Torino Film Festival

‘Ailleurs la nuit’: il suono del cambiamento

Un film che parla di suoni, paure e volontà di trasformazione

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Ailleurs la nuit di Marianne Métivier è stato presentato al Torino Film Festival, nella sezione Concorso Lungometraggi. Il film, presentato in anteprima mondiale, vede diversi protagonisti: quattro donne e il suono. Quest’ultimo nella sua accezione più naturale di linguaggio del mondo.

Il film, più nello specifico, si presenta come un elogio al cambiamento: il tema viene esplorato da diverse prospettive, per rimandare in tutti i casi alla dimensione naturale del fenomeno. L’evoluzione permette la vita e, come accade in natura, il proseguimento della specie. Senza cambiamento, anche quando questo è spaventoso, c’è solo la morte.

Ailleurs la nuit. Donne protagoniste: coloro che dirigono il cambiamento

Ad essere protagoniste nel lungometraggio di Métivier sono senza dubbio le donne. Il personaggio principale è Marie (interpretata da una brillante Camille Rutherford), un’artista del suono in cerca di ispirazione che si rifugia in campagna. Marie è una donna forte, che sta sperimentando un momento di fragilità nella sua vita, incastrata in una relazione sentimentale che non sente più autentica. La protagonista, però, reagisce: si mette in discussione, è disponibile ad accogliere il cambiamento. La sua apertura al diverso, al nuovo, permette al lungometraggio di prendere avvio: sono le azioni di Marie a rendere possibile non solo un’evoluzione personale, ma soprattutto quella della narrazione, e delle altre donne che incontra e ispira. Il motore narrativo è proprio lei.

Non solo l’esistenza di Marie, perché in Ailleurs la nuit c’è Jeanne, una studentessa universitaria arrivata anch’ella in un momento nel quale “si sente sul finire di qualcosa”, in bilico tra passato e presente. É la volta di Noée, giovane viaggiatrice, ed ancora di Eva, giovanissima, appena arrivata dalle Filippine, alla ricerca del proprio posto nel mondo. Ad accomunare tutte queste figure femminili, l’assenza di paura di fronte al cambiamento. Chi in un modo e chi un altro agiscono, cercano di capire come guardarsi dentro, come andare oltre i propri dolori, in che modo affrontare il proprio presente.

Non arretrano. Guardano avanti. Marie, Noée, Jeanne ed Eva seguono un unico percorso, anche se in vite separate, unite come sono dalla situazione di fragilità che stanno vivendo e dalla necessità di muoversi – urgente – che percepiscono. La loro vita fa costantemente eco in quella delle altre, con semplici richiami, realizzati alla regia, che risultano essere l’anima del film. É la studentessa universitaria a portare il cibo la sera tardi in veste di rider ad Eva; é Jeanne a seguire i lavori artistici di Marie ed è Noée a incrociare la vita della coppia in apertura del film. Sono i dettagli e i momenti sospesi, a conferire spessore narrativo e un significato umano profondo al film di Métivier.

Alla ricerca dei suoni

Il suono è un altro grande protagonista in Ailleurs la nuit. Marie è un’artista del suono, si dedica ad esso nella natura incontaminata nella quale ha deciso di rifugiarsi. Ascolta il mondo che la circonda attraverso i suoni che questo produce: poggia la sua testa sugli alberi, osserva lo scorrere di un fiume, scopre i nascondigli di piccoli animali. In questo modo tenta di riconnettersi con la parte più profonda non solo del mondo esteriore, ma anche di quello suo, interiore.

