Giornate del Cinema Muto | Pordenone Silent Film Festival

Kurt Kuenne: la musica del cinema muto

Alla 44a edizione delle Giornate del Cinema Muto di Pordenone abbiamo intervistato il regista e compositore Kurt Kuenne

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La 44a edizione delle Giornate del Cinema Muto si sono aperte con un sontuoso evento cinefilo: una magnifica copia restaurata del Cirano di Bergerac (1922-1923) di Augusto Genina, che ne ha esaltato i colori originali. Una serata memorabile, al Teatro Verdi di Pordenone, anche grazie alla colonna sonora del compositore e regista americano Kurt Kuenne, eseguita dall’Orchestra da Camera di Pordenone, diretta dal maestro Ben Palmer. Una partitura che ha intensificato le immagini del film, facendo vivere una nuova vita alla pellicola.

Per conoscere di più del Cirano di Bergerac e di come viene pensata la musica per un film muto, abbiamo intervistato il vulcanico Kurt Kuenne.

Che cosa vuol dire comporre musica per il cinema muto?

Un compositore di un film muto è la voce dell’intero film: il dialogo, gli effetti e la colonna sonora, il sound design. Un tipo di opportunità che oggi un compositore non ha. Non sei solo una sottolineatura musicale, ma tutto ciò che viene ascoltato. Una grande responsabilità, ma anche una meravigliosa occasione, perché ti permette di spaziare dal punto di vista artistico. Quindi credo che sia una situazione meravigliosa per un compositore, d’immergersi in un film e dare libero sfogo alla propria immaginazione.

Il Cirano de Bergerac con la tua colonna sonora ha aperto la 44a edizione delle Giornate del Cinema Muto di Pordenone. Qual è stata la sfida più grande e quali le ispirazioni musicali che ti hanno guidato?

Questa colonna sonora l’ho scritta, originariamente, tra il 1996 e il 1997. In realtà, io sono un regista che compone musiche per i suoi film. La sfida più grande per Cirano di Bergerac credo sia nel fatto che, essendo la colonna sonora l’unica voce nel film, bisognava mantenerla costantemente fresca. La sfida è stata usare la musica come strumento narrativo, per seguire la storia in tutto il suo arco. Ho progettato temi sonori diversi per ogni personaggio, per poi cercare di svilupparli nel corso del film, per mantenere il pubblico coinvolto in ciò che vede sullo schermo. Quanto alle ispirazioni musicali, in realtà è stato il film stesso a ispirarmi, la sua teatralità e grandezza. Volevo che la musica trasmettesse l’atmosfera di un tempo, di un periodo storico, ma che fosse anche piacevolmente accessibile al pubblico contemporaneo. Trasmettesse del film il suo tocco di umorismo, ma pure l’ampiezza delle scene di battaglia, connesse con l’emozione intima che si manifesta, contemporaneamente, in quegli stessi spazi. Quindi, semplicemente, per quanto mi riguarda, il film mi ha parlato e ho reagito.

Cirano di Bergerac alle Giornate del Cinema Muto (foto Valerio Greco)

Che cosa ti piace di più della storia di Cirano de Bergerac?

È davvero interessante. Mentre quest’estate rivedevo il film per aggiornare la colonna sonora, mi ha colpito emotivamente in modo diverso. Forse perché anni sono passati e nella vita ho avuto più cose che mi hanno spezzato il cuore. Questa è una storia d’amore non corrisposto e mi strazia il fatto che Cirano, alla fine del film, sia un uomo anziano e abbia passato tutta la vita senza mai dire alla persona del suo cuore di amarla. Lo nega anche sul punto di morte, perché non vuole tradire l’amico Cristiano. È una cosa che mi ha semplicemente ucciso. Rivedendo di nuovo quella scena finale della lettera, in cui lei capisce tutto, ho iniziato a piangere da solo. È una storia piena di occasioni mancate. Qualcosa che capita spesso nella vita.

Oltre a essere un compositore di colonne sonore sei anche un filmmaker. Che sinergia si crea quando vedi il film di un altro regista per musicarlo?

