Approfondimenti
Claire Denis e il cinema come corpo contundente
Nel cannibalismo emozionale di Claire Denis
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1 settimana agoon
La presenza di Claire Denis al Torino Film Festival 2025 non è una celebrazione, è un’intrusione necessaria. Il suo nuovo lavoro, Le Cri des Gardes, proiettato Fuori Concorso, ribadisce il suo ruolo di artista fuori dagli schemi. Il film, con un titolo che già evoca una tensione interna, è la conferma che il suo grido non sarà un suono esteriore, ma l’ennesimo, straziante rumore del conflitto interiore. Questa è la prova che, anche nel 2025, il cinema più vivo e meno accomodante è quello che lascia il segno. Ecco perché partiamo da qui: non dalla sua storia, ma dalla sua urgente, attualissima violenza formale.
Gli esordi: l’occhio che ha visto troppo
Prima che il suo cinema diventasse febbre e sale sulla pelle, Claire Denis ha imparato a guardare la realtà senza filtri. L’esordio è la sintesi esplosiva di un’infanzia nomade e di un apprendistato ribelle. Il suo cinema nasce già con l’obiettivo di smontare il racconto dall’interno, usando la camera non come penna, ma come bisturi affilato. La sua non è una formazione da cinefila reclusa nelle cineteche, ma da testimone itinerante. La sua infanzia trascorsa in varie colonie francesi in Africa è diventata matrice del suo cinema. È qui che ha assorbito fin da subito, e nel tessuto più intimo, il senso di esilio, confine, conflitto e caos latente che non l’abbandonerà mai e che permea ogni inquadratura. Non è un’intellettuale che osserva il mondo da lontano, ma una testimone che ricorda il peso specifico dell’aria e della tensione razziale.
Questa formazione geografica, brutale e incancellabile, si è poi tradotta in una rigorosa scuola di visione. Ha imparato il mestiere non dietro la macchina da presa, ma al fianco di giganti assoluti, lavorando come assistente alla regia per figure cardinali come Wim Wenders, da cui ha ereditato l’amore per il viaggio senza meta, per i personaggi alla deriva e per la geografia come psicologia dell’anima. Ma mentre Wenders romanticizza la distanza con l’occhio di un poeta, Denis la brutalizza. I suoi esordi, come il capolavoro Chocolat del 1988, mostrano l’Africa non come un sogno esotico o un fondale di avventura, ma come una ferita aperta lasciata dal colonialismo, dove le linee di demarcazione sono solo linee di sofferenza. È qui che il suo cinema si impone, fin dal primo frame: viscerale, irriverente, subito ossessionato dal corpo e dal suo fallimento morale e fisico.
Il corpo: l’unico territorio e l’estetica della ferita
Il cinema di Claire Denis non è fatto per essere capito con l’intelletto, è fatto per essere sentito nella pancia e sulla pelle. È una questione di temperatura corporea che si alza, di sale corrosivo sulla pelle, di mancanza di respiro quando il caldo è troppo, quando il desiderio è troppo, quando l’esilio è l’unica casa rimasta e l’ultima frontiera.
Il suo lavoro è una resistenza radicale al racconto borghese. Non le interessa cosa succede a livello di plot o storyline, ma come si sente quando il corpo è spinto al limite del collasso emotivo o fisico: nel deserto arido del Gibuti in Beau Travail, nel caos coloniale dell’Africa che brucia di fanatismo e disperazione in White Material, o nello spazio cosmico che è solo l’ultima prigione dove i codici sociali sono azzerati in High Life. Ogni suo film è un’immersione senza maschera nell’intimità più sporca e onesta, dove le parole falliscono miseramente e l’unica verità inappellabile è quella che si vede nelle pieghe della pelle, nel muscolo teso prima dello spasmo, o nell’occhio che non riesce a distogliere lo sguardo dall’orrore o dal piacere. Il suo cinema è questo: un’estetica della ferita, dove ogni inquadratura è una cicatrice.
Denis riporta il corpo alla sua natura più primitiva e animale, spogliandolo di ogni sovrastruttura culturale o idealizzante. Non è il corpo glamour e levigato di Hollywood, ma la carne imperfetta, stanca, muscolosa, che desidera e distrugge con la stessa cieca violenza della natura.
Il cannibalismo emozionale
L’esempio più lampante di questa indagine sulla carne come destino è Trouble Every Day (Cannibal love – Mangiata Viva). Non è catalogabile come un film di genere horror, ma come un’anatomia brutale dell’amore come malattia incurabile, un virus che si propaga per contatto. I “vampiri” di Denis non hanno canini affilati e mantelli eleganti; sono uomini e donne normali, in contesti borghesi, che non riescono semplicemente a controllare la loro pulsione.
Qui, la sensualità è una condanna a morte che si compie in solitudine. Non c’è traccia di romanticismo o dolcezza, solo l’inevitabilità di uno spasmo autodistruttivo e l’odore metallico del sangue. Il sesso non è unione o piacere condiviso, è un disperato tentativo di contatto che fallisce sempre, finendo per lacerare chi lo compie e chi lo subisce. L’ossessiva messa a fuoco su bocca e denti, sugli spasmi incontrollabili di Béatrice Dalle, ci ricorda che siamo tutti bestie fragili, tenute a bada solo da un sottile e fallibile strato di civiltà che Denis strappa via con la stessa precisione e freddezza di un chirurgo distratto e nichilista.
Un’urgenza emotiva insopprimibile
Se il cinema classico è una frase compiuta e grammaticalmente corretta, il suo è un sussurro febbrile interrotto da grida. Il montaggio è spesso aritmico, brutale, caratterizzato da ellissi narrative così vaste e inspiegabili da costringere lo spettatore a colmare i vuoti con la propria angoscia e la propria immaginazione. Sbatte lo spettatore da una sensazione all’altra, operando come un ricordo confuso, un trauma: i frammenti tornano, non secondo la logica del tempo, ma secondo un’urgenza emotiva insopprimibile.
Il suo lavoro è un rifiuto totale della consolazione e della retorica. Non offre risposte facili, non promette un lieto fine, non rassicura sulla bontà innata della natura umana. Al contrario, obbliga, senza via di scampo, a confrontarti con la natura predatrice e solitaria dell’individuo, dove l’amore è violenza e la geografia è prigione.
Quando l’ultima immagine svanisce, non c’è una storia risolta con un messaggio edificante, ma una cicatrice emotiva persistente e dolorosa. Questo è il suo inconfondibile marchio: un cinema che non si dimentica perché va vissuto sulla propria stessa pelle.