirato ad un fatto reale, Sagyntkan racconta di una ragazza della sua scuola, rimasta incinta alla stessa età di Zarina. Un fatto che nessuno poteva nominare: né a scuola, né alla polizia, né in famiglia. Un’interdizione totale. Tutto parte di una struttura precisa: in Kazakistan – come in molti altri Paesi – alle ragazze si insegnano prudenza, decoro, silenzio; ai ragazzi, raramente, rispetto ed empatia. Il film non è solo una storia intima, ma un’analisi culturale. La cineasta interroga lo spettatore su diverse questioni: Perché si incolpa una ragazza quando è vittima? Perché manca l’educazione sessuale? Perché le famiglie hanno paura del dialogo?
Domande rimaste sospese, che nel film diventano la pressione invisibile che frantuma Zarina dall’interno. L’autrice evita ogni forma di retorica e mostra in maniera cruda ciò che il sistema produce: una giovane che deve affrontare da sola ciò che nessuno dovrebbe gestire senza sostegno.
Il realismo come resistenza
Sagyntkan rivendica un cinema diretto, senza filtri o estetizzazioni del dolore. Lo spettatore viene fin da subito gettato nella vita di questa adolescente, senza indicazioni o riferimenti; la macchina da presa osserva, segue, attende. Non salva la protagonista, ma la accompagna, non la giudica, ma la lascia respirare nel suo stesso silenzio. La fotografia e il montaggio costruiscono una tensione costante, un’ansia sottile che incrina lentamente il film, come la psiche della sua protagonista che arriva ad un’esplosione finale.
Nella stanza buia in cui Zarina sembra inghiottita, Sagyntkan apre anche un varco: la possibilità che un’amica, una singola presenza umana, possa essere l’argine minimo per sopravvivere. La solidarietà come ultimo lembo di luce nel sistema che l’ha condannata al mutismo.
Una regista che dà voce a chi non ne ha
Nata ad Almaty, Sagyntkan ha alle spalle una formazione giuridica che ha influenzato il suo modo di leggere responsabilità, colpa e ingiustizia. What Have You Done, Zarinaè solo il suo secondo cortometraggio, ma conferma uno sguardo autoriale già adulto: preciso, coraggioso, etico. Una filmografia in costruzione, ma già segnata da un principio guida: dare parola a chi la società ha troppa paura di ascoltare.
Un opera che scava dentro
What Have You Done, Zarina è un film diretto, che non solo racconta, ma denuncia. Sagyntkan scava nella vergogna che la società impone alle donne vittime di violenza e porta in primo piano ciò che normalmente rimane sepolto: la solitudine delle ragazze, l’assenza di educazione, il peso culturale della colpa. Il risultato è un cortometraggio teso, lucido e profondamente politico, che fa della vulnerabilità della sua protagonista una forma di testimonianza. In un cinema occidentale che spesso rimane neutrale scadendo in mera retorica, Sagyntkan sceglie il lato difficile: quello della verità.