She di Parsifal Reparato arriva in anteprima in Italia al Festival dei Popoli dopo l’esordio a Locarno. Il film è una analisi etnografica e inchiesta che testimonia la vita della forza lavoro femminile di un massiccio impianto industriale dell’elettronica in Vietnam.
Ripreso su di un arco temporale di più anni, She mette di fronte alle dure scelte imposte alle donne, nei loro molteplici ruoli, che gravitano attorno a questo mostro produttivo, che offre smartphone di ultima generazione a tutto il resto del mondo che se li può permettere.
Young workers are obedient.
‘She’ di Parsifal Reparato – foto stampa concesse da Cat&Docs
Si parla di She, non di loro
Ci si rende presto conto che nel film ci si riferisce direttamente ad un peccato ma non ad un peccatore, anche se gli indizi sono chiari a sufficienza per far cadere la necessità di un riferimento diretto.
Nei limiti imposti dall’anonimato, utilizzato per la salvaguardia delle protagoniste, la ricostruzione di ciò che non si può né vedere né sapere e che succede dentro le camere bianche, dentro le stanze di assemblaggio, è brillante. Inizia con un bianco e nero claustrofobico, kubrikiano nelle atmosfere, per poi smontare pezzo pezzo l’impalcatura scenica e tornare al cuore della questione: la condizione delle lavoratrici. E i maltrattamenti e la pressione psicologica con cui devono scendere a compromessi: a quale prezzo si paga questo lavoro, questo sostegno per le famiglie che passano dall’essere disperate per la mancanza di sussistenza ad esserlo per la mancanza delle madri (o delle moglie, o delle figlie…)!
Se l’anonimato è una scelta artistica narrativa e di vita, la denuncia viene scolpita con considerazione, fermandosi solidamente nella zona grigia del “tutti sanno”. E adottando le storie di alcune quali emblematiche e comuni.
Donne, e uomini
Preparato non scusa e non giustifica una parte della popolazione dei locali che malgrado comprendano benissimo la vita di stenti di queste lavoratrici, a loro modo si accomodano senza rimorsi nella macchina che le sfrutta. Per questo le donne di She sono candide, indefinite perché sempre senza volto, i cui occhi spiccano e parlano, o le cui labbra accusano. E gli uomini, ubriachi e crudeli, invadono lo schermo, ad asserire tutti gli acciacchi di una società la cui responsabilità strutturale giace per lo più sulle spalle delle donne.
Mom, why do women have to do everything?
In questo Vietnam di cui avviciniamo i luoghi solo dalle parole delle testimoni, il notturno chiama illuminazione artificiale, colori, lampeggi e insegne neon anacronistiche e stucchevoli; mentre il giorno è per il traffico e il fumo esausto di migliaia di mezzi che ci sembra possano intossicare anche l’aria oltre lo schermo. La tregua arriva solo sul finale, e non è un caso.
‘She’ di Parsifal Reparato – foto stampa concesse da Cat&Docs
Il futuro
Le lavoratrici si sottopongono a sforzi e crudeltà che tentano di raccontare nella speranza che ci sia un dopo, un altro o un poi. Ma la verità è che il loro presente avvelena il futuro. Allo stesso tempo, queste stesse donne consumate, il cui corpo chiede disperatamente una pausa, guardano con enorme preoccupazione alla possibilità di essere rimpiazzate dai robot: sanno benissimo che non saranno mai considerate all’altezza di quel “lavoro pulito”. La gestione di queste macchine futuristiche, quando arriveranno, sarà in mano agli uomini e a loro non resterà che “allevare anatre”.
È così che si ritorna e si ribadisce la cura, quell’universo che non è solo concesso alle donne, ma chiaramente imposto. Allora, quello che sembra un gesto innocente diventa una routine di salvezza: nelle brevi pause, rubate sul pavimento di queste stanze immacolate, le donne si massaggiano una con l’altra. Un contatto che regala loro conforto, placebo e l’illusione di essere altro oltre ad un pezzo di una catena di montaggio senza nome, senza volto, senza bisogni né diritti.