Fuori Concorso al 43esimo Torino Film Festival, I, The Song di Dechen Roder che ha debuttato al Tallinn Black Nights Film Festival 2024, dove la regista ha vinto il premio “Best Director’. Il film è stato scelto come candidatura ufficiale del Bhutan per la sezione “Miglior FilmInternazionale” agli Oscar 2026.
La Trama
Nima, insegnante di scuola elementare nella capitale del Bhutan, si trova improvvisamente travolta da uno scandalo: un video pornografico diventa virale sul web, e la donna viene ingiustamente accusata di esserne la protagonista.
Dopo aver perso il lavoro e compromesso la sua reputazione, Nima è determinata a provare la sua innocenza. Intraprende, così, un viaggio verso il sud del Bhutan, con l’intento di rintracciare la sconosciuta nel video: una sosia perfetta, di nome Meto. Ma la ricerca si rivela più difficile del previsto: inizialmente le viene detto che Meto ha lasciato il Paese e nessuno sa dove sia.
Nima cerca di ricostruire la vita della misteriosa donna del video, ricercando tutti coloro che la conoscono. Quando arriva nel villaggio natio della sua sosia scopre che, in realtà, Meto si trova ancora in Bhutan. La donna ha una storia legata a una canzone sacra, “rubata” o sottratta da persone della città, che la comunità considerava profanata.
I, the Song: La verità stonata di un canto rubato
Dechen Roder realizza un film che procede in modo frammentato, più interessato a scavare che a spiegare, più focalizzato sull’atmosfera che sulla fluidità narrativa. E questo, è, al contempo la sua qualità e il suo punto debole.
La regista realizza un’opera elegante, ma anche ostinata nella sua autoreferenzialità. L’idea di partenza è potente e, a suo modo, originale: una donna accusata ingiustamente dopo la diffusione di un video porno che non la riguarda, un viaggio per trovare la sua sosia e recuperare la verità, una canzone sacra strappata alle radici. Le premesse lasciano ben sperare.
Lo spettatore si adegua al respiro del Bhutan, alle sue pause, ai suoi silenzi. Ma, in più di un momento, il film sembra incatenato alla propria estetica, incapace di trovare quella tensione che la storia richiederebbe. La contemplazione diventa immobilità.
Molte scelte narrative sembrano più omissioni che intenzioni: la vicenda del video, l’identità di Meto, le colpe che circolano tra i personaggi: tutto resta sospeso.
Il microcosmo che circonda Nima rimane solo abbozzato. Sono voci che dovrebbero amplificare il dramma e, invece, sono poco più che ombre: funzionali, ma mai incisive.
La canzone sacra, il canto rubato, è l’unico vero fil rouge che tiene tutto insieme. Il tema dell’appropriazione culturale, della memoria tradita è complesso; l’intento è ambizioso ma il risultato debole.
Quando la regia smette di compiacersi e si mette davvero al servizio della storia, il film trova una direzione: la storia di due donne, uno specchio dell’altra, la violenza sociale, il (pre)giudizio, la forza di ricostruire un’identità, tematiche che hanno un peso e che, dunque, meritavano un’attenzione maggiore, un più ampio respiro.
I, The Song, probabilmente, risente del fatto che la regista, come lei stessa ha dichiarato, inizialmente aveva pensato a due film distinti.
Il primo tratto da una un articolo di un giornale locale, in cui una comunità remota del Bhutan sosteneva che la capitale avesse “rubato” un loro canto sacro, eseguendolo in televisione, alla radio e sul palco a scopo di intrattenimento.
Il secondo si concentrava su due amiche, entrambe accusate di essere apparse in un film pornografico, girato senza il loro consenso. Una delle due donne era stata filmata durante un incontro intimo e il suo compagno di allora aveva poi diffuso il video come “revenge porn”, diventando virale sui social media.
Unire le due storie in un unico film ha svuotato entrambe del loro valore e del loro significato, rendendo, di fatto I, The Song un’opera potenzialmente avvincente ma avvitata su se stessa che risulta confusa e poco pregnante.