Torino Film Festival

‘Billy Knight’ alla ricerca di un senso nel cinema

L’esordio alla regia e alla sceneggiatura di Alec Griffen Roth al TFF

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Billy Knight segna l’esordio alla regia e alla sceneggiatura di Alec Griffen Roth, figlio del celebre sceneggiatore Eric Roth, vincitore del Premio Oscar nel 1995 per Forrest Gump.

Aspettative prima della visione

Per arrivare preparati alla visione dell’anteprima Fuori Concorso al Torino Film Festival, la ricerca di qualche nota di produzione online ha permesso di contestualizzare l’opera. Molti articoli presentavano il film come una celebrazione del grande cinema hollywoodiano, una dichiarazione d’amore alla settima arte, un incontro tra immaginazione e realtà — il tutto sostenuto da un co-protagonista del calibro di Al Pacino. Le aspettative erano, dunque, alte.

In realtà, dopo un inizio confuso e sovraccarico di una bulimica e a tratti masturbatoria celebrazione del cinema, arriva finalmente l’incipit della storia. Alla morte del padre, Alex scopre una scatola colma di sceneggiature incompiute e un fazzoletto con un nome ricamato: “Billy Knight”. Spinto dal bisogno di dare un senso a quel passato oscuro, parte per Hollywood deciso a scoprire chi sia davvero quel misterioso e sfuggente personaggio che dà il titolo al film.

Nel corso della ricerca, Alex si mostra un cineasta smarrito, come molti studenti di oggi: continuamente impegnato in una sperimentazione cinematografica su se stesso, ma senza profondità. Tiene tra le mani una sceneggiatura che potrebbe segnare il suo futuro da regista, ma alla quale manca sempre qualcosa. In un crescendo visivo, la sua immaginazione lo porta a creare mondi di cinema nel cinema, attraversando una realtà che è al tempo stesso finzione, fondendosi di continuo fino all’incontro tanto atteso con Billy Knight (Al Pacino).
In una sala dove esiste ancora la pellicola — con una citazione dichiarata a Nuovo Cinema Paradiso — i due si rivelano: Alex, curioso, tenta di sapere di più su questo enigmatico regista, che però lo richiama alla realtà affermando che “il cinema è morto”.

Il twist mancato

È qui che il film avrebbe potuto trovare un twist narrativo interessante: un vero passaggio di consegne tra chi ha reso grande il cinema americano e una nuova generazione, offrendo allo spettatore una chiave di lettura memorabile. Invece, questo atto d’amore si spegne in nuove citazioni, ribaltamenti continui tra realtà e immaginazione, ingressi e uscite dai set hollywoodiani come in una sorta di percorso guidato, più da tutor che da maestro.
Dietro il personaggio interpretato da Al Pacino — meno profondo di quanto ci si potesse aspettare — vediamo un traghettatore che rivela ad Alex verità celate, mentre il giovane è alla ricerca di un assoluto cinematografico, come se il suo obiettivo fosse oggi quello di superare i maestri del passato, Orson Welles in primis. Per gran parte del film si sfiora una superficie citazionistica senza mai addentrarsi davvero nel cuore del cinema.

E, all’improvviso, come se Woody Allen avesse deciso di girare una sitcom, scopriamo che in realtà Emily è la vera protagonista del film: la musa ispiratrice nascosta dietro l’amica di corso, da Alex inizialmente poco considerata.

Il pubblico è protagonista e racconta l’amore fuori dal cinema

Da spettatore è facile smarrirsi nel tentativo di comprendere l’intento del regista. In più occasioni si ha la sensazione di essere trasportati in alto — ma solo per pochi istanti — per poi ricadere sulla poltrona, cercando nei volti degli altri spettatori un’espressione o un commento che possa smentire questa percezione. Ma così non è stato. Ne emerge, in sintesi, un amore per il cinema mai davvero consumato, che ricorda una sorta di mix tra The Fabelmans di Spielberg e Megalopolis di Coppola.

All’uscita dalla sala, molti i commenti, i punti di vista e le delusioni per le aspettative non mantenute. Il pubblico rovescia così le sorti di un film, riscrivendone al di fuori della sala e raccontando quell’amore vero per il cinema.

 

 

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