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La realtà in dieci giovani sguardi: il documentario come rinascita
Al RIDF di Roma un nuovo modo di pensare l’immagine e la memoria
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2 settimane agoon
Sabato 8 Novembre 2025, pomeriggio. Ci troviamo nell’affascinante cornice dell’Ex Pastificio Cerere.
Qui si respira un’aria di creatività e di fermento intellettuale: siamo in una delle tre sedi della RUFA (Rome University of Fine Arts), che quest’anno ospita l’evento conclusivo del percorso didattico associato al RIDF (Rome International Documentary Festival) che al suo quarto anno si sposta al Cinema Tibur dal 3 al 7 dicembre.
Secondo anno invece per il progetto formativo che nel 2025 porta il nome di: “Documentare la Pace” (l’anno scorso il tema era “Documentare i Diritti”). Il progetto è vincitore del Bando Sementi dell’Assemblea capitolina, realizzato con il supporto di Fondazione Beta e Fondo Nazionale delle Comunicazioni. L’idea è quella di accompagnare i partecipanti a sviluppare un progetto di film documentario che affronti tematiche legate alla cultura della pace, esperienze di costruzione di Pace, dalla mediazione dei grandi conflitti, alla convivenza tra comunità, ai rapporti tra singoli individui. Una sfida fortemente ancorata al presente.
Tra i presenti, gli organizzatori: Christian Carmosino Mereu, co-direttore artistico, insieme a Emma Rossi Landi, direttrice generale e artistica; Silvia Natale, responsabile tecnica; Flavia Pasquini, responsabile comunicazione; e Souheila Soula, grafica.
Ad aprire l’incontro, Alessandra Bruno, tutor.
Foto Chiara Fronterotta
I 10 finalisti del progetto
Dopo le presentazioni di rito, si accomodano in prima fila registi, produttori e stakeholder del mondo del cinema (Riccardo Biadene – produttore e documentarista; Raffaele Brunetti – produttore e documentarista; Laura Petruccioli – referente per Amnesty International Italia del progetto Arte e diritti umani; Laura Romano – produttrice e Docente e Coordinatrice del corso di produzione del CSC sede Sicilia; Sabrina Varani – direttrice della fotografia e documentarista). L’ascolto si fa primo motore del confronto, ma siamo alla fine di un percorso formativo composto da lezioni one-to-one, masterclass e tutoring.
I partecipanti sono tutti qui, seduti in sala. Tra loro, i dieci finalisti:
- La pace di Zaza – di Giacomo Barletti
- La zona verde – di Giacomo Berti
- Credice – di Anna Sofia Caira, Mariama Diene
- Garbatella per la pace sociale – di Nicola Ciccarelli
- La città immaginaria – di Bianca Gentili
- I fratelli Petrolini – di Chiara Giaquinto
- Le scale di casa – di Emma Lombardi
- Il gesto di chi cambia rotta – di Giovanni Milano, Aurora Chambon
- Dall’altro lato della riva – di Sofia Trentini
- Nessuno mi può giudicare – di Rachele Verzelli
I ragazzi cominciano a “pitchare”, come si dice in gergo, ovvero cercano di convincere i produttori della bontà della propria idea nel minor tempo possibile e con la massima forza espressiva di cui sono capaci. Dopo i primi tre, pausa.
Capiamo fin da subito che i punti di vista fondamentali, in eventi come questo, sono tre: le ambizioni di chi organizza, le idee di chi partecipa, le opinioni dei produttori che valuteranno i progetti concorrenti.
Emma Rossi Landi, tutor e co-direttrice del Festival RIDF
Emma, ci chiediamo come mai ci troviamo in uno spazio come questo; come nasce la collaborazione tra RIDF e RUFA al Pastificio Cerere?
Il progetto nasce dal desiderio di creare un momento di scambio tra il mondo della formazione e quello della produzione cinematografica. L’idea era offrire agli studenti la possibilità di presentare un proprio progetto davanti a professionisti del settore, simulando una vera esperienza di pitching. Ma i nostri partner istituzionali, oltre a RUFA, sono anche due università pubbliche: l’Università di Roma Tre e il Dipartimento SARAS della Sapienza. In entrambe queste scuole sono state realizzate le masterclass.
