Torino Film Festival

‘Diya’ – “Homo Homini Lupus” in tinta africana

La spietata legge della Diya

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In concorso nella sezione lungometraggi del 43° Torino Film Festival, Diya, opera del regista ciadiano Achille Ronaimou, si interroga sulle complessità del Ciad moderno in cui antichi costumi si contrappongono alla modernità.

Diya: Un semplice gesto talvolta mette in moto una lunga serie di eventi

Eventi tali da segnare destini, invertire rotte, mutare il corso del tempo.

È quanto accade a Dane (Ferdinand Mbaissané), autista alla guida del suv di una ONG nelle strade polverose di N’Djamena che distrattamente risponde a una chiamata e investe un bambino diretto a scuola. All’improvviso sopraggiunge la polizia. Tuttavia Dane decide di portare il bimbo in ospedale dove, poi,  alla presenza dei familiari musulmani, scopre che è deceduto. Da qui, una spirale che in breve tempo inghiottirà la sua vita.

D’un tratto viene arrestato e il commissario di polizia, sostituendosi all’apparato giudiziario, propone di ricorrere alla vecchia consuetudine islamica – Diya, appunto. Che impone una compensazione in forma di risarcimento, in mancanza della quale si rischia la vita stessa.

Dane appartiene alla piccola borghesia locale, e alla componente cristiana della società ciadiana. Sta per diventare padre e si ritrova in prigione all’ improvviso con la richiesta di una cifra ingente. Cinque milioni di franchi da corrispondere in dieci giorni.

La vita perde le fondamenta

Pian piano il quadro famigliare si sgretola, le sicurezze vengono meno. Si  perdono la casa e il lavoro, si vende qualsiasi cosa per racimolare danaro. La moglie, Delphine, nonostante le pressioni, sostiene con tutte le forze Dane e il loro progetto di vita. Prega, si umilia, cerca sostegno ovunque.

La comunità si stringe intorno a Dane e  raccoglie fondi, ma la richiesta è insostenibile. L’unica via sembra quella di ricorrere all’aiuto dell’ex compagno di cella, Oumarou (Moussaka Zakaria Ibet), cinico faccendiere, seguendolo in un’improbabile spedizione armata ai danni di turisti nel Nord del paese. Quest’ultimo, privo di scrupoli, vive di espedienti e giacché “Dio non aiuta i poveri” cavalca gli squilibri del paese.

Achille Ronaimou è abilissimo nel tessere la rete di oppressione intorno al protagonista. Fa anche emergere la follia insita nella Diya Le Prix Du Sang – in una società schiacciata da primitivismo religioso, corruzione e amoralità. 

Il viaggio emotivo di Dane mette in luce l’ambiguità umana e la necessità di rivedere la propria morale al cospetto di un’ingiustizia totalizzante, che impone scelte distanti dalla condotta abituale.

Diya è un meccanismo perverso che crea suspense e toglie il respiro

La tensione sul volto di Dane, a cui appare costantemente la madre del piccolo Younous, si misura con quella dello spettatore, catturato a sua volta in questa farsa oscillante tra salvezza e disperazione. La regia, a tratti claustrofobica, insiste sui silenzi, sui tratti tirati dei vari personaggi e il loro progressivo smarrimento.

Gli ambienti contribuiscono a sottolineare i contrasti socioculturali.  Quartieri cittadini alternano aree di chiara matrice islamica a zone cristiane (esito della guerra civile del 1979), dunque aperte alla modernità e con ruoli di genere più elastici. Da un lato risuona il richiamo del muezzin, nell’altro versante ci sono locali alla moda dove si consuma alcol. A ciò fanno eco spazi naturali anch’essi oppressivi nella loro immensità e forieri di sventura. 

Diya è un film profondo e coinvolgente. Conferma la vivacità del cinema africano, che si sostiene con budget risicati, e si nutre di creatività pura.

 

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