Freak Film Festival
‘Aeolus’: intervista a Niccolò Donatini
Un cortometraggio ibrido sull’incendio che ha devastato Stromboli e i suoi abitanti
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2 settimane agoon
«Tutto quello che sentirai è vero. Tutto ciò che vedrai non lo è. Questa è la storia di un’anima che brucia». Queste sono le parole che danno avvio a Aeolus, diretto da Niccolò Donatini e vincitore del premio critica Strade Perdute al Freak Film Festival.
L’opera, realizzata quasi interamente attraverso un videogame, racconta «una storia di finzione divenuta realtà». Precisamente, Aeolus si sofferma sul grave incendio che ha colpito Stromboli nel 2022, causato da un’attività di produzione cinematografica. Il titolo, dedicato al dio greco dell’aria e custode delle tempeste, richiama la forza del vento che ha alimentato le fiamme e ha contribuito non solo a distruggere quasi la metà della vegetazione di Stromboli, ma a minacciare la vita della stessa popolazione.
Il carattere fortemente artificiale del cortometraggio di Donatini è in grado di colpire profondamente lo spettatore e di distanziarlo da ogni tipo di visione passiva, così come dal piacere scopico che deriva dalla spettacolarizzazione di eventi tragici.
Niccolò Donatini e il cinema
Regista e montatore, si è laureato nel 2023 in Cinema e Nuove Tecnologie presso l’Università IULM, con una tesi sullo Slow Cinema. I suoi film La Lastra (2022), Aeolus (2024) e Ronzio (2024) affrontano tematiche sociali e politiche e sono stati selezionati in festival come FEDIC, FIDBA, Milano Short Film Festival, RIFF e altri. Dal 2023 dirige spot per brand come Baracuta e partecipa a importanti residenze internazionali. Il suo ultimo lavoro è De donde vienes, silencio (2024) realizzato sotto la supervisione di Pedro Costa in anteprima ad Alice Nella Città nella sezione Onde corte – panorama Italia.
Leggi su TaxiDrivers De donde vienes, silencio: Niccolò Donatini in dialogo con lo Yucatán di Noah Zoratti.
Attraverso il simbolismo e la contaminazione di linguaggi, Donatini unisce il personale e l’universale, il locale e il globale, mantenendo una forte tensione intima e catartica nel racconto. Nei suoi film, l’individuo appare fragile e in balìa degli eventi, in un continuo dialogo tra mondo interiore ed esteriore, tra soggettività e oggettività. Tutti i suoi lavori si caratterizzano per una costante ricerca stilistica e sperimentazione linguistica. Niccolò Donatini attualmente vive a Roma ed è rappresentato da Volver Actor.
La genesi del film
Che cosa ti ha colpito dell’evento che hai raccontato in Aeolus, al punto da realizzarne un cortometraggio?
Io ho la casa a Stromboli, quindi l’ho vissuta veramente come una distruzione di casa propria… Attraverso la ricostruzione della testimonianza dei miei amici e degli isolani, ho cercato di raccontare quello che, per me, è stato un atto violento nei confronti di un patrimonio dell’UNESCO, una riserva ambientale importante e il vulcano più attivo che abbiamo in Europa.
Gli incendi e le devastazioni in sé non è che mi attraggano particolarmente. È stato più un tentativo di esorcizzare un lato che personalmente odio del cinema: quello che considera l’ambiente come puro patrimonio estetico da sfruttare per i propri fini produttivi e cinematografici. Ricordo che fin da piccolo ho sempre visto carovane di ricercatori di immagini, che salivano sul vulcano a riprendere il cratere. Penso sia assurdo che, dal momento in cui mi approccio al cinema con amore, con passione e con dedizione, poi trovi queste persone che per errore, durante qualche ripresa, bruciano un intero vulcano.
Ciò che mi ha colpito, quindi, è un aspetto di cronaca. Tuttavia, è stato anche un modo per capire che tipo di cinema realizzare e da quale, invece, distanziarmi. Per me Aeolus è una denuncia; senza puntare il dito, fa riflettere tanto anche su quanto privilegiamo la finzione rispetto alla realtà.
Il tuo film racconta il cinema a 360 gradi, mostrando sia la sua forza evocativa sia i suoi lati più problematici. Allo stesso tempo, parla anche di umanità nei termini di tragedie, ma anche di fratellanza. Come hai lavorato per tenere insieme questi diversi aspetti?
La fratellanza è nata dal modo in cui ha reagito la popolazione all’incendio, cioè attraverso un atto di resistenza concreta, scaturita dall’assenza di soccorso da parte della protezione civile. A rispondere sono stati i miei amici e le persone di lì, con i mezzi che avevano a disposizione. Il mio lavoro è stato poi ripercorrere le loro memorie. Questo direi che è stato il mio atto di resistenza. Avvicinarmi a loro mi ha permesso di costruire un senso di comunità.
