TorinoFilmLab
“Il cambiamento parte dal set”: intervista a Giovanni Pompili
Produrre un film in modo sostenibile è possibile, ne abbiamo parlato con Giovanni Pompili.
Published
3 giorni agoon
Il Torino Film Lab rappresenta uno dei laboratori più dinamici e innovativi dedicati allo sviluppo dei talenti internazionali. Tra i suoi progetti più recenti c’è il Green Film Lab, il programma internazionale dedicato alla sostenibilità nella produzione audiovisiva. A guidarlo è il produttore Giovanni Pompili che negli ultimi anni ha contribuito a ridefinire l’approccio con cui autori e produttori affrontano l’impatto ambientale dei loro film.
In questa intervista ripercorriamo il suo percorso, i principi che guidano il laboratorio e le sfide che il settore deve ancora affrontare.
Com’è iniziata la sua collaborazione con il Torino Film Lab?
La collaborazione è iniziata come partecipante: nel 2017 ero al Torino Film Lab con Sole, il film di Carlo Sironi. Dopo quell’esperienza, Mattia De Cesare – direttore artistico dell’epoca – iniziò a coinvolgermi in alcune attività di consulenza.
Dal 2019 al 2021 ho poi seguito per due anni l’Alpi Film Lab, un laboratorio sulle coproduzioni tra Italia e Francia ideato da Francesco Giai Via: lì ero responsabile della tutorship per la parte italiana. Durante quel percorso abbiamo iniziato a introdurre un modulo dedicato alla sostenibilità, tema che già portavo avanti nel mio lavoro di produttore.
Fin dalle prime esperienze – dai cortometraggi a Sole – abbiamo sempre cercato di avere un “basso impatto ambientale e un alto impatto sociale”. È qualcosa che nasce dai miei valori personali e dalle mie esperienze precedenti, anche al di fuori del cinema, come il lavoro nelle cooperative di commercio equo e solidale. Per me il modo in cui agisci deve riflettersi anche nel modo in cui produci un film.
Quali principi guidano il suo modo di lavorare, sia nella produzione sia nel contesto formativo?
Il mio principio guida è un approccio critico alle azioni quotidiane: interrogarsi su ciò che facciamo, su che impatto ha, e su cosa possiamo cambiare.
Non provengo dal set tradizionale né da una scuola di cinema: sono partito come filmmaker e poi mi sono formato moltissimo grazie ai programmi europei – Eurodoc, Berlinale Talents, EAVE, ACE. Quell’esperienza mi ha dato strumenti e un metodo.
Quando ho iniziato a pensare al Green Film Lab, mi sono reso conto che la maggior parte delle lezioni sulla sostenibilità erano frontali, teoriche. Volevo invece costruire qualcosa di pratico, basato sui progetti, con un approccio “hands on”. L’idea di fondo è: cambiare la prospettiva, non dare una lista di regole.
Come si costruisce un percorso formativo efficace per autori e produttori che vengono da tutto il mondo?
La formazione internazionale richiede un equilibrio tra metodo ed energia di gruppo.
Il workshop dura tre giorni, e ciò significa che i partecipanti devono entrare subito in relazione: parte del lavoro consiste nel creare un team che funzioni.
La struttura è pensata come una drammaturgia: una lezione, poi lavoro di gruppo, poi un’altra lezione, poi di nuovo pratica. Questo ritmo evita la dimensione frontale e trasforma l’apprendimento in esperienza.
Lavorare con partecipanti provenienti da culture e sistemi produttivi diversi è la parte più ricca: l’obiettivo è far sì che tutti riconoscano il valore del confronto e possano portare a casa un nuovo modo di guardare al proprio progetto.
Riguardo al Green Film Lab: qual è la parte più complessa nell’introdurre un modello sostenibile nella filiera di produzione?
La parte più complessa è scardinare le abitudini. La frase che sento più spesso è: “Si è sempre fatto così.”
Ogni progetto ha le sue complessità: non si può cambiare una scelta narrativa necessaria – se una storia deve essere girata su un’isola deserta, si fa. Ma si può compensare altrove.
La sfida è far capire che la sostenibilità non è un ostacolo creativo o produttivo, ma una possibilità.