Emma Rossi Landi – Foto Chiara Fronterotta
Qual è l’obiettivo principale di questi incontri formativi?
Soprattutto quello di dare modo agli studenti di riflettere su cosa significhi parlare di pace, anche cominciando dalle piccole cose, anche dai rapporti interpersonali; e siamo contenti dei risultati e vedere da un lato come i ragazzi hanno ragionato attraverso il racconto, e in special modo il racconto per immagini; dall’altro la possibilità di mettersi alla prova, capire come si struttura un pitch e quali sono le domande che un produttore potrebbe fare loro e che tipo di feedback posso ricevere. È un modo per capire quanto la propria idea sia chiara, comunicabile e, soprattutto, pronta a essere proposta a chi lavora concretamente nel mondo del documentario.
Com’è stata la risposta dei partecipanti?
Molto positiva. Gli studenti si sono dimostrati motivati, preparati e curiosi. Hanno presentato idee diverse, con sguardi personali e linguaggi differenti. È sempre bello vedere come, anche partendo da esperienze di vita molto varie, emerga un filo comune di sensibilità e attenzione verso il reale.
Che valore aggiunto offre un’esperienza come questa a chi studia cinema oggi?
E’ a tutti gli effetti una opportunità concreta, formativa e realizzativa. Oltre al feedback di produttori che lavorano veramente nell’ambito del documentario, ci sarà un vincitore o una vincitrice che vincerà duemila euro, quindi avrà l’opportunità di sviluppare un progetto che ora è solo nella fase dell’idea: avranno sei mesi per produrre un trattamento e passare al livello successivo, ovvero “cercare un produttore” con in mano il loro trattamento. Stasera stessa, durante la proiezione di due short-doc, Vibrations from Gaza e Under the Wing of a Night, la “giuria” avrà modo di riunirsi per esprimere i tre vincitori. Vogliamo concludere la giornata con l’annuncio in anteprima della selezione dei film della quarta edizione del Rome International Documentary Festival
C’è un messaggio che vorresti lasciare agli studenti dopo questa giornata?
Ci piace moltissimo questo progetto perché crediamo nel valore del documentario, sia come prodotto cinematografico sia come forma di riflessione sulla contemporaneità. Il punto di vista dei giovani, dei giovanissimi come loro, è molto importante per la società tutta. Occorre tenerlo vivo, dargli valore e formare giovani che iniziano ora a fare documentari: chissà che bei film potranno realizzare in futuro! È anche un modo per avvicinarli al documentario: loro sono abituati a fruire dei contenuti in modo molto veloce, sui social, mentre il documentario dà loro la possibilità di approfondire, sedersi e riflettere.
Giacomo Berti, 23 anni, studente RUFA
Tra i giovani ce n’è uno con un cappellino grigio col simbolo di una nota marca sportiva statunitense; eppure, è molto critico nei confronti della cultura americana e il suo progetto lo rivela nella forma e nei contenuti. Ha appena finito di presentare il suo pitch per La Zona verde. È incredibile: una storia irachena, una rivendicazione di verità attraverso il lavoro di un collettivo artistico autentico che lui ha intenzione di seguire sul posto.
Ci avviciniamo a lui.
Giacomo, raccontaci chi sei e come sei arrivato a partecipare a questa iniziativa.
Mi chiamo Giacomo Berti, ho 23 anni e studio cinema al terzo anno alla RUFA. Ho partecipato a questo evento formativo organizzato dal RIDF attraverso un bando aperto a tutti gli studenti tra i 18 e i 24 anni. Ho inviato la mia candidatura e sono stato selezionato tra i dieci finalisti. Non so il numero esatto dei partecipanti totali, ma so che tra i finalisti c’erano anche altri due studenti della mia Accademia di Belle Arti.
Quindi è stato anche un modo per conoscere nuovi colleghi!
Sì, assolutamente. È stata un’occasione importante per entrare in contatto non solo con altri studenti della mia università, ma anche con ragazzi provenienti da accademie e università diverse. Questo confronto è stato molto importante per me.
