Un ex cacciatore perde il contatto con la natura, riuscendo a riconnettersi con essa grazie alla presenza di un grande bue nero
Ambientato nel Giappone del periodo della Restaurazione Meiji del XIX secolo, in un paese in via di transizione verso la modernizzazione, Black Ox esplora il rapporto fra l’uomo e il bue. Lo fa ispirandosi alle “Dieci illustrazioni del pastore di buoi”, una serie di raffigurazioni e brevi testi appartenenti alla tradizione buddista Zen, che descrivono il cammino verso l’illuminazione e il risveglio spirituale, cioè verso la realizzazione del vero sé.
In particolare, nel film di Tsuta, un ex cacciatore-raccoglitore (interpretato da Lee Kang-sheng, attore di Taipei noto per aver recitato in molti film di Tsai Ming-liang), perde il contatto con gli dèi della natura nel passaggio dalla montagna alla pianura, in un processo di “giapponesizzazione” e occidentalizzazione che stava interessando il Giappone del XIX secolo e il conseguente abbandono del suo isolamento di tipo feudale.
Nel passare dalla vita in montagna a una vita in pianura coltivando la terra, l’uomo incontra un grosso bue nero che, dopo alcuni tentativi, riesce ad addomesticare. Così, con il passare del tempo scandito dai ritmi delle stagioni, uomo e animale convivono sotto lo stesso tetto, nel tentativo, da parte dell’ex cacciatore, di riconnettersi con la natura.
I dieci quadri del pastore di buoi
Si tratta di una serie di antiche icone e brevi testi del XV secolo che, utilizzando la metafora del pastore che ha perso il proprio bue e vuole ritrovarlo, descrivono le tappe fondamentali di un cammino che porta alla scoperta della verità.
I vari capitoli di questa ricerca del vero sé sono rappresentati da una figura e da un testo di poche righe introdotto da un titolo che ne riassume il contenuto e indica le varie tappe da seguire affinché, colui che si è perso, possa ritornare a realizzarsi.
Un film accattivante e poetico realizzato in un elegante bianco e nero
In un formato 4:3 e con un’elegante fotografia in bianco e nero (a eccezione dell’inquadratura iniziale e della sequenza finale che sono girate a colori), Black Ox ripercorre le varie figure sino alla nona (“ritorno alle origini”), tralasciando la decima e ultima illustrazione.
Nonostante il fluire lento della storia e la quasi totale assenza di dialoghi (per lunghi momenti il protagonista rimane solo col bue e nel suo cammino ha solo sporadici incontri con altri uomini quali, ad esempio, una compagnia teatrale che porta in scena antiche danze rituali o un fotografo inglese che testimonia, con le immagini, la cultura di quei luoghi), il film di Tsuta Tetsuichiro risulta accattivante ed estremamente poetico, arricchito dalle belle musiche del maestro Sakamoto Ryuichi.
Riprendendo il protagonista solo con il suo bue, circondato da un paesaggio innevato o sotto il sole estivo, mentre ara i campi sotto la pioggia scrosciante, Tsuta lancia così un messaggio chiaro circa la necessità, da parte dell’uomo, di ritrovare se stesso riconnettendosi appieno con la natura.
Black Ox risulta così un film che, privilegiando le immagini sulle parole e facendo dei silenzi il proprio valore aggiunto, permette, in un certo qual modo, allo spettatore di riconnettersi con le origini di quell’arte chiamata cinema.