Ailleurs la nuit potrebbe essere definito con l’espressione “una passeggiata nel mondo” perché si tratta di un percorso comune di quattro donne che cercano di scoprire se stesse e lo fanno rivolgendo costantemente uno sguardo al mondo naturale. Non ci può essere evoluzione personale che prenda vita lontano dagli occhi della natura, che assume quasi una connotazione umana, viva. La natura è, come ha specificato la regista, “l’elemento organico che guida la narrazione”, baricentro emotivo e fisico dei personaggi. Nel film di Métivier la montagna assume la forma di una grande balena, gli alberi diventano punti di riferimento per poter pensare a se stessi, al proprio passato, liberamente; e il rumore degli uccelli qualcosa di sacro a cui prestare ascolto e presenza.

Il film non è altro che un suggerimento donato al pubblico: è fondamentale riuscire ad ascoltare ciò che la natura dice, non solo nella forma di importanti avvisaglie sullo stato di salute del pianeta, con chiaro riferimento al tema della crisi climatica che emerge nel film, solo apparentemente in sordina. Ma anche come atto d’amore verso noi stessi. Ascoltare il rumore del fiume, sentire il respiro di un albero, perdersi nel canto di un uccello, significa essere in grado di fermarsi, nella caos della vita quotidiana, donarsi uno sguardo e restare presenti. L’unico modo per non perdersi.

L’intervista a Marianne Métivier al Torino Film Festival

Nel film esiste una forte connessione tra uomo e natura. Sembra che la natura diventi un modo di sentire e fare esperienza della vita, attraverso i suoni da essa prodotti. Una scelta specifica di cui vorrei sapere di più.

C’è una forte connessione tra gli esseri umani e tra gli esseri umani e l’ambiente, ed anche con gli animali. Questi sono molti piccoli, è vero, ma sono anche grandi. Il modo in cui siamo collegati l’uno all’altro, in cui ci poniamo in relazione, è la modalità con la quale è possibile trovare l’ispirazione e il significato. É importante porre maggiore attenzione verso il mondo che ci circonda e osservare, ascoltare, per scoprire che tutte le cose sono connesse tra loro.

Gli esseri umani creano vibrazioni che vengono percepite dal e nel terreno, e questa diventa una più grande vibrazione che connette tutti noi.

Mi ha colpito molto il personaggio di Jeanne. La sua relazione con Marie è piena di dolore, e mi è sembrato, anche del desiderio di essere protetta e amata, di trovare qualcuno che si prenda cura di lei. Un’esperienza comune, specie alla giovane età della protagonista. Come hai letto questo rapporto?

Sì, Marie e Jeanne non possono trarre lo stesso beneficio dalla loro relazione. Jeanne ammira Marie, è molto interessata al suo lavoro, la vede come una possibile mentore. La idealizza. D’altra parte Marie è contenta di avere qualcuno che sia interessato al suo lavoro. Entrambe, comunque, sono sole.

Jeanne è un bel personaggio perché, è vero, si sente persa, ma nonostante ciò rimane molto aperta al cambiamento, e pronta a trovare qualcosa di nuovo. Lei è una sorta di “collegamento tra due mondi”: unisce la prima parte del film con la seconda, dove incontra la sua famiglia. É un personaggio che fa da collante per la narrazione.

In questo film le donne sono protagoniste. E sono donne coraggiose, perché accolgono il cambiamento, si mettono in discussione, provano sempre qualcosa di nuovo. Sono coraggiose, soprattutto  perché sono capaci di “spendere del tempo per persone che non hanno mai incontrato”. É una scelta specifica quella di dare voce al tema del coraggio attraverso le donne?

Sì, certamente. Ho pensato a questo film come a una piccola finestra nella vita di queste donne dove hanno momenti di consapevolezza, di perdizione, e di presa di coscienza. Ad esempio, capiscono di non trovarsi più a loro agio in determinati luoghi e situazioni e di voler fare qualcosa a riguardo. É bello e importante rappresentare personaggi femminili che siano complessi, anche visti da più prospettive: qualche volta Marie è egocentrica, altre volte si presta agli altri, per esempio.

Sono personaggi reali, veri, che vivono la loro vita e fanno esperienze; mettere in contatto diversi personaggi in diversi luoghi è stato molto interessante.

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