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‘The Second Adolescence’: intervista a Tommaso Frangini e Vincenzo Filippo

Il senso di spaesamento nella generazione contemporanea.

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The Second Adolescence, il nuovo progetto sviluppato dal regista Tommaso Frangini e dal produttore Vincenzo Filippo, è stato presentato nell’ambito del Torino Film Lab Meeting Event 2025. Il laboratorio torinese che ogni anno riunisce talenti emergenti e professionisti dell’industria cinematografica internazionale. 

Il film di Frangini, selezionato tra gli otto progetti del Boost IT Lab, si inserisce in una linea di ricerca che guarda alla dimensione intima e alle trasformazioni identitarie.

Partiamo dal lungometraggio The Second Adolescence. Come nasce il progetto? 

Tommaso Frangini: Ho studiato negli Stati Uniti. Alla fine del secondo anno dovevo presentare un progetto di tesi, ma me l’hanno bocciato. Sono tornato in Italia e mi hanno detto: “Quest’estate, quando rientri per il terzo anno, se avrai un’altra idea riproponila e ne riparliamo a settembre”. 

Continuavo a ritornare in Italia, perché comunque era il mio terzo anno che vivevo li, però mi sono trovato a percepire un grande senso di distanza tra la mia vita attuale e quella che avevo lasciato, in particolare nei rapporti di amicizia. Da questa sensazione è nato prima il cortometraggio di tesi Finis Terrae, che la commissione ha approvato subito. Il corto è arrivato a Venezia ed è andato tutto bene. Da lì ho detto: “Voglio parlare di dinamiche relazionali”. E dopo Finis Terrae ho iniziato a pensare a questo film The Second Adolescence. Ma prima ho deciso di fare un corto propedeutico, Foto di gruppo, e insieme a una delle sceneggiatrici ho sviluppato l’idea collegata.

Mi interessa raccontare le dinamiche di gruppo e il passaggio d’età tra i 20 e i 30 anni: fare una fotografia generazionale, guardando ciò che io e i miei coetanei stiamo vivendo, alle domande, alla confusione tipica di questo periodo della vita. E un anno e mezzo fa, quando ho conosciuto Vincenzo, abbiamo deciso di portare avanti il progetto insieme.

Questo diciamo è uno dei momenti di sviluppo più importanti che abbiamo avuto finora con questo laboratorio, il Boost IT Lab.

Vincenzo Filippo: Già, secondo me The Second Adolescence, almeno per quello che ho visto quando Tommaso me l’ha presentato, è una storia diversa da ciò che si produce nel panorama nazionale. Racconta una generazione che vive un senso di spaesamento molto più profondo rispetto ai trentenni di una volta, che magari avevano già una casa, un lavoro, un posto fisso. Oggi la vita ti mette di fronte a una realtà in cui ti devi adattare in fretta. Non puoi avere una strada precisa e seguirla per i prossimi anni. 

E poi la situazione globale, prima il COVID, poi la politica e le guerre, crea questo senso di insicurezza generale per cui uno si chiede: “Voglio davvero passare la vita a fare un lavoro che non mi piace?” e cerchi qualcosa che dia più senso. Questo mi ha colpito. 

In più, vedendo i lavori precedenti di Tommaso, vedi subito il suo talento nel narrare queste storie e quindi trasmettere ai suoi personaggi quelle emozioni uniche.
Diciamo che il film sarà ricco di dialoghi ed emozioni, e serviva un regista capace di portare avanti questo tipo di racconto.

Quanto i personaggi stanno guidando il modo in cui il film prende forma?  

T.F.: Stiamo ancora lavorando sui personaggi, però diciamo che è l’aspetto su cui mi sono concentrato di più finora. Nei corti, che sono un po’ là spina dorsale del film, ho capito quanto questo progetto sia character-driven. 

La storia la stiamo limando, fa parte del processo, ma quello che mi rende contento è che abbiamo definito così bene i personaggi che, anche modificando la trama, loro comunque restano. Sono lì, vivi, con le proprie differenze e particolarità. 

V.F.: Ogni personaggio ha le sue peculiarità, che gli permettono di vedere nell’altro ciò che gli manca o ciò che sente dentro. Ognuno, in qualche modo, usa l’altro come specchio per capirsi meglio. Nel film giochiamo molto su questo: la loro amicizia, le loro dinamiche, li aiutano — spesso anche inconsciamente — a capire dove hanno più difficoltà. 

