Iron Winter è un documentario diretto e montato dal regista australiano Kasimir Burgess. È proiettato in concorso alla 43ª edizione del Torino Film Festival.
Iron Winter
Il film è ambientato nella valle di Tsaikhir, in Mongolia, dove un gruppo di allevatori nomadi si sta preparando per affrontare uno degli inverni più gelidi mai registrati, con temperature che possono scendere fino a meno cinquanta gradi. Due giovani pastori, Batbold, di 18 anni e Tsagana, di 22, hanno l’arduo compito di portare avanti una tradizione ancestrale, che negli ultimi anni sta scomparendo: condurre e proteggere la migrazione di una mandria di cavalli. Una pratica sacra, interrotta negli ultimi anni a causa del cambiamento climatico e dalla volontà delle nuove generazioni di abbandonare le campagne e insediarsi nelle città.
Le nuove sfide della modernità
Un campo lungo ci catapulta nelle sconfinate steppe dell’Asia centrale. Qui il senso di vuoto materiale è colmato dalla concezione animistica della popolazione, capace di percepire anima e spirito in ogni cosa. Il cambiamento climatico, dunque, viene da essi percepito non solo come una minaccia materiale, ma come una frattura profonda nell’ordine spirituale tramandato dagli antenati. Per questo motivo, mantenere viva la tradizione, trasmettendola a ai più giovani, diventa per loro di vitale importanza.
Burgess ci mostra, però, come la nuova generazione sia sempre più attratta dai nuovi stimoli della città e della tecnologia. Una generazione in bilico: da un lato il richiamo della modernità, dall’altro la consapevolezza di perdere una preziosa tradizione millenaria. Iron Winter osserva questo conflitto con discrezione, assumendo le sembianze di un film di formazione, quasi di iniziazione.

Iron Winter, Kasimir Burgess
Un’immersione totale nella cultura mongola
Ma il documentario è anche un’opera sull’amicizia, sulla resilienza, sul coraggio, sullo stretto legame tra l’uomo e la natura. In Mongolia, infatti, uomini e cavalli vivono quasi in simbiosi. Questo concetto viene più volte sottolineato dalla regia, sia attraverso i campi lunghi e le riprese dall’alto, che ritraggono pastori, animali e natura come un insieme indivisibile, sia mediante il montaggio, che associa immagini come la cura delle criniere dei cavalli a quella dei capelli umani, o il mantello degli animali agli abiti pesanti dei pastori.
Lo stesso titolo Iron Winter rimanda, in maniera immediata, alla durezza della stagione invernale, ma trova un ulteriore livello di lettura nell’imponente statua equestre di Gengis Khan, in acciaio, evocata come simbolo di un passato forte e radicato, oggi in contrasto con le incertezze del presente.
Il lavoro di Burgess è anche, a suo modo, una sfida estrema: il regista, insieme alla troupe, ha vissuto accanto alle famiglie nomadi per quattro mesi, condividendo rischi e condizioni climatiche proibitive. Questa immersione totale dona al documentario una credibilità rara, avvicinandolo — per dedizione e intensità — al cinema di un maestro del genere come Werner Herzog.
In definitiva, Iron Winter è un’opera rigorosa e poetica, capace di dare voce a una comunità spesso marginalizzata e di restituire la fragilità di un mondo in rapido cambiamento. Un film che non cerca il sensazionalismo, ma la verità di una tradizione antica che lotta per sopravvivere.