Festival del Cinema Europeo

Saverio Costanzo al Festival del Cinema Europeo

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Una conferenza stampa intensa, viva, a tratti quasi confessionale, quella che ha anticipato il conferimento dell’Ulivo d’Oro alla Carriera al regista Saverio Costanzo, tra i più importanti autori del cinema e della serialità italiana contemporanea.
A dialogare con lui, nella sala gremita del Festival del Cinema Europeo, sono stati Alberto La Monica, direttore della manifestazione, ed Enrico Magrelli, critico cinematografico e direttore responsabile di TaxiDrivers.

Magrelli ha introdotto l’incontro preannunciando che quella di questa sera non sarebbe stata una classica masterclass, ma una riflessione costruita intorno a cinque momenti chiave della carriera del regista. «Cinque fili, cinque scoperte, cinque viaggi», ha spiegato, «per entrare nel lavoro di Saverio senza sovrastrutture, con umiltà e libertà».

Il ritorno a Lecce e l’emozione del premio

Costanzo ha accolto l’Ulivo d’Oro con una sincera semplicità, ricordando la sua prima volta al Festival nel 2005:
«Tornare qui mi aiuta a tracciare un percorso. È come ritrovare ciò che ero e ciò che sono diventato. Il tempo, per noi registi, lo segnano i film. Penso spesso non ai miei figli, ma ai film che facevo quando loro nascevano. È una piccola maledizione ma anche una benedizione: questo mestiere ti riempie la vita».

«Io non so cosa sia una carriera. Non sono contento di nulla di quello che ho fatto, non perché non lo ritenga valido, ma perché non mi fermo mai a guardare indietro. Non guardo i successi o gli insuccessi. Non me ne frega niente. Per me è vitale fare cinema, è necessario come respirare».

Due parole per lui contano più di tutte: coerenza e vitalità.

«Spero che, alla fine del percorso, la figura composta dai pezzi del puzzle sia coerente e vitale. Questo mi interessa. Il resto, no».

L’Amica geniale e il rapporto con i best-seller: “Ho combattuto con il successo dei libri”

Uno dei punti più approfonditi dell’incontro è stato il rapporto con le opere tratte da romanzi celebri: da La solitudine dei numeri primi a L’amica geniale.

Costanzo ha raccontato come, dopo l’esperienza difficile e “arrabbiata” dei Numeri primi, avesse giurato di non adattare più un best-seller:
«Non volevo combattere con i pregiudizi del pubblico, con l’idea che al cinema si va per rivedere ciò che si conosce. Dopo quel film nessuno ci ha più creduto».

Per questo inizialmente rifiutò L’amica geniale:

«Non volevo fare una serie. Non guardo serie, mi annoio, la serialità non fa per me. Però ho riletto Ferrante con occhi diversi e ho sentito una mano che mi veniva tesa. Lei lavora in verticale, nella tragedia; qui invece aveva allargato tutto in un’epica orizzontale, senza perdere se stessa. Mi sono detto: posso dare al lettore ciò che si aspetta senza tradire me stesso. E allora ho accettato».

Costanzo rivendica anche la sua profonda sintonia con i personaggi femminili:
«Dentro il femminile c’è un giacimento ricchissimo. Nei personaggi maschili so già dove vado, nel femminile no: è un viaggio sorprendente».

Il cinema come libertà e rischio: “Ho bisogno di sbagliare”

Parlando dei progetti futuri, Costanzo ha spiegato cosa oggi cerca nel cinema:
«Il mio prossimo film sarà piccolo, un film d’avventura nel senso del fare. Ho bisogno di sperimentare. Dopo esperienze enormi come L’amica geniale, con migliaia di comparse e quattordici palazzi ricostruiti, ora ho bisogno di sbagliare di nuovo».

Richiama l’esperienza di Hungry Hearts :
«Avevo due figli, lavoravo tantissimo, poi ho detto basta. Voglio tornare a essere operatore, a caricare divani, a pitturare pareti. Voglio fare un film dove il 40% del materiale è fuori fuoco perché sto guardando gli attori. Voglio il corpo a corpo».

E cita un parallelo musicale:
«Dopo The River, Springsteen aveva bisogno di chiudersi a casa e fare Nebraska. Capisco benissimo quell’urgenza».

L’esperienza a Gaza: sette mesi che hanno cambiato uno sguardo

Tra i momenti più intensi della conferenza, il racconto del lungo soggiorno a Gaza, quando ancora trentenne inseguiva la storia di Khalil Bashir, preside che predicava la resistenza pacifica nonostante una base militare israeliana fosse stata costruita adiacente alla sua casa.

«Volevo fare un documentario. Lui mi disse: è troppo pericoloso. Allora ho pensato: forse posso fare un film. E sono rimasto a Gaza sette mesi. Era una città bellissima, con il mare molto simile al nostro. Avevo amici, uscivamo la sera, poi attraversavo il checkpoint verso Tel Aviv e Gerusalemme. Era un altro mondo. Quell’esperienza mi ha segnato profondamente».

Costanzo ha accennato alla possibilità di raccontare questi materiali, ma senza alcuna forzatura: «Ci sono storie troppo grandi, troppo complesse. A volte non ce la fai, semplicemente».

Il sogno nel cassetto: il Romanzo di Shanghai

Il regista ha poi confidato il suo sogno cinematografico più ambizioso: adattare il Romanzo di Shanghai, ciclopica epopea del Novecento cinese.

«Sarebbe un film rivoluzionario sulla rivoluzione. Bernardo Bertolucci voleva farlo prima de L’ultimo imperatore, ma non glielo permisero. Io ci ho provato, mi sono documentato, sono stato a Shanghai dove hanno ricostruito interi isolati degli anni ’30… ma è troppo grande. Ci sono problemi di diritti, di rapporti internazionali… e poi serve una produzione immensa».

Sogna, ma resta con i piedi per terra:
«È un film che cambierebbe tutto. Ma oggi, quello che posso fare davvero è un film piccolo. E sbagliare».

Questa sera Saverio Costanzo, presso il Multisala Massimo di Lecce, riceverà l’Ulivo d’Oro alla carriera durante il dibattito con Enrico Magrelli. Serata che si concluderà con la proiezione del primo lungometraggio di Costanzo: Private.

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