Torino Film Festival

‘Mi casa amarilla’: l’infanzia dopo la catastrofe secondo Michele Aiello

un viaggio infantile tra rovine e memoria, alla ricerca di una casa perduta

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Nel 2021, un’eruzione durata 85 giorni ha devastato una vasta area dell’isola di La Palma, nell’arcipelago delle Canarie, distruggendo quasi 3.000 edifici e condizionando la vite di circa 200 bambini e bambine. Il cortometraggio Mi casa amarilla diretto da Michele Aiello, presentato in concorso alla 43° edizione del Torino Film Festival, si concentra proprio su questa tematica. Marta e Aysha, due bambine che sembrano emerse da un futuro sospeso, giocano in un paesaggio che ha la consistenza di un deserto post-apocalittico. Ma quel terreno arido non è fantascienza: è ciò che resta dell’isola.

Aiello trasforma questo scenario reale in un dispositivo poetico. Il viaggio che Marta chiede alla sua amica di compiere — raggiungere insieme la vecchia casa dei nonni — diventa un rito di passaggio, una lenta elaborazione di un trauma che il mondo adulto spesso ignora o relega sullo sfondo delle sue priorità economiche. Il deserto è ferita e memoria, ma anche gioco, resistenza, tentativo di addomesticare una realtà che non ha più confini certi.

Un film nato “sotto il vulcano”

Il cortometraggio è stato realizzato durante la 3ª Aceleradora de Cine – La Palma, Islas Canarias “Werner Herzog: Bajo el volcán”, un workshop in cui la produzione LaSelva ha accoppiato registi e direttori della fotografia sconosciuti tra loro. Herzog, per undici giorni, ha guidato le coppie in un processo di creazione libera, incoraggiando un approccio quasi ascetico al cinema: pochi mezzi, molta immaginazione, un rapporto diretto con il territorio e i suoi misteri.

Aiello racconta di aver scelto Marta non appena ha letto il suo nome nell’elenco dei possibili protagonisti. Dieci anni appena, e il desiderio semplice ma potentissimo di mostrare la nuova casa dei nonni. Da questo slancio nasce l’idea di compiere il percorso inverso: tornare alla casa distrutta, insieme all’amica Aysha, e affrontare così lo spettro dell’eruzione.

Il film osserva le due bambine da vicino, senza mediazioni, lasciando che siano loro a indicare la direzione della storia. Il risultato è un cortometraggio che sembra muoversi tra documentario e finzione, impregnato dello stesso spirito che da sempre affascina Herzog: la ricerca della verità profonda attraverso la pura libertà creativa.

Il legame tra infanzia e catastrofe

Aiello firma un’opera che non parla della catastrofe, ma attraverso la catastrofe. Non c’è cronaca, non c’è ricostruzione tecnica dell’eruzione; c’è invece il modo in cui la vivono due bambine, tra immaginazione e perdita, tra gioco e paura. L’assenza degli adulti è totale e deliberata: Mi casa amarilla esiste in uno spazio che appartiene solamente all’infanzia, dove il trauma è un labirinto che si attraversa solo se si è in due.

Il film è anche una riflessione sulla capacità che hanno i bambini nel ricostruire un mondo dopo che esso è crollato. Marta e Aysha camminano, parlano, si fermano, ridono, si stringono, riconfigurano uno spazio etichettato come “zona rossa”. L’immaginario post-apocalittico che il film evoca non è un artificio estetico: è lo sguardo delle protagoniste, la loro maniera di tradurre la frattura che hanno vissuto.

Michele Aiello: un autore tra realtà, formazione e memoria

Regista italiano classe anni ’80, Aiello lavora da anni sul confine tra osservazione documentaria e partecipazione comunitaria. È socio di ZaLab Film e formatore nel programma nazionale “Operatori di educazione visiva a scuola”, esperienza che ha affinato il suo interesse per i processi collettivi e per le storie dei più giovani.

La sua filmografia si muove tra temi sociali, sguardi marginali e conflitti non dichiarati. Mi casa amarilla si inserisce perfettamente in questo percorso: un cinema che ascolta, che dà spazio ai più giovani come individui complessi, portatori di un’esperienza vera molto spesso sottovalutata dalla società.

Con appena dieci minuti, Mi casa amarilla apre una ferita e un varco nel tempo. Aiello filma ciò che resta dopo l’eruzione, ma soprattutto ciò che continua: il bisogno di raccontare, di ricordare, di camminare insieme verso un luogo che non esiste più, ma che continua a vibrare nel presente delle sue protagoniste. Un piccolo film capace di restituire l’immensa forza fragilità infantile di fronte alle catastrofi del mondo.

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