Jørgensen, regista e sceneggiatore pluripremiato, vive in Svezia ma lavora principalmente in Groenlandia. Fin dall’infanzia realizza brevi animazioni e video; nei suoi film racconta il popolo indigeno degli Inuit e il suo legame con la terra: “Nel mio lavoro mi concentro profondamente sul rapporto tra le persone e la terra – o, nel caso della Groenlandia, il ghiaccio. Per le comunità groenlandesi e Inuit, la terra non è mai solo uno sfondo: è un personaggio vivente. Portare queste storie, da una prospettiva groenlandese e Inuit, a un pubblico internazionale è al centro di tutto ciò che faccio”.
Immagina di dover intraprendere un viaggio
Se si osserva la calotta glaciale groenlandese dall’alto, attraverso immagini satellitari radar (InSAR), si ha l’impressione di guardare un flusso di acque superficiali: diverge dall’entroterra verso le coste, interseca affluenti a destra e sinistra per poi, accelerando come un fiume in prossimità di una cascata, sfociare nel mare. In questi termini, l’incedere dei flussi glaciali verso il mare richiama quello dei corsi d’acqua, anche se il processo di erosione fluviale è relativamente rapido rispetto a quello glaciale. Come quello dell’acqua, il movimento del ghiaccio sulla terra genera morfologie diverse, determinate sia dalla quantità di ghiaccio che preme dall’alto, sia dalle caratteristiche del suolo su cui scorre.
In Groenlandia è il ghiaccio a dettare i ritmi della vita, in modo concreto e quotidiano. Una realtà ben lontana dagli stereotipi legati agli igloo, alla presunta abbondanza di parole per definire la neve o all’idea che gli Inuit vivano esclusivamente di carne cruda. La storia di questo popolo – storia di un adattamento alla dura esistenza tra i ghiacci – ha dato agli Inuit un’autorevolezza particolare nei confronti dell’ambiente artico. Il cambiamento climatico ha ridotto drasticamente il volume della calotta groenlandese: lo scioglimento – essa contiene oltre il 6% dell’acqua dolce del pianeta – provoca, tra le molte conseguenze, una diminuzione della salinità marina, alterando ecosistemi e correnti oceaniche. Fattori che interferiscono profondamente con le abitudini tradizionali delle popolazioni indigene, le quali risentono più di tutte di queste trasformazioni.
Vorresti comunque partire?
“Come la prima neve sulle cime delle montagne predice il cambio delle stagioni e ciò che accadrà, così tutto ciò che vedrai qui ha un significato. Questo è il modo in cui la natura comunica con noi”, dice una voce femminile all’inizio del film. Poi, lunghe distese di ghiaccio e crepacci come canyon che si protendono sul mare. La voce narrante guida verso una riflessione sul modo di abitare il mondo: “Immagina di dover intraprendere un viaggio e che ci siano buone probabilità che il viaggio finisca in una catastrofe. Vorresti comunque partire? Porteresti i tuoi figli? O vorresti poter far tornare indietro il tempo?”.
Quando nel 1922 uscì Nanook of the North, definito poi il primo grande documentario di finzione, Robert Flaherty si propose di mettere in luce il rapporto tra gli indigeni e il loro ambiente naturale, prendendosi alcune libertà creative in seguito molto criticate, che a tratti hanno distorto la percezione del popolo rappresentato. Eppure, alcune comunità indigene hanno persino celebrato il centenario dell’uscita del film, riconoscendogli il merito di aver portato l’esistenza degli Inuit all’attenzione del mondo. Nanook è anche il nome della band del musicista groenlandese Frederik Elsner, autore della colonna sonora di Entropy.
O vorresti poter far tornare indietro il tempo?
“Gli usi e i costumi di qualsiasi popolo si costruiscono attraverso l’esperienza collettiva di diverse generazioni e impiegano centinaia di anni per formarsi. Proprio come la calotta glaciale qui ha impiegato millenni per crescere fino a diventare ciò che è oggi. Per molti versi, la calotta glaciale della Groenlandia è come un simbolo per i popoli artici e il loro futuro incerto”, recita la voce fuori campo. Questo parallelismo tra popoli artici e calotta glaciale è il nucleo poetico e politico del film. Le popolazioni indigene sono oggi sempre più coinvolte nella lotta al cambiamento climatico: l’Inuit Qaujimajatuqangit, il sistema di conoscenze che comprende tutti gli aspetti della cultura tradizionale Inuit – valori, visione del mondo, lingua, organizzazione sociale, saperi, abilità pratiche, percezioni e aspettative –, viene messo a disposizione della scienza per la ricchezza di dati che conserva, dalla meteorologia alla biologia marina.
È un sapere tradizionale considerato complementare a quello scientifico, che tiene conto degli aspetti umani delle comunità indigene, inscindibili dal paesaggio. Così, le conoscenze del passato sono messe al servizio del presente, in un continuum temporale in cui “antico” non è inevitabilmente sinonimo di “obsoleto”. Una resilienza che assume un valore simbolico se paragonata ai ghiacci della calotta glaciale groenlandese, stimati fino a un’età di quattrocentomila anni. I ghiacci non sono immobili e immutati come si potrebbe pensare: si spostano e si modificano costantemente nella loro composizione, con l’inclusione di polveri, alghe e sedimenti provenienti dalle rocce sottostanti.
Come vorresti che finisse quel viaggio?
In un contesto in cui, tra le molteplici conseguenze del cambiamento climatico, pesa ancora l’eredità del colonialismo – un fattore che non si può trascurare, considerando che lo stile di vita tradizionale degli Inuit ha avuto storicamente un impatto minimo sull’ambiente –, il lavoro di Jørgensen riporta in primo piano il ruolo dell’essere umano di fronte alla crisi climatica e nella ricerca di un equilibrio condiviso con gli ambienti naturali, nel rispetto dell’interdipendenza tra le comunità e il paesaggio.
“Il delicato legame tra Inuit, popolo e terra sta scomparendo. […] Come iceberg che galleggiano nel mare in balia delle correnti oceaniche. Come vorresti che finisse quel viaggio?”