Principalmente compongo musiche per i miei film, perché ho scoperto presto che, quando ti viene chiesto di scrivere la colonna sonora per un film di un altro regista, di solito sei l’ultima persona a essere coinvolta. E poi sono sempre a corto di soldi, ogni volta hanno fretta e ti danno delle musiche di riferimento dicendo: «Vogliamo che tu faccia qualcosa del genere». Quindi non puoi nemmeno dare libero sfogo alla tua immaginazione, come faccio quando lavoro per me stesso. A me piace poter creare un film da zero, essere la persona che concepisce la storia, ne crea il ritmo e poi decide cosa vuole farne musicalmente, invece di servire la visione di qualcun altro. Da regista so come voglio che sia la colonna sonora, mentre la scrivo o mentre giro. Per Cirano di Bergerac, però, è stato diverso, un’occasione speciale. È stato David Shepard, che originariamente si occupò della conservazione del film negli anni ’90, a chiedermi di musicarla. Scrivevo circa 10 minuti alla volta e gli facevo ascoltare la colonna sonora nel suo appartamento. A volte diceva, «Oh, questo è meraviglioso». Altre: «Mi dispiace, ma no». Così ne parlavamo, riscrivevo tutto e riproponevo. Era sempre una specie di continuo dialogo. Quando scrivi la colonna sonora del film di qualcun altro, devi essere al suo servizio. Ed è interessante perché, ovviamente, non ho mai avuto modo d’incontrare Augusto Genina, che ha diretto questo film. Ma spero gli sarebbe piaciuto quello che ho fatto.

Cirano di Bergerac alle Giornate del Cinema Muto (foto Valerio Greco)

Cosa insegna a un regista di oggi il cinema muto?

I film muti possono insegnare tanto ai registi contemporanei. Quando ero a scuola di cinema, al primo corso ci hanno imposto di realizzare cinque cortometraggi senza dialoghi. Inizialmente ho pensato fosse un’insensata limitazione. Alla fine, quel corso mi ha cambiato per sempre come regista, perché all’improvviso ti rendi conto di cosa puoi comunicare solo con le immagini. Ho anche capito che tutti i miei film preferiti facevano lo stesso. Che comunicavano in modo semplice e non avevano bisogno di dialoghi. Per esempio, il mio film del cuore è E.T. Se guardi i primi 10 minuti, non c’è una sola parola recitata. E non mi è mai venuto in mente che fosse per questo che era così potente, perché erano solo le immagini e la musica a raccontare la storia. È a questo che ora aspiro. Penso che sia per questo che reagisco così fortemente al cinema muto, perché credo che faccia ciò che il cinema sa fare meglio, ovvero raccontare una storia solo con le immagini. Non c’è niente di sbagliato in film con dialoghi ben scritti. Non ci sarebbe il cinema di Quentin Tarantino, per esempio, che è uno dei miei registi preferiti, senza quello. Ma c’è qualcosa, credo, di primordiale nel comunicare alle persone solo con le immagini e la musica. Quindi penso ci sia molto da imparare dal cinema muto e che sia importante ricordarlo, tornare indietro nel tempo e viverlo come si fa qui alle Giornate del Cinema Muto.

Che aria si respira alle Giornate del Cinema Muto di Pordenone?

L’atmosfera è semplicemente meravigliosa. C’è una comunità di persone che si riunisce da tutto il mondo e ama questo genere di cinema. Lo percepisci fortemente nel pubblico, così appassionato. È una sensazione davvero unica, si sente elettricità nell’aria. Gli accompagnamenti musicali dal vivo sono di qualità eccezionale. Il cinema è sempre pieno, tutti così attenti! È un’esperienza speciale. Sono stato a molti Festival nella mia vita, ma non mi viene in mente un’altra comunità così appassionata.

Come regista hai fatto film molto diversi: lungometraggi di finzione, documentari, lavori distribuiti su You Tube. Un segno del cambiamento del cinema degli ultimi anni nella produzione, visione e distribuzione dei film. Cosa si perde o cosa si guadagna da questo cambiamento?