Spesso c’è il mito che “sostenibile = costoso”: non è vero. Avere un approccio critico fa risparmiare. Un alloggio più vicino riduce trasporti, carburante, tempi; un set attento agli sprechi è più economico.
Si tratta di cambiare mentalità, non di aggiungere problemi.
Come dialoga il Green Film Lab all’interno del TorinoFilmLab?
Il Green Film Lab è nato come qualcosa di atipico: tutti i programmi TFL lavorano sui contenuti, mentre noi lavoriamo su come realizzare i contenuti.
Ma proprio per questo è diventato un ponte: molti dei tutor e dei temi introdotti nel GFL sono entrati negli altri programmi.
Oggi ScriptLab, FeatureLab, il Green Narratives e altri percorsi includono moduli e riflessioni sulla sostenibilità. È diventata una parte integrante della visione del TFL, non più un elemento isolato.
Il laboratorio dialoga quindi con tutto l’ecosistema, contribuendo a costruire una consapevolezza comune.
Quali competenze ritiene fondamentali da acquisire durante i workshop?
La più importante è la capacità di vedere diversamente il proprio progetto: lo sguardo critico.
Poi c’è la parte pratica: conoscere gli strumenti, capire come redigere un piano di sostenibilità, sapere come funziona un protocollo come Green Film, saper comunicare e coinvolgere la troupe, riconoscere i “falsi amici” della sostenibilità.
I tutor aiutano ciascun team a trovare soluzioni adeguate alla scala del progetto: un film indipendente non è uguale a una grande produzione, ma entrambi possono ridurre il proprio impatto.
L’obiettivo non è consegnare un piano perfetto, ma attivare un meccanismo mentale che resta nel tempo.
Ha notato un’evoluzione nell’approccio dei partecipanti negli ultimi anni?
Assolutamente sì. Il workshop è organico, cambia ogni anno, e questo aiuta.
Abbiamo introdotto, per esempio, una lecture sui green contents, perché la sostenibilità non riguarda solo la produzione ma anche le storie, i personaggi, i comportamenti narrativi.
Quello che noto è che molti partecipanti tornano sui set portando le pratiche apprese su progetti sempre più grandi: dai film indipendenti alle serie internazionali.
E poi ci sono cambiamenti culturali visibili: cose che alcuni anni fa sembravano impossibili – come eliminare le bottigliette e usare solo borracce – oggi sono la norma.
La mentalità sta cambiando, e questo è il risultato più importante.
Quali sono oggi gli ostacoli più grandi nell’applicazione delle pratiche green?
Gli ostacoli maggiori sono culturali: la resistenza al cambiamento.
Alcuni reparti tecnici – elettricisti, macchinisti – possono essere inizialmente più restii perché abituati a un certo modo di lavorare, ma molto dipende dalle persone e dalla capacità del team di produzione di guidare il processo.
Un altro ostacolo è la scala dei progetti: ogni film ha esigenze diverse, e bisogna trovare soluzioni creative, non standardizzate.
Ma la cosa più complessa è trasformare la sostenibilità da scelta “virtuosa” a pratica sistemica. L’obiettivo, per me, è che un giorno non ci sia più bisogno del workshop, perché la sostenibilità sarà già integrata nel modo stesso di fare cinema.
Dopo essersi confrontato con la sua collega Séverine Petit, c’è un film che ha modificato significativamente il proprio piano di produzione grazie a Green Film Lab?
Un esempio degno di nota è quello di The Birthday Party, ora nella sezione fuori concorso al Torino Film Festival. Parteciparono alla sessione tenutasi in Grecia nel marzo del 2024, prima ancora dell’inizio delle riprese e dopo qualche mese ci contattarono per riferire come sul set, attuando pratiche sostenibili, abbiano notato una partecipazione attiva da parte dell’intera troupe. Nel pratico sono state adottate una serie di misure concrete per ridurre l’impatto ambientale come la riduzione della plastica e dei metalli monouso, la gestione responsabile dei rifiuti, un catering sostenibile, riduzione dell’impatto nei trasporti, la digitalizzazione dei processi, risparmio energetico. Un cambio di mentalità che è per l’appunto fondamentale per le produzioni future.