Parlando del processo di casting: quanto conterà l’alchimia tra gli attori? 

V.F.: Cercheremo, ovviamente attori di qualità, ma la cosa fondamentale sarà capire se, una volta scelti singolarmente, funzionano insieme. Perché magari prendi 4 attori straordinari e non creano quella alchimia. 

Il cinema di Tommaso è intimo, emotivo, non basato su grandi eventi o sull’azione. Per questo abbiamo bisogno che gli attori sappiano davvero “vivere” insieme. Quindi quello sarà un lavoro cruciale. Spero che l’anno prossimo, individuate le prime facce, potremmo iniziare a metterli insieme e capire se tra loro nasce quella connessione necessaria.
Essendo poi un’opera prima, credo che la cosa importante sia riuscire a creare un contesto lavorativo. Bisogna avere un team a 360 gradi dove questo gruppo di amici diventa anche il gruppo di lavoro coeso. 

Che esperienza è stata partecipare al Torino Film Lab? Cosa cercavate da questo percorso? 

T.F.: Torino Film Lab è uno dei laboratori di sviluppo più prestigiosi ed efficaci al mondo. Per noi era fondamentale capire se fossimo pronti per un percorso di questo livello e, allo stesso tempo, affiliarci al TFL. C’è anche una forte componente di ricerca produttiva: il Lab è un acceleratore, un incubatore che ti aiuta a strutturare meglio il progetto dal punto di vista industriale e a esplorare possibili coproduzioni. 

V.F.: Sì, ci ha permesso di portare il progetto fuori dalla nostra bolla. Confrontarci con il mercato e con tutor esperti è stato utile, perché quando lavori tanto tempo sulla stessa cosa rischi di perdere il punto di vista. Quindi avere occhi terzi che ti dicono “Qui funziona, qui si può migliorare” è prezioso. 

E come si è evoluto questo vostro rapporto come regista e produttore durante il laboratorio? 

T.F.: Abbiamo firmato quasi un anno fa e, nei momenti in cui ci siamo visti, abbiamo avuto anche incontri con altre persone. Io tendo a stare molto addosso — non perché Vincenzo non risponda… ma perché sono un po’ paranoico — e devo dire che lui mi sopporta benissimo. È già un’ottima premessa. 

V.F.: Credo che questo workshop ci abbia soprattutto dato la possibilità di passare del tempo insieme, con delle scadenze chiare. Non era una pressione negativa, ma una struttura che ha fatto crescere sia la collaborazione che il nostro rapporto in futuro. 

T.F.: Finora era tutto un po’ latente: andavamo d’accordo, ma non avevamo ancora condiviso abbastanza tempo per capirlo davvero. In questi giorni l’ho sentito chiaramente. Il rapporto tra produttore e regista è sempre una scoperta: anche vedendosi spesso, non sai mai come andrà. Una mia mentor mi disse: “Ci si sceglie e poi è come un matrimonio”. E devo dire che mi ci ritrovo. Ci stiamo divertendo e stiamo scoprendo di avere bisogni molto simili. Questo mi fa davvero piacere. 

V.F.: È verissimo. Ho capito che condividiamo la stessa visione del film, e in questa fase è fondamentale. Spesso nascono divergenze, invece per noi non è successo.
Grazie al Boost IT Lab abbiamo confermato di essere orientati verso lo stesso traguardo. Abbiamo gli stessi obiettivi, e siamo entrambi giovani e ambiziosi. 

Avete dei riferimenti o ispirazioni cinematografiche per questo film? 

T.F.: Sicuramente un regista contemporaneo come Joachim Trier, che trovo molto dinamico a livello di linguaggio. Mi piace perché racconta situazioni urbane, sociali e sentimentali. Mi sono connesso molto al suo cinema, anche se non è l’unico riferimento, è semplicemente uno dei principali.

