Festival di Roma

‘Yes!’: il film per cui è stato chiesto il boicottaggio della Festa del Cinema di Roma

La feroce satira ai danni di Israele che combatte la censura.

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Non passa molto tempo prima che Yes!, la delirante satira ai danni di Israele confezionata da un venale Nadav Lapid, susciti i primi sussulti in sala alla Festa del Cinema di Roma. Il film non ha nemmeno il tempo di iniziare che la comparsa del logo dell’Israel Film Fund mette subito tutti sull’attenti, in un pubblico probabilmente diviso tra chi sa esattamente a cosa sta andando incontro, e chi è completamente ignaro del contesto.

La chiamata al boicottaggio è partita da Venice4Palestine, l’associazione che lo scorso agosto si è occupata di organizzare la manifestazione a sostegno della causa palestinese in concomitanza con la mostra del cinema di Venezia. L’invio di una lettera aperta alla Festa del Cinema di Roma esprime quindi il disappunto nel constatare all’interno del programma la presenza, definita problematica, di Nadav Lapid, e chiedendo a tutti gli effetti di non sostenere l’evento. Una domanda sorge subito spontanea; l’organizzazione di Venice4Palestine ha effettuato le dovute ricerche sul film prima di sollevare la questione?

Trattandosi Yes! di una delle critiche a Israele più feroci che si sono viste nella recente memoria (almeno sul fronte narrativo fittizio), e appurato che il suo regista non si è mai tirato indietro dal rendere noto un pensiero estremista contro il suo stesso Paese, la risposta è probabilmente scontata. Approfondendo la questione della produzione del film, non è nemmeno difficile credere che un regista locale, fresco di Orso d’Oro a Berlino, possa aver beneficiato di supporto economico e carta bianca per realizzare un nuovo progetto.

Ora che, conoscendone il contenuto, possiamo stare certi che Israele non distribuirà mai personalmente questo titolo, e che quindi non ne ricaverà alcun un profitto, è davvero sensato privarsi del suo prezioso punto di vista su una delle questioni più spinose della società attuale? 

La risposta della Festa del Cinema di Roma

Nonostante non si tratti di una risposta diretta alla lettera, le parole di Salvatore Nastasi, presidente della Fondazione Cinema per Roma, pronunciate alla presentazione del programma di questa edizione sono eloquenti:

«Non faremo proclami sulla situazione del mondo, per noi parlano i film che presentiamo, il pubblico è maturo e pronto a vedere tutto.»

È un vero peccato che molti abbiano deciso di rinunciare alla visione del film unicamente su questa base, soprattutto perché Yes!, al di là dell’insensatezza della polemica che lo circonda, è davvero un grandissimo film, e non avrà certamente vita facile a trovare distribuzione.

Yes!: una virtuosa satira fatta di eccessi

Y. e Yasmine, una coppia composta da un musicista e da una ballerina, si abbandonano agli eccessi delle feste esclusive organizzate della gente che conta a Tel Aviv. Partecipano in qualità di veri e propri giullari di corte, assoldati per mettere la loro arte – ovvero l’espressione fisica del loro corpo e anima – a servizio dei membri dell’alta società israeliana che hanno voglia di divertirsi. Di fatto si potrebbe dire che si prostituiscono, ma la transazione sfocia sul piano morale oltre che su quello fisico. Nonostante la loro disconnessione con gli ideali del Paese in cui vivono, ingoiano il disgusto seppellendolo sotto ulteriori eccessi, in una corsa alla ricerca della bella vita in cui il rimorso è sempre alle calcagna.

Ci viene subito proposto un assaggio indigesto di questo mondo tramite l’incredibile sequenza iniziale, a tutti gli effetti l’equivalente cinematografico di assumere una massiccia dose di sostanze stupefacenti, guidata da una regia disposta a seguire il proprio stato d’animo fino alla totale perdita funzionale di controllo. In Yes! ogni movimento di macchina trasuda rabbia e viscerale necessità di cambiamento, quel tipo di grido che è lanciato da chi è disposto a perdere la voce pur di farsi sentire (e che ha corde vocali decisamente allenate). 

Ma la cosa più sorprendente è che, in mezzo a tutto il rumore, Lapid riesce a trasmetterci con immediatezza il profondo affetto che lega Y. e Yasmine, il cui rapporto infonde di struggente romanticismo tutta la pellicola. Particolarmente potente le loro dimostrazioni di affetto intime; in un mondo dominato dagli eccessi, un abbraccio vale più di qualsiasi atto esplicito.

La zona di (dis)interesse

Questo precario equilibrio vacilla quando a Y. viene proposto di scrivere un nuovo inno nazionale in cambio di una somma di denaro ingente in grado di cambiare la vita, indirizzando la trama verso una presa di consapevolezza più simile a un viaggio negli inferi che a una seduta psichiatrica.

Considerata la considerevole durata di 149 minuti, viene naturale chiedersi come faccia un film che fin dai primi istanti spinge al massimo sull’acceleratore a non schiantarsi inevitabilmente lungo il percorso. Se in Yes! è quindi l’eccesso a rappresentare la normalità, è solo scontato che il climax debba arrivare sotto un forma (relativamente) più riflessiva. Nella seconda parte, Lapid si confronta più direttamente con la morte che ogni giorno colpisce Gaza, avvicinandosi in accordo al viaggio del suo protagonista alle mura che separano le comodità dell’indifferenza da un vero e proprio inferno.

Scritto prima degli avvenimenti del 7 Ottobre 2023, la sceneggiatura è stata rielaborata per includere il peso che quel giorno ha avuto inevitabilmente sulla questione israelo-palestinese. La solidità della premessa di Yes! crollerebbe istantaneamente in frantumi se Lapid non credesse fermamente nell’ovvietà della corruzione di Israele. E il film di conseguenza ha il solo obiettivo di fornire catarsi a un pubblico che è già sulla sua stessa lunghezza d’onda.

La sua tesi è semplice, ma particolarmente potente: al mondo esistono solo due risposte, il Sì e il No, e una delle due è considerevolmente più facile da dare.

L’anteprima a Cannes in sordina e l’esclusione dai festival

Nonostante i riconoscimenti passati del suo regista, Yes! ha avuto la sua anteprima mondiale lontano dai riflettori, più precisamente alla Quinzaine des Cineastes, realtà parallela e indipendente del festival di Cannes. Per fortuna, il coraggio che è mancato al comitato di selezione per inserirlo nella corsa alla Palma d’Oro è compensato interamente da quello di Lapid stesso.

Trascinato dalle interpretazioni magistrali di Ariel Bronz (Y.) ed Efrat Dor (Yasmin), Yes! è un intossicante viaggio nella corruzione morale destinato a risvegliare i sensi e le coscienze degli spettatori più letargici.

Altro che boicottaggio, dovremmo essere orgogliosi del fatto che la Festa del Cinema di Roma si sia presa la responsabilità di portare al proprio pubblico un film così importante, soprattutto dopo che i principali festival internazionali si sono rifiutati di dedicargli anche solo un angolino nelle loro ricche selezioni. Dopotutto, la voce di un regista è efficace tanto quanto la cassa di risonanza che gli è offerta dalla comunità cinefila.

 

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