Giacomo Berti durante il suo pitch – Foto di Chiara Fronterotta
Avete avuto anche momenti di scambio didattico tra le varie scuole coinvolte?
Sì. Abbiamo partecipato tre diverse masterclass: una alla Sapienza (Matteo Delbò e Chiara Avesani,) e due al DAMS di Roma Tre (Sabrina Varani, Beppe Leonetti) . È stato interessante vedere i diversi approcci e metodi di insegnamento, ma anche le diverse modalità che abbiamo avuto noi studenti di sviluppare i progetti, completamente diversi l’uno dall’altro. Un’esperienza davvero formativa.
Com’è andato il tuo pitch di oggi?
Non conosco ancora l’esito, ma molto emozionante. Era la prima volta che esponevo un mio progetto davanti a un pubblico così ampio e di professionisti che non conoscevo. È stato un banco di prova importante sia dal punto di vista personale che professionale. Ho mostrato alcune immagini di repertorio per aiutare a visualizzare meglio e concretamente l’atmosfera e la location del mio documentario.
Di cosa parla il tuo progetto?
Il documentario che vorrei realizzare racconta la rinascita culturale e artistica di Baghdad dopo l’invasione statunitense del 2003. Segue tre artisti e operatori del collettivo culturale TARQIB, un’organizzazione nata nel 2016 che promuove giovani artisti iracheni e ogni anno organizza un festival di arte contemporanea a Baghdad della durata di quattro giorni.
Quali domande ti hanno rivolto i produttori durante il pitch?
Mi hanno chiesto soprattutto quale fosse il mio legame personale con la storia e se fossi già entrato in contatto con i protagonisti. Per ora ho stabilito un dialogo con l’organizzazione culturale, ma non ancora con i tre artisti che vorrei seguire nel documentario. Siamo ancora nella fase preliminare della produzione.
Perché hai sentito la necessità di raccontare questa storia?
Perché voglio ribaltare la narrazione con cui i media occidentali hanno raccontato l’Iraq negli ultimi vent’anni: un Paese sottosviluppato, visto solo come teatro di guerra o culla del terrorismo. Il mio intento è mostrare un’altra prospettiva, quella di una nazione che resiste e rinasce attraverso l’arte.
Il punto di vista del produttore
Alla fine di questa lunga maratona di pitch, avviciniamo Riccardo Biadene, regista e direttore artistico della Kama Productions, e ripercorriamo con lui alcuni passaggi chiave per meglio intendere il documentario dall’altra parte, da chi cioè questo genere lo produce davvero.
Riccardo Biadene pone domande ai ragazzi durante il pitch – Foto Chiara Fronterotta
Riccardo, ascoltando alcuni progetti documentari mi sono sorpresa dei temi così forti, così legati al contesto del presente più che all’intimità degli autori. Pensi che la complessità del reale oggi li spaventi o, al contrario, possa stimolare la loro ricerca e la voglia di sperimentare nuovi linguaggi?
Penso che ogni generazione e ogni individuo siano chiamati a interpretare e raccontare la realtà del proprio tempo con i mezzi di cui dispongono. La complessità appartiene a ogni epoca e la difficoltà reale sta nel saperla restituire senza semplificare, utilizzando nuovi linguaggi o forme già collaudate, delle quali però occorre dominare la grammatica. È fondamentale trovare soluzioni formali e artistiche capaci di rendere comprensibile e aderente lo sguardo e l’intenzione dell’autore, coinvolgendo anche emotivamente il pubblico. Mi pare che, consapevolmente o meno, anche questa generazione, di cui in questo contesto ho esaminato alcune belle proposte di lavoro, comunichi un desiderio autentico di espressione, individuando temi di rilievo e tentando di declinarli in modo personale.
In relazione alle nuove generazioni che hanno partecipato a questo percorso formativo, penso che esista una naturale abitudine alla produzione di immagini, favorita dalla diffusione dei social. Di conseguenza, però, cresce anche il desiderio di governarne l’uso e il senso con maggiore consapevolezza e ambizione espressiva.
Quali sono, secondo te, le principali competenze, creative o produttive, che esperienze come questa possono aiutare a sviluppare in chi si affaccia ora al mondo del documentario?
