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IN SALA

Transformers 4 – L’era dell’estinzione

La svolta di Bay ha fatto sì che, malgrado la scontata oceanica lunghezza dei suoi film, stavolta anche lo spettatore un pochino più navigato non si irriti, bensì si diverta, grazie all’assenza del solito messaggio aggressivo di marca statunitense propugnato nei film precedenti. Per tale ragione ci sentiamo di affermare che questo episodio è il migliore tra i quattro apparsi sinora nelle sale

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transformers 4 L'era dell'estinzione

 

Anno: 2014

Distribuzione: Universal Pictures

Durata: 165′

Genere: Fantascienza

Nazionalità: USA

Regia: Michael Bay

Data di uscita: 16 luglio 2014

 

Il mondo oramai conosce bene la razza aliena dei cosiddetti Transformers, creature meccaniche senzienti e in grado di trasformarsi a piacimento. Le guerre intestine al popolo di questi fenomenali robot lo hanno diviso in due fazioni da secoli in lotta fra loro: quella degli spietati Decepticon e quella dei leali Autobot, andando a scatenare un conflitto che ha avuto come devastante conclusione la Battaglia di Chicago, ricordata con terrore dai terrestri. Da allora i Transformers si nascondono, braccati dai servizi segreti americani, i quali hanno cominciato una spietata caccia nei loro confronti. Per il vertice della CIA, infatti, la minaccia aliena è ora indistinta e anche gli eroici Autobot, che hanno difeso la Terra in più occasioni, sono considerati dei nemici da combattere.

Michael Bay non si smentisce e ci propone un film dall’immancabile magniloquenza. Dopo un inizio suggestivo e accattivante, la storia si sposta quasi subito in una quanto mai banale presentazione dei personaggi. Stavolta, al posto del protagonista dei primi tre episodi – quel Samuel Witwicky interpretato da Shia LaBeouf – troviamo una giovane e, ovviamente, avvenente biondina, in compagnia del padre, nonché scienziato incompreso (la star Mark Wahlberg). Simpatica è la trovata di mettere anche un terzo personaggio, a tratti demenziale, per punteggiare con battute abbastanza spiritose gli eventi; ci riferiamo all’aiutante di Wahlberg: una caricatura del classico americano senza cervello e perennemente con gli infradito. Bay è stato bravo a utilizzarlo nella storia solo per la prima parte ed esaurite le sue gag, il regista ce lo toglie dai piedi, e già questa è una bella novità per il genere di film in questione.

Bay si dimostra inoltre finalmente attento verso il dettaglio e la comprensibilità delle inquadrature nelle scene, che non sono più quel magma di confusione su schermo, come nel caso delle pellicole precedenti: durante i combattimenti capiamo chiaramente chi affronta chi. Il regista dà così prova di essere almeno in parte in una positiva fase evolutiva sia stilistica, che contenutistica.

Transformers 4 si conferma alla fine all’insegna del più smaccato “donne e motori”, insieme a tanta ottima azione. Il 3D e gli effetti speciali sono come sempre ai massimi livelli. Michael Bay è un po’ un James Cameron dei poveri, difatti entrambi hanno spesso diretto film dai budget faraonici. Tuttavia, a Bay manca il talento del collega canadese: le sue pellicole si esauriscono quasi sempre nell’aspetto visivo.

Una cosa però ci ha lasciati piacevolmente colpiti in questo ultimo episodio del franchise ispirato ai mitici giocattoli della Hasbro. Ovvero, il quasi totale abbandono del solito irritante ultranazionalismo americano, francamente non se ne poteva più. Purtroppo, di film che inneggiano alle “guerre giuste” dell’America ce ne sono ancora a bizzeffe. Triste raccontare come all’uscita dalla sala abbiamo sentito dei giovani critici mormorare: “USA, USA”. Grazie al cielo, costoro non sono nostri colleghi, giacché il cinema noi lo studiamo e non ci limitiamo a criticarlo; dunque non utilizziamo termini volgari e poco consoni quali: “americanata”. Questo lessico lo lasciamo volentieri a chi non applica alla analisi di una pellicola la stessa serietà di chi, per converso, come noi l’affronta alla stregua di un romanzo o di un quadro.

Ciò detto, siamo lieti di notare come Bay si sia orientato, speriamo in modo definitivo, verso quello che la critica specialistica definisce “primal enjoyment”: storie dalle trame basilari, quasi narrativamente primitive, ma alla fine politicamente innocue e assai divertenti, vocate all’escapismo. Un esempio famoso lo troviamo in un altro franchise di giocattoli portato al cinema, la serie G. I. Joe.

La svolta di Bay ha fatto sì che, malgrado la scontata oceanica lunghezza dei suoi film, stavolta anche lo spettatore un pochino più navigato non si irriti, bensì si diverta, grazie all’assenza del solito messaggio aggressivo di marca statunitense propugnato nei film precedenti. Per tale ragione ci sentiamo di affermare che questo episodio è il migliore tra i quattro apparsi sinora nelle sale, sperando che non ce ne sia però un quinto! Chiaramente sappiamo che ci sarà.

Riccardo Rosati

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