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Glocal Film Festival

“Il cinema è una finestra sul mondo”: intervista ad Alberto Barbera

All'inaugurazione del Glocal Film Festival abbiamo incontrato Alberto Barbera, direttore della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, per parlare dell'importanza del cinema e del suo futuro.

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Una “serata Amarcord”, così definita da Alessandro Gaido, presidente dell’Associazione Piemonte Movie e co direttore del Glocal Film Festival, all’interno di una delle sale più significative del Cinema Massimo, la Sala Rondolino.

Il festival si apre con la consegna del Premio Bosca – Viaggio in Piemonte ad Alberto Barbera, direttore della Mostra  Internazionale d’Arte cinematografica di Venezia, che prende la parola con un discorso che ripercorre la storia e il ruolo del cinema in Piemonte.

Il Direttore ha ricordato i grandi traguardi e “passaggi” del cinema torinese partendo dalla nascita del Festival Internazionale Cinema Giovani, passando per le fondamenta del nuovo Museo Nazionale del Cinema e arrivando alla formazione della Film Commission Piemonte. «La prima e la più efficiente» tra quelle italiane.

Durante il suo discorso Barbera ha lodato chi ha perseguito il lavoro anche fuori dalle grandi città per mantenere vivo il cinema. «Non per tornare al passato, ma per costruire qualcosa per il futuro: legami, connessioni, prospettive, progetti destinati alle nuove generazioni».

«Questo lavoro straordinario, portato avanti da venticinque anni con passione e pochi mezzi, è una scommessa sul futuro», ha aggiunto, definendo la sua presenza alla serata come «una piccola testimonianza di riconoscenza per un impegno così meritevole».

Dopo la premiazione abbiamo incontrato Alberto Barbera per approfondire i temi principali del suo discorso: il rapporto tra cinema e territorio, il futuro delle sale e le sfide del lavoro cinematografico.

“Passaggi” è la parola chiave di questa edizione del festival, per lei c’è stato un rito di passaggio fondamentale nella sua vita e carriera cinematografica? 

Il primo passaggio è stato quello dalla sala d’accesso del cinema parrocchiale del paese dove abitavo alla sala oscura. Quello è stato il primo passaggio nel senso letterale perché è stato l’ingresso in un mondo fantastico, meraviglioso, che subito mi ha terrorizzato. La prima reazione è stata la paura perché stavo vedendo una scena di tensione e sono scappato subito. Poi però si è trasformato in un momento affascinante che poi è diventato, come dire, la passione della mia vita. Io da piccolo avrei voluto fare l’attore, poi il regista, tutte cose per le quali poi scopri che ci va del talento che non possiedi. Ho comunque fatto il critico, ho fatto l’opera di organizzatore dei festival, ho fatto quello che sono. Quindi questo è stato il primo passaggio.

Naturalmente di passaggi nella vita ne ho fatti tanti e sono stati tutti passaggi legati a momenti di crisi. Quando la Gazzetta del Popolo, per la quale io scrivevo come critico, ha chiuso io mi sono trovato senza lavoro. Tuttavia, si è aperta un’altra opportunità straordinaria perché in quell’anno la città di Torino ha dato vita alla prima edizione del Torino Film Festival, che allora si chiamava Festival Internazionale Cinema Giovani, per il quale ho cominciato a lavorare. E quindi anche lì un altro passaggio che corrisponde a un salto, a un cambiamento, ad una crescita.

Sono stati tutti passaggi in cui la fortuna è stata centrale ma ci vuole anche la passione, la dedizione, la volontà di non desistere anche quando sembra che nulla si muova e non si vedono prospettive per il futuro. E poi improvvisamente capita di attraversare una soglia e si entra in un universo ulteriore. L’altro passaggio è stato ovviamente quando mi hanno chiamato per la prima volta a Venezia…e a Venezia ci sono ancora! (Ride)

Poi c’è stata la parentesi del Museo del Cinema che ricordo con grandissimo piacere perché mi è enormemente piaciuta, è stato un amore fantastico. Insomma, tanti passaggi, tante soglie che bisogna avere il coraggio di attraversare perché non vi nascondo che a volte ho avuto paura. La prima volta che mi hanno offerto di andare a Venezia per più di un mese ho detto di no. Stavo nella comfort zone del Torino Film Festival, una dimensione relativamente piccola dove avevo un’autonomia ed una libertà assoluta. Per questo mi spaventava l’incognita di andare in un posto considerato “una terra dei lupi”; poi ad un certo punto uno dice beh, bisogna buttarsi, bisogna accettare la sfida per crescere.

Una vita di passaggi che hanno come punto di partenza un cinema parrocchiale, forse una realtà che ora sta sparendo?