Se penso ai film che mi hanno ispirato, anche se con un tono diverso, direi Il grande freddo, che è diciamo il cluster di attori più importanti degli anni ‘80: William Hurt, Kevin Kline, Jeff Goldblum, Glenn Close e Kevin Costner che interpretava il morto. Non erano tutti famosi allora, e quel film ha rivelato un intero gruppo. Mi piacerebbe riuscire a fare qualcosa di simile. Studiare all’estero mi ha reso più connesso al cinema internazionale. Forse anche perché in Italia ultimamente non ho visto film che parlano davvero il linguaggio che cerco nel cinema contemporaneo.

V.F.: Potresti farlo tu! 

T.F.: Magari! È quello che spero. Bisogna puntare in alto. Negli ultimi anni molte opere prime, anche di persone che conosco, sono state di altissimo livello. Non ho ancora trovato del tutto il tipo di cinema che prediligo, ma vedo uno spiraglio nei giovani autori, e vorrei unirmi a loro. 

Ci sarà una differenza sostanziale nel passare da un cortometraggio a un lungometraggio? 

T.F.: Siccome ancora non so bene qual è la grande differenza tra corto e lungo… ho lavorato a qualche lungometraggio in passato, come assistente. Però, mantenere quel livello di intensità per tanto tempo è un’altra cosa. Il corto, si gira in 4 o 5 giorni: a un certo punto si vede la fine e ci si rilassa un po’, perché insomma la conclusione si avvicina. Per il lungo, invece saranno 4 o 5 settimane all‘incirca. E lì bisogna stare concentrati sempre, conoscere il progetto alla perfezione, prepararsi molto di più. E poi, a livello narrativo, deve funzionare meglio, più complesso. 

Mentre nel corto che forse è più tematico: in venti minuti racconti una storia e crei subito il contesto. Nel lungo, invece, la situazione deve espandersi sempre di più, e il tema è al centro, è il nocciolo della storia. 

V.F.: Si, e poi è importante intrattenere il pubblico. Nel corto puoi sperimentare di più: la durata è breve e l’attenzione è più facile da mantenere. Ma tenere alto l’interesse per 90 minuti è arduo e richiede impegno. Oggi poi è ancora più difficile: la gente ha poco tempo libero, e conquistare quei 90 minuti è una sfida. Devi proporre qualcosa che valga davvero la scelta, non solo economicamente per il biglietto, ma proprio come investimento di attenzione.  

Credo che quando scrivi, quando dirigi o produci un film, devi avere bene in mente chi è il tuo audience finale. Non lo facciamo per noi stessi. Sarebbe la cosa peggiore fare un film per poi tenerlo nel cassetto. 

Parliamo di Lupin Film: qual è la linea editoriale e quali progetti segue? 

V.F.: Lupin Film l’ha fondata Riccardo Neri nel 2005. È una realtà che sta crescendo molto: abbiamo una divisione che segue soprattutto produzioni estere, offrendo production service a film stranieri che vengono a girare in Italia. Abbiamo lavorato, ad esempio, alla serie Those About to Die di Roland Emmerich e al film dei Puffi per Paramount. Su quel fronte spaziamo parecchio.

Per quanto riguarda invece la produzione originale, stiamo definendo una linea editoriale che va dalla finzione al documentario. Personalmente ho grande piacere nel lavorare con giovani talenti, per esempio, la produzione dei cortometraggi di Giulia Grandinetti.

Stiamo adesso cercando di organizzare una piccola distribuzione in sala, soprattutto nel Nord Italia. Ci piace proprio lavorare con i giovani talenti, e sì, anche crescere insieme e fare dei contenuti audiovisivi nazionali che però parlino a un pubblico internazionale. 

Infatti, riguardo ai corti di Tommaso, la sua esperienza di studi all’estero americana e il suo approccio molto internazionale hanno fatto sì che i suoi lavori venissero apprezzati fuori dall’Italia.
L’idea alla base è proprio questa: portare le voci italiane fuori, farle dialogare con il mondo. 

Quale speranza o provocazione sperate di suscitare in chi guarderà il film? 

T.F.: Devo ammettere che non sono molto provocatorio… e forse è un problema. Ma sai ci vorrà tanto tempo prima di farlo, quindi sono anche molto scaramantico. Piuttosto, il mio obiettivo è realizzare un film che rappresenti autenticamente la mia generazione, raccontando le amicizie e il passaggio all’età adulta. Se riuscirò a farlo nel modo in cui me lo immagino, sarò già molto soddisfatto.

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