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‘La ballata di un piccolo giocatore’: la vita è un gioco e il gioco è la vita

Ludopatia e rinascita in un film imperfetto.

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Su Netflix, dal 29 ottobre, l’ultimo film di Edward Berger (Niente di nuovo sul fronte occidentale, Conclave), La ballata di un piccolo giocatore. Il film, prodotto da Good Chaos, Nine Hours e Stigma Films, è scritto da Rowan Joffé, trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Lawrence Osborne. Protagonista assoluto Colin Farrell, affiancato da Tilda Swinton, Alex Jennings e Fala Chen.

Il TRAILER – La ballata di un piccolo giocatore

La ballata di un piccolo giocatore

Lord Doyle (Colin Farrell) si nasconde a Macao, trascorrendo giorni e notti nei casinò, bevendo pesantemente e giocando d’azzardo con i pochi soldi rimasti. Mentre lotta per far fronte ai suoi debiti in rapida crescita, gli viene offerta un’ancora di salvezza dalla misteriosa Dao Ming (Fala Chen), un’impiegata del casinò con i suoi segreti. Tuttavia, alle sue calcagna c’è Cynthia Blithe (Tilda Swinton), un’investigatrice privata pronta a riscuotere per conto dei suoi creditori. Mentre Doyle cerca di raggiungere la salvezza, i confini della realtà iniziano a restringersi.

 Il gioco come specchio umano

Nel gioco della vita del film, le matrici materiali e morali si intrecciano nel dispositivo capitalistico centrale del mondo occidentale: i soldi. E ne La ballata di un piccolo giocatore, l’alterego di Colin Farrell, Lord Doyle, persegue e insegue a suo modo un viaggio che è fisico e interiore, esterno e interno, alla ricerca del denaro e del suo significato. Vive con un cronometro addosso il protagonista, che non si vede ma si percepisce. La sua fuga dai creditori è direttamente collegata alla sua cupidigia, bramare la vincita per altre vincite, in un gioco di ludopatia infinito che struttura l’arco di Doyle in continue discese, risalite e nel definitivo declino del vincitore.

Perché La ballata di un piccolo giocatore, tra i suoi meriti effettivi e reali, si sostanzia nel meccanismo umano del film, alzare sempre più l’asticella del giocatore tipo, renderlo ossessivo e nel contempo costringerlo a venire a patti con la sua condizione prima di uomo e dopo di concorrente. Macao, il luogo della vicenda, trasforma l’opera di Berger in un film-scenario collegando la conflittualità della narrazione tra “topos” e “gramma”. Come già visto nel sublime Niente di nuovo sul fronte occidentale, la fotografia di James Friend riesce a riportarci il contrasto tra il luogo dell’azione principale e quello emotivo.

Macao, la giocata finale

I casinò sono dei sotterranei della trasgressione del gioco, con la fotografia spiccatamente orientata verso luci al neon, mentre la Cina al di fuori dell’azzardo fisico, con le sua baraccopoli asciutta e illuminata in forma minimale, è il giusto contrapposto tra il Doyle giocatore e i sensi di colpa del suo lato umano.

Il “gramma” del film – le iscrizioni che costruiscono la realtà sociale, ossia i soldi vinti e persi ripetutamente da Farrell  – agisce sul piano della concretezza materiale. Il “topos”, invece, il luogo di Macao, assume le sembianze di uno spazio fisico che non è fine a se stesso, plasmando inevitabilmente anche lo spazio umano. Se nei casinò Doyle rappresenta una patologia che non può fermare, è nell’esterno del perimetro del gioco, ma sempre nel luogo cinese, che il suo arco si sedimenta.

Come si vedrà nel finale del film, non è tanto la reazione alla perdita del personaggio – che incide soprattutto sul piano psicologico del protagonista e dell’impiegata del casinò – a guidare il cambiamento di Doyle, quanto piuttosto lo scenario stesso: una Cina in fermento, che lo spinge verso una forma di redenzione nata dal gioco ma accettata attraverso il luogo.