Il disastro in sé, in realtà, noi lo viviamo ogni anno: a seguito di questo evento siamo costretti a subire valanghe tutti gli anni, perché appunto mancano gli alberi. Puntualmente, quindi, ci ritroviamo con le zappe in mano per togliere chili e chili di fango da dentro le case. A seguito dell’evento, molti dei miei amici hanno anche perso casa. Ricordo bene l’estate trascorsa con i miei amici, eravamo in queste case colme di fango, quasi fino al tetto, e con i letti sommersi. Tutti i giorni eravamo lì, a luglio e agosto. Mentre la maggior parte del mondo magari usciva a bere, noi ci trovavamo lì, con le zappe in mano, per cercare di rimediare a tutta questa distruzione.
Il mio film ha chiaramente un sentimento amaro. Mentre lo realizzavo, però, sapevo anche che ciò che doveva emergere era proprio questo atto di resistenza collettiva. La vera sfida era: come poterlo fare all’interno di un videogioco? Ho scelto di affidarmi completamente alla voce ‒ è la prima volta che lo faccio ‒ e credo sia proprio quella il collante di tutto. La voce è ciò che può realmente unire il disastro a questo senso di resistenza, perché è molto intima, è unica. Ho parlato con molte persone e registrato i loro racconti. Credo che in questo film ci siano tanti livelli, quindi le voci si parlano anche vicendevolmente, è proprio un’orchestrazione.
Una commistione di linguaggi
Come mai hai deciso di realizzare un film ibrido, a metà tra documentario, ricostruzione tramite intelligenza artificiale e videogioco?
Tutto è nato con il workshop Nouvelle Bug di Andrea Gatopoulos, che per me è una figura molto importante nel panorama di oggi, perché sperimenta il Machinima – un termine che fa riferimento ad un cinema fatto con la macchina. Con macchina si intende stare anche soltanto col computer e inventarsi una storia. Questa è una risposta anche data dall’impossibilità immediata di fare delle riprese o di avere budget grandissimi.
In questa residenza di Machinima, Andrea ci ha insegnato le basi. Personalmente, ho un rapporto molto stretto con i videogames: ci ho sempre giocato e ho il feticcio di confrontarmi sempre con lo stesso, Red Dead Redemption.
Inizialmente mi sono mosso nella mappa del videogame. A un certo punto mi sono imbattuto in un luogo, chiamato Burnt Forest (letteramente “foresta bruciata”). Gli avvenimenti di Stromboli erano accaduti di recente e, quando sono giunto in mezzo a quegli alberi bruciati, mi sono ricordato di quando ero salito a vedere che cosa rimaneva di Stromboli. Esisteva davvero un deserto nero, non era rimasta anima viva.
Successivamente, grazie ad Andrea, ho scoperto che questo videogame permette tanta personalizzazione. Tutto ciò si chiama modding e permette la modifica dei valori esistenti dentro un videogame. Oltre a poter modificare il gioco, è possibile anche fare delle proprie riprese, scegliere la lunghezza focale, scegliere l’ora, il giorno…poteva, quindi, essere uno strumento perfetto per il progetto.
La tragicità dell’evento viene mostrata all’interno di un teatro e, quindi, resa puro intrattenimento
Nel mio lavoro ho scelto di creare un contrasto fra la realtà e la finzione. L’idea di fare un documentario attraverso videogame e intelligenza artificiale è una scelta di regia che mi ha permesso di evidenziare la finzione di un mondo che è alla ricerca dell’intrattenimento, della spettacolarizzazione. Il bruciare un vulcano intero, per esempio, andava a sottolineare il processo di spettacolarizzazione dei mass media. Ho voluto evidenziare questa finzione attraverso il videogame, facendo riflettere riguardo a un mondo che sento plasticoso, finto, che mette davanti l’estetica o lo spettacolo rispetto al mondo vero in cui viviamo, all’ecosistema, alla solidarietà e alla gentilezza. Tutto ciò che ho usato l’ho fatto per rappresentare questo mondo vigliacco e usurpatore, che mi fa molto arrabbiare.
L’intelligenza artificiale, invece, è solo usata per muovere le fotografie vere di Stromboli. Ci tengo a sottolineare che le immagini nel mio film sono vere. Volevo, però, che l’intelligenza artificiale disorientasse lo spettatore. Precisamente, il mio obiettivo era ridurre il confine tra realtà e finzione.
Io poi vengo dal montaggio ‒ ho fatto anche una tesi magistrale sulla distruzione del montaggio attraverso lo slow cinema asiatico e messicano, mentre al triennio ho portato una tesi sul montaggio come la forma di pensiero più elevata per l’umanità. Infatti, il montaggio è ciò che ti permette di mettere insieme due immagini apparentemente in contraddizione fra loro, trovare un senso di unione.
Nel mio film ci sono immagini di archivio ‒ quindi quelle vere dell’incendio ‒ poi le riprese in videogame, le telecamere di sorveglianza dell’INGV ‒ che è il centro di osservazione vulcanologico ‒ e le mie riprese di quando sono salito dopo l’incendio. È tutto molto caotico, perché si tratta di unire tecniche diverse, ma credo che ciò sia anche la forza di Aeolus.