Mi sembra che questo percorso potenzi principalmente competenze di natura creativa, più che produttiva. Tuttavia, poiché questi due piani sono necessariamente correlati, interrogarsi sugli aspetti creativi favorisce nei ragazzi una maggiore consapevolezza rispetto alla realizzabilità dei propri intenti. Ciò implica anche una maturazione riguardo alle modalità di produzione, alle scelte artistiche e formali che risultino sostenibili in relazione al tema che si è deciso di circoscrivere e indagare.
Guardando al panorama della produzione documentaria italiana, quali condizioni ritieni necessarie per sostenere davvero il passaggio dalla formazione alla realizzazione concreta dei progetti?
Il documentario permette un’enorme gamma di modalità produttive, molto più della fiction. In questa maggiore accessibilità, e nella conseguente elasticità dei costi, risiede in parte anche la sua forza, direi quasi “popolare”, come forma di espressione artistica. Tuttavia, indipendentemente dalle successive opportunità distributive, la produzione richiede agli autori una grandissima determinazione. Non solo nel reperire i fondi, anche minimi, o nel trovare persone disposte a investire, ma soprattutto nel portare a compimento il progetto nonostante le difficoltà, che in ogni storia produttiva sono numerose e impreviste.
Bisogna mettere in conto, almeno inizialmente ma spesso anche a lungo, una consistente disponibilità al sacrificio, sia temporale che economico. Lavorare senza retribuzione o quasi, come accade nella grande maggioranza delle prime esperienze, è un sacrificio che pochi possono permettersi e che si accetta solo come forma di investimento, sostenuti dalla passione, dalla gratificazione creativa o da esiti positivi che aiutino a mantenere fiducia nella possibilità di trasformare questo percorso in una professione retribuita.
Infine, mi piacerebbe sapere qualcosa sulla situazione attuale della distribuzione del documentario italiano in Italia. Si produce più di quanto si riesca a vedere in sala? Perché?
Certamente la maggiore accessibilità ai mezzi di produzione, oggi capaci di garantire un’efficacia tecnologica adeguata, ha moltiplicato la possibilità di esprimersi attraverso le immagini. Come in passato un giovane avrebbe scritto poesie o racconti per offrire sé stesso al mondo, oggi forse pensa a un film. Tuttavia, nel mare magnum del web le opere rischiano di disperdersi e ogni autore aspira a circuiti distributivi ufficiali, come piattaforme, televisione o sale, che garantiscano una reale accessibilità.
La sala resta il luogo principe della fruizione. Nel grande formato e nel buio, il potere di impatto emotivo è ancora maggiore, immersivo e in un certo senso sacrale. Ma il numero delle sale in Italia diminuisce e il sistema distributivo è un oligopolio fondato su garanzie di incasso. Pochi distributori, così come pochi produttori, sono disposti a rischiare capitali su film, documentari o di finzione, che articolano un linguaggio fortemente autoriale o che puntano su un approccio originale ai contenuti.
Le statistiche del box office mostrano che il documentario raccoglie incassi ancora molto ridotti rispetto alla fiction, ma anno dopo anno, soprattutto dopo la pandemia, gli incassi sono in crescita. Penso che verrà considerato sempre più come un’opzione sensata e meritevole di attenzione distributiva. Inoltre, il sistema produttivo cinematografico nel suo complesso non è in grado di sostenere i costi elevati della fiction a fronte di incassi modesti. Esiste quindi un interesse convergente a favorire una graduale crescita distributiva di prodotti artistici di alto profilo ma con costi più contenuti, come molti documentari hanno dimostrato di saper essere.
Assegnati i premi ai progetti in concorso
MIGLIOR PROGETTO:
Dove abita il silenzio – di Sofia Trentini
PREMIO DEL PUBBLICO:
Dove abita il silenzio – di Sofia Trentini
Credice – di Anna Sofia Caira, Mariama Diene
Concludiamo questa immersione nell’atmosfera creativa e didattica di questo percorso, con una frase del giovane Giacomo Berti che conclude il suo pitch, tra arte, cinema e storia:
“La bellezza è l’unico valore che può davvero salvare l’umanità dal suo disfacimento.”