Quindi il “topos” sprona l’alterego di Farrell a un cambiamento effettivo, mentre il gioco, l’azzardo ossessivo, sviluppa la sua “psiche”; perché se il luogo permette al giocatore di radicalizzare la propria colpa, è il suo percorso quasi autopsichico, attraverso puntate sempre più alte, a bloccare e sbloccare il suo raggio d’azione interiore.

La redenzione attraverso il luogo-gioco

Doyle, cioè, non è come i protagonisti di Now You See Me in cui l’unione di un’amicizia diventata famiglia permette di battere il gioco, e nemmeno come Dustin Hoffman in Rain Man, potendosi affidare sulla genialità della mente del giocatore. Lord Doyle, mediante il gioco, rivive continuamente la sua personalità multiforme: errori, arbitrarie insistenze sul “ri-gioco”, non mollare mai la presa anche quando la situazione lo richiederebbe. Strumenti solitari, mediante i quali Berger e la scrittura di Joffé, affidano a Doyle la capacità di trasformare le azioni in traumi interiori, e il gioco nello specchio riflesso di un’umanità che sta lentamente scivolando via.

Un grande giocatore e un piccolo film

Vedendo La ballata di un piccolo giocatore, si ha l’impressione che si potesse assistere a qualcosa di più, a un film-evento come è nella filmografia di Berger. Invece pare che quest’ultimo abbia deciso di sviluppare una parentesi della sua carriera, un divertimento estetico-sociale, ma nulla di più. Il grande errore della trasposizione dell’opera di Osborne, è aver creato una narrazione che si muove in funzione di Colin Farrell.

L’attore irlandese, venendo da un periodo di grande rilancio (Gli spiriti dell’isola, le serie Sugar e The Penguin), non è solo al centro del film, ma lo occupa in pianta stabile, non permettendo, nei fatti, alla sceneggiatura, e quindi alla resa complessiva del thriller, di emergere come meriterebbe. Il viaggio solitario di Doyle nel film pecca proprio nell’azzardo del suo protagonista, non rischiando mai in termini di storyline. Lo si vede nel come La ballata di un piccolo giocatore gestisce Tilda Swinton, eccentrica e imprevedibile, ma relegata a una comparsa che avrebbe potuto assegnare al film quell’imprevedibilità di cui l’opera di Berger necessitava.

Farrell non basta alle ambizioni di Berger

La scalata di Doyle è fatta di sconfitte, isolamento, per, infine, divenire una star mediatica, il miglior giocatore dei casinò cinesi, obbiettivo glorioso del tema di fondo del film. Ma le crisi e gli ostacoli del protagonista sono caratterizzati da una sostanziale assenza di eventi e “scossoni” rilevanti, a cui la risoluzione finale dell’eroe redento, esteticamente ed emotivamente avvincente, prova a mettere quell’energia e quell’enfasi mancati per tutto il racconto.

A ciò si aggiunge anche il tentativo di Berger di creare dei confronti motivazionali tra i personaggi con frasi-effetto, (quasi poetiche come avviene nella scena notturna col personaggio di Dao, e di contrasto come avviene nelle varie scene con l’investigatrice) con il fine di rivelare, attraverso metafore e aforismi, verità che rimangono fin troppo superficiali. A differenza di quanto avveniva in Conclave, dove ogni dialogo anticipava il conseguente evento o sottolineava il cambiamento dei personaggi.

La ballata di un piccolo giocatore appare un film ambizioso che non riesce in parte a rispettare le proprie aspettative. Un film saturo nei suoi vari colori del film e ambiguo nella sua natura. A tratti sembra di essere in un thriller psicologico, in altre in una commedia nera dai toni grotteschi. Rimane un’altra grande performance di Colin Farrell nella grande occasione sprecata e mancata di Edward Berger.

 

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