Anche perché in questo modo si riesce davvero a scuotere lo spettatore, permettendogli di guardare il film in maniera attiva. Un documentario classico forse suggerirebbe un tipo di visione passiva, che non stimolerebbe così efficacemente la sua coscienza critica.
Esattamente. Inoltre, io credo molto nel cinema politico, lo faccio in continuazione. Con La lastra ho portato l’omosessualità preadolescenziale che non viene accettata nei paesi di provincia. Ho portato la tossicodipendenza assieme a Tekla Taidelli, regista di street cinema. Qui ho portato la distruzione climatica, poi l’ADHD con Ronzio. Tutto quello che mi ispira è quel tipo di cinema. Oggi ci sono molte istanze di cui parlare e finalmente il cinema si sta redendo conto che è un mezzo efficace per discuterne. Domani magari lo sarà l’AI coi prompt o altre cose, però oggi è questo, è il cinema.
Avendo utilizzato l’intelligenza artificiale nel tuo film, qual è la tua opinione sul suo impatto attuale e futuro nel cinema?
Sono molto ambivalente in questo. Sicuramente lo trovo un modo molto efficace per velocizzare la produzione. Tuttavia, a livello produttivo stiamo giungendo a quello che viviamo a livello sociale, ovvero a una rapidità eccessiva. In realtà, per me, il processo artistico è anche un modo di esorcizzare i traumi, quindi richiede del tempo. Il problema sorge dal momento in cui si potrebbe trasformare nell’ennesima istanza che ci dice che dobbiamo correre, muoverci, perché moriremo. Di conseguenza, ci obbliga a bruciare le tappe. L’AI è una macchina perfetta, completamente in armonia coi tempi in cui viviamo.
Prima c’erano Photoshop e altre applicazioni. Adesso è come se tutto si fosse condensato in un’unica bolla che ti promette tutto. Io la vivo in maniera un po’ pessimista dal punto di vista filosofico, ma a livello progettuale la sto integrando nei miei lavori. Ad esempio, la sto usando molto nella fase di preproduzione per creare dei booklet visivi, dei dossier più precisi, più creativi.
Dunque, secondo me diventa uno strumento negativo nel momento in cui non la utilizzi per un fine creativo, ma semplicemente per velocizzare i tempi e per un’eccessiva pigrizia. Io lo trovo più problematico a livello sociale che a livello cinematografico. Se consideriamo il mio film, Aeolus funziona perché l’utilizzo dell’AI è una scelta di regia, un’esigenza di linguaggio. Se, invece, c’è la semplice volontà di credersi alla moda per poi andare ai festival, oppure di utilizzare questi strumenti senza una logica ben precisa, secondo me è inutile.
Niccolò Donatini e il cinema documentario
In quanto regista, qual è, secondo te, la forza specifica del cinema documentario rispetto al cinema di finzione?
La forma-documentario attualmente è molto più efficace, perché la gente si sta convincendo che la ricerca, lo studio dei temi, è qualcosa di fondamentale ‒ anche perché ci sono meno soldi. Un produttore investe in qualcuno che ha un’idea chiara, con una storia che sente propria. Questo ha portato a cercare delle storie molto intime. Non a caso il cinema di oggi, anche quello di finzione, produce molti biopic o delle autobiografie molto sincere ‒ penso a Ciao bambino di Edgardo Pistone, Gli oceani sono i veri continenti di Tommaso Santambrogio, ma anche Patagonia di Simone Bozzelli. Sono tutti spaccati di vita dei registi.
Sicuramente, in un momento di incertezza industriale, questo ha portato a investire in chi veramente delle storie ce le ha. Infatti, essendo uno dei mestieri più incerti del mondo, il produttore deve avere questa certezza. Allo stesso tempo, attualmente c’è un sentito interesse verso la scoperta dell’altro, quindi una propensione a spingersi verso nuove culture, verso nuovi paesi, raccontare, fare anche del giornalismo, della divulgazione. Ecco, quindi, che il documentario assume una forma protagonista.
Come ti rapporti personalmente al linguaggio del documentario?
Nel mio lavoro non distinguo il cinema documentario da quello di finzione. Ti faccio un esempio: l’anno scorso ho subito un intervento alle corde vocali e da lì è nato Non ho voce in capitoli, un cortometraggio in stile Tim Burton che rappresenta anche l’incertezza del mondo in cui vivo, i miei dubbi attraverso un documentario sulla mia voce. Ritengo che l’ibridazione oggi sia vincente perché è creativa, è molto sincera e genuina.
Per concludere, credo che il cinema documentario ci avvicini a una missione, che è quella di cercare di rappresentare i nostri sentimenti e le cose più sincere dei nostri tempi. Per questo motivo, farò sempre documentari, anche nei film più di finzione. Anche il mio primo lungometraggio vorrà essere questo, ovvero una lente d’ingrandimento dell’oggi attraverso la mia sensibilità.