Alla ventiquattresima edizione del Rome Independent Film Festival , Sole Tonnini presenta la sua opera prima: E se mio Padre. Un film che, sullo sfondo di un Italia in subbuglio, indaga la confusione adolescenziale di una bambina costretta a confrontarsi con le ombre del mondo adulto.

E se mio padre
Aida (Margherita Pantaleo) ha 12 anni e ha sempre vissuto con un padre distante e sfuggente, Adriano (Massimo Ghini), e una madre, Norma (Claudia Gerini), presenza affettuosa ma incapace di colmare davvero i silenzi familiari. Le hanno sempre ripetuto che era troppo piccola per capire, ma ora Aida è stanca. Intuisce che qualcosa di oscuro si nasconde nella vita del padre e nelle dinamiche della sua famiglia.
Con l’aiuto di Daniel, la ragazzina intraprende un’indagine che la porterà dentro le pieghe più torbide della cronaca italiana degli anni ’70 e ’80 — tra loggia P2, Brigate Rosse e latitanze — fino a una verità destinata a sconvolgere ogni equilibrio.
L’Italia degli anni di piombo
Sole Tonnini immerge il pubblico in un’Italia attraversata da tensioni e contraddizioni. La ricostruzione d’epoca è accurata, la regia solida e la fotografia di Giuseppe Mottola, pur richiamando lo stile della fiction televisiva, restituisce bene il senso di un Paese sospeso tra colore e inquietudine. I personaggi si muovono in una Roma viva ma instabile, specchio perfetto di un tempo frammentato e incerto. Tra le interpretazioni più riuscite spicca quella di Claudia Gerini, nei panni di Norma, madre di Aida: una figura affettuosa ma fragile, divisa tra la protezione della figlia e la consapevolezza dei segreti familiari.
Tra mistero e formazione
Il film si regge su un filo di mistero che permea tutta la narrazione. Si alternano suspense e leggerezza, mescolando il tono del mistery con momenti di comicità misurata, che sfrutta la satira e il contesto storico per alleggerire la tensione. Ma il punto forte è l’intreccio. Un susseguirsi di avvenimenti e indagini che richiedono una continua attenzione. È proprio qua che il film ha una leggera battuta d’arresto. Dopo un primo atto molto interessante rischia di perdersi in troppi nomi e avvenimenti che potrebbero creare qualche difficoltà agli spettatori meno attenti. Però, forse, si tratta di una scelta che, più che un difetto, appare coerente con il punto di vista di Aida: il mondo è davvero confuso, troppo grande e troppo complicato per una dodicenne che cerca di decifrarlo.

Un punto di vista personale
Come ha raccontato la regista stessa:
“Mio padre, come dice la piccola Aida nella scena finale, è stato un padre part-time, ma il migliore che potessi desiderare, perché ha amato me e i miei fratelli e ci ha sempre sostenuto. Il fatto di raccontare questa storia in chiave di commedia è perché altrimenti sarebbe diventato un melodramma, e perché la commedia spesso attinge dai dolori della vita e li trasforma.”
Una dichiarazione che svela il cuore del film: E se mio Padre è insieme un racconto generazionale e un atto d’amore, capace di unire memoria privata e collettiva con uno sguardo tenero ma disincantato.
Lo sguardo di una bambina sull’Italia adulta
L’intuizione più interessante del film è proprio questa sovrapposizione: la confusione dell’Italia di fine anni ’70 e ’80 riflette la confusione adolescenziale di Aida.
In un Paese in cui gli adulti sembrano aver perso innocenza e onestà, la protagonista incarna uno sguardo puro e curioso, capace di restituire umanità a un’epoca fatta di contraddizioni e paure.