Ho anche diretto programmi televisivi e ricordo che, quando l’ho fatto per la prima volta, è stato molto emozionante perché è un grande set. Magari lavori anche con una grande star del cinema che poi è diventata una star della tv. Ma poi finisci lo spettacolo e non lo vedi con il pubblico. Questa è stata una delusione, perché ero abituato a finire i film, portarli ai Festival o in sala, dove ti siedi e li guardi con gli spettatori. È emozionante, puoi sentire la gente rispondere. Quando distribuisci un lavoro in televisione o online, non vivi quell’esperienza. Questo è un po’ triste, per me, perché credo che quell’esperienza con il pubblico sia il motivo per cui mi sono dedicato a questo mestiere. Penso che perdere questa pratica di condivisione sia un peccato, perché è ciò che ha reso i film così speciali fin dall’inizio. Purtroppo le persone migrano sempre più verso la visione di contenuti online, in streaming. Stiamo perdendo quella collettività che ha sempre caratterizzato il cinema.

Cirano di Bergerac alle Giornate del Cinema Muto (foto Valerio Greco)

Come regista, c’è una fase della lavorazione del film, l’ideazione, la scrittura, le riprese, il montaggio, che ti piace di più?

Mi piace ogni aspetto del cinema, separatamente, ne apprezzo la varietà. Adoro il fatto che fai una cosa, poi ti stanchi e puoi passare alla fase successiva. Mi piace molto il montaggio perché, a quel punto, è finito lo stress di quando stai girando, quando ci sono un sacco di persone intorno che hanno domande e un orologio della produzione che ti controlla. Al montaggio ti rilassi, trovi la storia che avevi pensato. Amo anche il processo di composizione della colonna sonora, perché è più o meno la stessa cosa. Sono da solo. Potrei avere una scadenza imminente, ma non ho un milione di persone che mi fissano aspettando che io la faccia in tempo reale. Poi, per me, uno degli aspetti più divertenti è il momento in cui registro la colonna sonora, perché è qualcosa di magico sentire un gruppo di musicisti dar vita alla tua idea. Anche per Cirano di Bergerac, quando sono arrivato, abbiamo avuto due giorni e mezzo di prove. Ero seduto in mezzo all’orchestra e loro suonavano: era tutto così forte e avvolgente! Ricordo d’aver avuto la pelle d’oca. Era tutta intorno a me ed è stato semplicemente fantastico. Mi sono goduto i due giorni di prove più della stessa proiezione.

C’è qualche progetto a cui stai lavorando a cui tieni particolarmente?

Sì, sto finendo un progetto molto lungo, un documentario a cui sto lavorando da sei anni. Dura tre ore ed è diviso in tre parti. È su Huey Lewis degli Huey Lewis and the News, una band che ebbe un enorme successo negli anni ’80. Hanno scritto le musiche di Ritorno al Futuro. Il loro album Sports (1983) è stato un successo enorme. Canzoni come The Power of Love, The Heart of Rock and Roll e If This Is It hanno spopolato in quegli anni. Sono stati la mia band preferita fin da quando ero bambino. Sette anni fa, Huey Lewis ha contratto un disturbo chiamato sindrome di Ménière, che gli fa fluttuare l’udito. A volte funziona, altre no. Non sa cosa gli succederà quando si sveglia la mattina. Di conseguenza, la sua carriera musicale è finita perché, quando va male, gli distorce l’intonazione e la musica sembra rumore. Credo sia il peggior incubo per qualsiasi musicista, la peggior forma di tortura che si possa concepire, perché si dipende dalle proprie orecchie per quello che si fa. Ho letto un articolo su quello che era successo a Huey Lewis e mi ha spezzato il cuore. L’ho conosciuto tramite un amico e mi ha accettato come suo biografo. Così abbiamo iniziato questo progetto. Racconta la storia della sua battaglia contro il disturbo dell’udito e anche quella della band Huey Lewis and the News nell’arco di quarant’anni. Il montaggio è completato, ma stiamo ancora ottenendo tutte le autorizzazioni, perché ci sono circa 60 canzoni e tantissime foto. Huey Lewis, la band e le loro famiglie l’hanno visto. Lo hanno adorato, per fortuna. Spero esca l’anno prossimo. Ho scritto anche la colonna sonora. Principalmente c’è la loro musica, melodie tratte dalle loro canzoni che, però, ho riarrangiato. Quindi è stata una sfida interessante, perché è la prima volta che ho creato una colonna sonora basata su materiale non mio.

Kurt Kuenne

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