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Nel cuore notturno di Barcellona: il viaggio emotivo di ‘Yo la busco’

Un ritratto delicato di una relazione che sfida le etichette

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All’ArteKino Festival 2025, nella selezione dei dodici titoli europei disponibili gratuitamente, arriva Yo la busco, opera prima di Sara Gutiérrez Galve, un progetto di tesi del 2018 prodotto da Nanouk Films con il supporto dell’Università Pompeu Fabra. Il film non è nuovo al circuito festivaliero: è stato presentato al Festival de Málaga, dove ha vinto la Biznaga de Plata al miglior attore e nominato ai Premi Gaudí come miglior film in lingua catalana. Gutiérrez Galve, che in anni più recenti ha lavorato anche a Emilia Pérez, porta con sé un modo di guardare le relazioni in grado di scardinare i confini più rigidi delle dinamiche affettive. La regista lo dice chiaramente, parlando del nucleo emotivo dell’opera:

“La cosa interessante è proprio il fatto che in realtà questa amicizia che ci viene presentata scardina la nozione stessa di amicizia. C’è un confine sempre più labile tra quello che è l’amicizia e l’amore. Esattamente, vengono rotti i canoni di quelle che sono le relazioni così come tradizionalmente intese.”

Ed è in questo spazio sospeso, in questa zona di confine in cui niente è più definito e tutto è ancora possibile, che Yo la busco trova la sua forma. Barcellona si trasforma in un labirinto notturno in cui seguire Max significa entrare nella fragilità di un rapporto che non si spezza, bensì si trasforma; un percorso fatto di incontri e silenzi.

Yo la busco: Un viaggio notturno nel cuore Barcellona

Il protagonista è Max, un giovane che condivide la casa con Emma (Laia Vidal), che da un giorno all’altro dovrà dirle addio. Emma non lascia il paese, non lascia Barcellona, bensì lascia la casa e con essa il loro rapporto. Andrà a vivere con il suo fidanzato, il quale sembra essere a conoscenza del loro rapporto di amore-amicizia. L’unico a non sapere di questo cambiamento sembra Max (Dani Casellas), che fino al giorno prima si è sentito dire di non poter tenere una sedia trovata per strada, poiché “infrange le regole.” Ed è lì che come in Alice nel paese delle Meraviglie, il giovane inizia a vagare senza meta. Incontrando diversi personaggi tondi, che non mancano di backstories, mentre quest’ultimo si ubriaca.

Sara Gutiérrez Galve racconta al ArteKino Festival che:

“Max l’ho conosciuto per caso, l’ho visto al cinema e gli ho chiesto il numero. Per anni non lo ho chiamato evidentemente, poi ho pensato a lui nel momento in cui abbiamo pensato di scrivere questo film (…) Ho chiesto a Max di presentarmi due o tre amiche, poi abbiamo conosciuto Emma che ci sembrava un personaggio particolare. Abbiamo anche vissuto con loro, parlato con loro, siamo stati a casa loro, quindi abbiamo visto un po’ come vivono prima di girare il film.”

Inoltre, afferma che la sua scelta nel ricadere su un protagonista maschile, fosse più facile. Con i ragazzi è meno dura. Si sente in qualche modo più affine, poiché il suo coinquilino del tempo era proprio un ragazzo. Il fatto che fosse più semplice parlare di un ragazzo che vaga di notte è stata poi una rivelazione successiva.

La fragilità dei rapporti attraverso gli occhi dei più giovani

Sin da subito, grazie alla scelta registica dei 4:3, l’opera ci dona un grande senso di intimità. La stessa intimità che troviamo nei piccoli gesti quotidiani, come il banale andare in bagno. Un atto intimo, che ci porta a osservare i personaggi da una nuova prospettiva, donando loro maggiore profondità umana, senza maschere sociali, solo loro stessi. E non hanno paura di mostrarsi per quello che sono. Emma ad esempio mentre è in bagno parla con Max attraverso la porta: entrambi seduti si guardano. Ci mostra la profondità del loro rapporto, che a sua volta gli permette di essere fragile l’uno con l’altro.

Ma qualcosa si rompe, nel loro sguardo, nella loro energia. Max inizia a tacere sempre di più. Una scelta compiuta con gli attori e non in fase di sceneggiatura, nella quale Gutiérrez Galve si è fatta affiancare da Núria Roura Benito.

“Inizialmente nel copione c’erano molti più dialoghi. Abbiamo poi cercato di vedere questa coppia e in effetti Max non parlava. Anche durante le prove abbiamo cercato di vedere se c’erano più dialoghi frontali e non ce n’erano.”

La vita degli altri in Yo la busco

Yo la busco, parla di una tematica ancora poco affrontata, della rottura di un’amicizia insolita. Di un’amicizia che non svanisce, ma che si trasforma, che non potrà mai più tornare ad essere come prima. Max durante il suo viaggio notturno incontra il ragazzo di Emma, Bruno (Oriol Esquerda), il quale gli rivelerà il suo progetto. Vuole diventare padre, vedere Emma incinta, costruire assieme a lei una vita.

Dopotutto ci troviamo nei trent’anni, c’è chi convive, chi è tornata dall’Australia, chi vuole andare via di casa e poi c’è anche chi non ha un piano. Proprio come Max e non c’è nulla di male in questo ed è proprio questa l’essenza del film. Un personaggio che si confronta, che cerca attraverso gli altri di capirsi, ma al contempo di conoscersi.

“Non puoi conoscere una persona in cinque minuti”

Gli dice Barbara, una barista a cui consegna il suo taccuino con i suoi disegni. Max pensa di leggerla attraverso essi. Ma siamo davvero sicuri che questo basti? Non è prepotenza? Oppure in qualche modo superficialità, pensare di definire qualcuno con così poco?

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