Quelli erano luoghi di formazione, luoghi in cui si imparava a condividere le esperienze spettacolari o culturali insieme agli altri. Io all’inizio andavo al cinema spesso anche da solo, partivo a piedi per andare a Biella o in un paese vicino. Poi, una delle prime cose che ho fatto con gli altri è stato organizzare un cineforum nel mio paese quando avevo 16 o 17 anni. Lavorare con gli altri significa costruire un percorso di programmazione, condividere esperienze di cui non sapevamo nulla e per le quali eravamo totalmente inesperti, con l’idea di offrirlo a un pubblico del paese e coinvolgere gli altri giovani.

Valori come la condivisione e la socializzazione ormai si sono persi, al cinema parrocchiale ci andavano tutti i bambini e si imparava tantissimo. Io credo che il cinema sia il più straordinario strumento di conoscenza al mondo, più di qualsiasi altra forma espressiva. È un’esperienza collettiva, una finestra sul mondo. Io ho imparato molto di più dal cinema piuttosto che dall’università o andando a scuola, cosa di cui mi vergogno perché ci vogliono l’una e l’altra cosa e certe lacune culturali che possiedo sono dovute al fatto che all’università ho messo piede soltanto per fare gli esami.

Da quando avevo 5 anni non ho fatto altro che andare al cinema, ho visto film di tutti i tipi e mi hanno insegnato la storia, la geografia, la politica, che cos’è la morale, che cos’è l’estetica. La maggior parte delle cose le ho imparate dai film dei grandi registi. Film che ti fanno conoscere il mondo e le sue complessità, i problemi ma anche la coerenza di avere dei valori a cui affidarsi.

Purtroppo, oggi il cinema ha perso quella dimensione collettiva che aveva all’epoca, è diventata una produzione prevalentemente individuale e si sono perse la condivisione e la socializzazione. C’era qualcosa di più, qualcosa che oggi non c’è e che bisogna cercare di ricostituire. Il grosso lavoro che fanno i festival regionali è proprio la restituzione culturale e cinematografica. Restituire quello che il cinema ha perso negli ultimi anni a causa delle scelte industriali e tecnologiche che lo hanno trasformato.

Il Direttore Alberto Barbera Cecilia Subbrizio e Beatrice Moro di Taxidrivers

Nel suo discorso lei ha citato le nuove generazioni. Al giorno d’oggi sempre meno ragazzi decidono di andare al cinema, secondo lei come mai? Festival come questo sono forse in grado di riavvicinare i giovani?

Oggi viviamo in una società parcellizzata nella quale i giovani non hanno riferimenti all’esterno se non sé stessi. Il cellulare e tutto l’universo a cui accedono attraverso il computer o le piattaforme streaming è qualcosa da un lato ricchissimo, le potenzialità di Internet sono straordinarie, sarebbe ingiusto negarlo. Ma è qualcosa che ci condiziona enormemente tagliando una fetta consistente di un’esperienza che dovrebbe invece essere costruita attraverso la condivisione e la socializzazione, il che è tremendo. Credo che il compito delle istituzioni culturali, dei festival e di chi opera in questo settore sia proprio quello di ricostruire, di riconnettere le personalità attraverso esperienze di condivisione che sono gratificanti.

Perché i festival hanno successo? Perché rispondono a un bisogno, la gente che abitualmente si accontenta di vedere i film sulle piattaforme esce di casa per andare ai festival, trovando qualcosa che non esiste nell’esperienza quotidiana della visione dei film. Qualcuno si lamenta perché in Italia ci sono 300 festival ma secondo me ce ne vorrebbero addirittura 600. Dobbiamo moltiplicare questa coesione e condivisione, dobbiamo riabituare le persone a trovare nel momento della socializzazione il piacere e la ricchezza che questa esperienza ci offre.

Torino ha una storia cinematografica enorme, lei pensa che i festival di adesso conservino lo stesso fermento culturale di una volta?

È una questione complessa. Ci sono tante ragioni che sono in parte di natura economica ed in parte legate a scelte di politica e cultura che non sono esattamente quelle che dovrebbero essere. Io purtroppo ho una certa età, ho attraversato tutta la seconda metà del Novecento e tutta l’esperienza di trasformazione della città. Quindi posso garantire che la politica culturale degli enti locali, città e province degli anni Ottanta e Novanta era una politica illuminata, visionaria. C’era una visione aperta al futuro, un’idea di investire nella costruzione di un futuro migliore per le generazioni più giovani.

Oggi non è più così. Oggi si ha l’impressione che tutto sia strumentale a fini politici o che ci sia una politica destinata ad alimentare la visibilità attraverso i social media, qualcosa di estremamente superficiale ed illusorio che se ne va nell’istante in cui si realizza ma non costruisce niente e non investe sul futuro. Non investe sul miglioramento delle condizioni psicologiche, ambientali e culturali di nessuno. Non c’è un progetto più grande ma solo uno fine a sé stesso e spesso la ciliegina diventa il sostituto della torta. A livello europeo siamo uno dei Paesi che investe meno in cultura e questo è quello in cui siamo bravi, figuriamoci in altre cose.

Cecilia Subbrizio e Beatrice Moro

 

Crediti fotografici: Diego Dominici e Francesco Rasero