Middle East Now

‘Yalla Parkour’, la Gaza che resiste correndo verso il cielo

Un archivio della vita prima della distruzione,

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Cosa resta da fare quando il mondo intorno a te sembra crollare? Saltare.
Aprendo la 16ª edizione del Middle East Now Festival di Firenze, Yalla Parkour di Areeb Zuaiter arriva dopo la sua prima mondiale alla DOC NYC Short List e dopo la Berlinale, portando sullo schermo un ritratto diverso di Gaza: non solo la cronaca di una guerra, ma la possibilità di un respiro. Un modo di vivere gli spazi attraverso il movimento, lo sport, la memoria. Mostrandoci lo svago attraverso gli occhi di chi vive veramente quegli spazi.

La regista palestinese, dopo aver perso la madre, torna con il pensiero alla sua infanzia, a quei luoghi che non può più raggiungere. E decide di farlo attraverso un linguaggio intimo, quasi confidenziale, come una lettera che attraversa il tempo. Un film fatto di immagini, ma soprattutto di voce: la sua, che parla alla madre ed al passato, cercando nei ricordi una strada verso il futuro.

Yalla Parkour. Gaza vista da un’altra prospettiva

Lo schermo nero. La voce della protagonista rompe il silenzio e parla alla madre. Non appena pronuncia la parola “speranza”, i raggi solari filtrano da una finestra, illuminando fotografie e libri sparsi sul pavimento. Scorrono ricordi, momenti vissuti. La luce entra, calda, come se volesse ridare vita a ciò che resta, ai ricordi, alla memoria.

“Tu eri in spiaggia, circondata dal calore delle persone.”

Parla di un passato lontano, quasi intangibile. Poi le immagini cambiano: i ricordi lasciano spazio alle riprese video, alle nuove atrocità. È il 2024. Le esplosioni, i palazzi distrutti, le strade vuote. La protagonista osserva da lontano, impotente. Non è la prima volta che vede Gaza in guerra.

E nel guardare viene accompagnata da Ahmed Matar. Un ragazzo che non si arrende. Che attraverso il parkour trasforma la distruzione in movimento.

“C’è felicità, persone, un sorriso. Dovevo incontrarli”

racconta Areeb, parlando dei video che Ahmed le inviava da Gaza. Il film mostra proprio questo: il processo stesso della loro connessione, la nascita di un dialogo. Nelle chiamate tra lei e Ahmed, nelle immagini che lui le manda, vediamo un mondo che nonostante tutto si muove. Il corpo diventa linguaggio, la corsa diventa resistenza. Ogni salto è un atto politico.

Saltare per vivere, vivere per saltare

Ahmed e i suoi amici saltano tra le rovine. Usano le macerie come trampolini.
E se cadono, si rialzano. La loro passione per il parkour diventa una metafora di resilienza. Vivono tra muri e confini, ma non si lasciano imprigionare da essi. Il loro corpo si muove dove la libertà non può. È qui che il film diventa un dialogo tra due mondi: da un lato la neve e il freddo degli Stati Uniti, dove Areeb vive e osserva; dall’altro il sole di Gaza, il calore di chi resta. Due estremi che si incontrano nello schermo.

Eppure il desiderio di uscire rimane. Nel 2016 Ahmed prova ad ottenere il suo primo visto Schengen. È il sogno di poter viaggiare, partecipare ad una competizione, semplicemente vivere, ciò che provano gli altri atleti. Ma l’ottenimento del visto non è poi così semplice. Come ci ricorda L’uomo che vendette la sua pelle di Kaouther Ben Hania, in cui un giovane siriano accetta di farsi tatuare un visto sulla schiena per ottenere un permesso di viaggio. Trasformandosi in opera d’arte, anzi merce.

Ahmed riceve inviti, ma non può partire. Mentre il resto del mondo viaggia, lui resta intrappolato. Il suo corpo si muove, ma non può oltrepassare le frontiere. Non può incontrare altre persone che condividono la sua stessa passione.

Una regista tra memoria e distanza

Nata a Nablus, cresciuta in Arabia Saudita, formata tra Libano e Stati Uniti, Areeb Zuaiter è una regista che vive in esilio permanente.

“Palestina era come un paradiso rispetto all’Arabia,” ricorda. “Non ho mai sentito di appartenere davvero a nessun altro luogo.”

La sua voce accompagna tutto il film, ma non come un commento esterno: è la voce di una figlia che cerca la madre, di una donna che cerca casa.
Per anni, racconta, la memoria l’ha perseguitata. Tornava sempre a quel momento: camminare sulla spiaggia con la madre. Fino a quando, guardando un video di ragazzi che facevano parkour a Gaza, ha riconosciuto in uno di loro il sorriso della madre.

“È stato come un segno. Un sorriso che non era solo un volto, ma un modo di appartenere.”

dice Areeb.

Da lì nasce Yalla Parkour. La regista contatta il gruppo, li segue da lontano, intreccia le loro immagini con la propria voce. Il film nasce da questa distanza: lei, che osserva da uno schermo; loro, che vivono la realtà.

“Volevo restare un’ombra, parlare attraverso i riflessi”

La scelta estetica è coerente: montaggio ellittico, jump cut, passaggi improvvisi tra materiali diversi. Tutto è frammentato, come la memoria stessa. Gaza non è mostrata come un luogo, ma come una ferita che respira. E tutto questo grazie alla telecamera in possesso di Ahmed, con la quale lui stesso filma oppure da in prestito: donandoci l’occhio della verità. Una realtà non alterata, poiché la regista stessa deciderà di lasciare le immagini così come appaiono.

Memoria, appartenenza e sopravvivenza

Dopo il 7 ottobre, molti dei luoghi filmati non esistono più. Case, strade, scuole, i tetti da cui partivano i salti: tutto cancellato. Yalla Parkour diventa così un archivio della vita prima della distruzione, un gesto di conservazione contro l’oblio. Ahmed oggi vive in Svezia, ma la sua mente rimane a Khan Yunis, dove il fratello di dodici anni cerca ancora acqua potabile e un posto dove dormire.

“Ogni giorno è lo stesso, una lotta per sopravvivere”

racconta. Per Areeb, invece, il film è un ritorno alle origini, un tentativo di colmare la distanza tra la memoria e la realtà. Come dice lei stessa:

“Volevo restare un’ombra, ma anche una voce che continua a parlare, anche dopo che Gaza è scomparsa.”

In fondo, Yalla Parkour è questo: un film che non si ferma al racconto del dolore, ma che sceglie la speranza come atto di ribellione. Perché, anche quando tutto è stato distrutto, il desiderio di appartenenza rimane l’unica forma possibile di sopravvivenza.

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