Cinema Asiatico

‘Dear Tomorrow’ di Kaspar Astrup Schröder, l’emergenza solitudine in Giappone

Il documentario è una accorata indagine sulla solitudine che transita dalla storia di due utenti giapponesi di un servizio di ascolto

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Dear Tomorrow di Kaspar Astrup Schröder, è l’ultimo lavoro del regista danese di Big Time, presentato a Vision Du Reèl, CPH:DOX e al festival DMZ Docs. Il documentario è una accorata indagine sulla solitudine che transita dalla storia di due utenti giapponesi di un servizio di ascolto. Un abbraccio consolatorio in un mondo di isolamento, distribuito dalla prestigiosa Cat&DOCS.

Dear Tomorrow, apprezzare il domani

La solitudine è diventata quasi una malattia, nella Tokyo del XXI secolo. Al punto che il Governo ha creato un Ministero della Solitudine, per supportare quella fascia della società tormentata dalla routine, dall’assenza di legami e dal persistente senso di impotenza e fallimento. Masato e Shoko non si conoscono, ma entrambi si appoggiano di frequente ai volontari del servizio A place for you, un chat center di supporto emotivo e psicologico per persone sole.

Il regista Schröder entra in contatto con questo servizio privato, e segue la battaglia quotidiana di Masato e Shoko, che cercano di non essere risucchiati dalla solitudine e dall’apatia. Con le loro storie, documenta la fragilità di questa parte della società che il governo del Giappone sta cercando di non abbandonare. E affronta questa epidemia con modalità nuove, settando l’esempio per altri nel mondo.

‘Dear Tomorrow’ di Kaspar Astrup Schröder – Masato – immagini stampa dal festival DMZ Docs

Un tema sentito, un approccio moderato

Uno dei punti forti del documentario è l’approccio visivo molto delicato, con i colori smorzati e discreti, primi piani dolcemente decentrati e numerose inquadrature che restituiscono una Tokyo piena, pienissima di gente. Fagocitante.

Questo da una parte è l’attenta misura che il regista offre ai suoi personaggi, conciliante la sensibilità del tema. Dall’altro risuona la questione più volte sollevata dal documentario che oppone l’assidua connessione a cui siamo sottoposti in questo mondo globalizzato, alla reale solitudine delle persone. A fronte di un network evolutissimo, la nostra rete di contatti si fa sempre più risicata e instabile.

Dear tomorrow è un documentario con la sua peculiarità: il regista Kaspar Astrup Schröder, danese, è un veterano dei film distanti da casa (si citano tra i suoi precedenti lavori, Waiting for the Sun, girato in Cina, o Rent a Family Inc., di nuovo in Giappone).

Schröder filma in un paese non suo, con una lingua non sua, e riesce malgrado questo ad avere accesso ad una onestà da parte dei suoi personaggi che è quasi commovente. Dimostra così come l’interesse sincero per la loro sorte e il loro tormento che ha mosso il progetto, è tale indipendentemente dalle differenze e può tradurre proprio quella differenza in una storia universale dal momento che si stabilisce una connessione. È inoltre evidente come Masato e Shoko, i due soggetti che si sono prestati al racconto, percorrano una strada insieme al regista, associabile ad una forma di terapia; o quanto meno ad un lento percorso di apertura nella direzione del superamento di certi blocchi.

‘Dear Tomorrow’ di Kaspar Astrup Schröder – Shoko – immagini stampa dal festival DMZ Docs

La società giapponese, quella misteriosa

Siamo ben lontani dal riuscire ad interpretare il mistero di una società avvolta nella riservatezza com’è quella giapponese, ma in questi 90 minuti si arriva ad una tale prossimità da sentirne il respiro.

Tokyo avrà certamente i suoi tratti unici, ma i meccanismi con cui le grandi città tendono a stremare l’individuo e spingerlo a rintanarsi in un angolo di mondo sempre più stretto e soffocante, sono ovunque gli stessi. I tempi, le aspettative, le distanze, l’alienazione geografica e urbanistica: non è un caso che Masato trovi conforto in un gufo. Non è un caso che venga coinvolto un animale che porta con sé una simbologia articolata, imprigionato dal guinzaglio al suo padrone.

Nello scoprire pezzo pezzo la storia torturata dei protagonisti, si afferra la loro volontà di uscire dall’abisso. Una volontà spesso sventata dall’apatia o dalla sopraffazione. Alla fine, scoprono strategie, magari insolite, ma giuste per loro. Per questo, la visione è rincuorante e il documentario, liberatorio: è come prendere parte ad una terapia di supporto psicologico di successo mentre si racconta una storia. E si viene arricchiti da un transfer emotivo vivo e non scontato.

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