Max Mizzau Perczel, direttore del Pianeta Mare Film Festival, e Valerio Ferrara, direttore artistico del Pianeta Mare Film Lab e responsabile della programmazione del Festival, raccontano il progetto, le iniziative e le attività collaterali.
Come nasce l’idea del Pianeta Mare Film Festival?
Max Mizzau Perczel: Il Festival è nato dall’esigenza di unire due mondi. Il mondo dei giovani, che vanno sempre meno al cinema e hanno difficoltà a restare concentrati un’ora o più davanti a un film condividendo l’esperienza collettiva della sala. Dall’altro, l’energia positiva di tanti ragazzi che manifestano, protestano, organizzano sit-in per denunciare il nostro rapporto distorto con la natura, di cui non ci sentiamo parte e che calpestiamo ogni giorno. Queste due motivazioni hanno dato vita a un progetto educativo, culturale e ambientale che coinvolge soprattutto ragazzi e ragazze under 30 e under 35 in diverse città italiane.
Sul vostro sito si legge: “Un festival a Napoli, nella città dove sono nati il pre-cinema e la biologia marina”. In che modo il Festival racconta il legame tra cinema e ambiente marino?
MMP: Questa è una particolarità del nostro paese. Napoli e la Campania rappresentano da anni uno dei poli più importanti in Italia per film, cortometraggi e serie televisive finanziate dalla Film Commission. Però, non esisteva un film festival internazionale così diffuso e partecipato come quello che stiamo creando edizione dopo edizione. Siamo alla quarta edizione, ma la partecipazione è già significativa, considerando il coinvolgimento di tutti gli atenei napoletani, del Museo Darwin-Dohrn, unico in Italia, e dell’Accademia delle Belle Arti. La Stazione Zoologica è il nostro fiore all’occhiello. Siamo nati con il centocinquantesimo anniversario della Stazione, quattro anni fa, dove hanno studiato e condotto ricerche venti premi Nobel e tanti altri candidati al Nobel provenienti da tutto il mondo. L’idea è quella di un cinema che, attraverso gli occhi e il cuore, funga da tramite con la scienza, rendendola accessibile a tutti e trasformandola in un bene condiviso, in modo che questa possa dare risposte concrete ai cambiamenti ambientali, risposte che spesso la politica o l’economia non riescono a dare.
La squadra di quest’anno ha un’età media under 35, il che significa che l’organizzazione è molto giovane.
Valerio Ferrara: È importante sottolineare quanto sia giovane la nostra squadra. Il Festival nasce con l’idea di coinvolgere soprattutto la nuova generazione che, dal 2018, ha acceso un faro sui problemi climatici e ambientali, con movimenti come quello di Greta Thunberg. Il nostro Festival vuole perseguire questo spirito di cambiamento e di sensibilizzazione su temi centrali nella nostra esistenza su questo pianeta, come la coesistenza con la natura e con l’ambiente. Anche il comitato di selezione dei film è composto da giovanissimi: sei persone che lavorano durante tutto l’anno. Il lavoro non si concentra solo a ridosso del Festival, ma inizia dall’ultimo giorno dell’edizione precedente, per preparare la successiva. Con noi, tra gli ospiti, oltre a registi, attori e autori, ci saranno anche scienziati a introdurre i film. C’è l’intento di portare un pubblico giovane a confrontarsi con professionisti ed esperti della materia, creando uno spazio di scambio. Anche per questo abbiamo voluto istituire due Giurie Giovani. Una giuria è organizzata con il WWF. Tra i loro volontari hanno selezionato 15 partecipanti che saranno con noi durante tutte le giornate del Festival e decreteranno il vincitore del Premio WWF. Un’altra, anch’essa under 30, per la quale sono arrivate tantissime candidature.
Per quanto riguarda invece la selezione dei film, quali sono i criteri che seguite?
VF: Come tutti i Festival, abbiamo un bando pubblico aperto a chiunque voglia candidare il proprio film, sia lungometraggio che cortometraggio. Facciamo poi un lavoro di ricerca, visione e selezione tra le opere presentate nei principali Festival internazionali. Per questa edizione abbiamo visionato circa 300 opere, tutte a tema ambientale. È un numero importante, perché nei Festival generalisti magari arrivano anche mille o duemila opere, ma di qualsiasi tipo. A noi arrivano opere tematiche con al centro ambiente, cambiamenti climatici, sostenibilità e mare. Ne abbiamo selezionato circa 50, che saranno proiettate in cinque giornate a Napoli. Il nostro obiettivo è portare a Napoli film provenienti da tutto il mondo. Ne abbiamo selezionato dal Suriname, dall’isola di Hokkaido in Giappone, all’Italia, fino alla Louisiana negli Stati Uniti, dove ci sono i primi rifugiati climatici statunitensi [l’isola di Jean Charles]. Nell’immaginario comune i rifugiati climatici sono associati ad altre parti del globo, al cosiddetto sud globale. In realtà siamo noi stessi rifugiati climatici. È un tema centrale, perché al momento nel pianeta ci sono circa 30 milioni di persone che ogni anno sono costrette ad abbandonare le proprie case a causa dei cambiamenti climatici, di cui siamo responsabili. Le stime prevedono che entro il 2030-2050 i rifugiati climatici saranno circa 216 milioni, quindi è necessario parlarne.
Il tema ambientale sembra avere grande risonanza tra i più giovani.
VF: Come ha detto Max, nonostante il festival sia solo al quarto anno ci siamo resi conto che il tema ambientale è rilevante e riconosciuto. Riceviamo candidature da persone molto giovani – 18, 19, 20, 21 anni – che hanno grande attenzione e cura per l’ambiente. Il festival diventa così un’occasione per queste persone di trovarsi insieme, condividere la visione dei film e creare uno spazio di dibattito dopo. Anche questo è alla base dello spirito del festival. Le opere che saranno presentate in questi cinque giorni provengono da 37 paesi [su quattro continenti], con anteprime italiane rilevanti. Ad esempio, un documentario sui rifugiati climatici prodotto da Darren Aronofsky, che ha vinto il Leone d’Oro nel 2008 ed è stato candidato all’Oscar. Abbiamo anche un documentario prodotto da Mark Monroe, The Cove – La baia dove muoiono i delfini, vincitore dell’Oscar nel 2009. Monroe è noto negli Stati Uniti per grandi produzioni documentarie legate al mare e all’ambiente. Ha collaborato anche con Leonardo DiCaprio in progetti da attivista. Presenteremo questo documentario in anteprima italiana al Festival, un evento molto importante per noi.

“Il Festival può diventare un’occasione, anche per chi non ha quotidianamente cura o attenzione per l’ambiente, di vedere le cose da un’altra prospettiva”
VF: Abbiamo anche una nuova sezione del festival rivolta a un pubblico più generalista, non necessariamente già sensibile alle tematiche ambientali. Questi spettatori, visionando film ambientati in luoghi dove mare e acqua hanno un significato importante nelle vite dei protagonisti, possono aprirsi a riflessioni sulla salute del pianeta e sull’importanza di adottare un rapporto positivo con l’ambiente che ci ospita. Questi cinque titoli, girati in ambienti aquatici, saranno proiettati in anteprima regionale a Napoli. Tra questi Lost Land, presentato nella sezione Orizzonti a Venezia, che racconta dei Rohingya, popolazione birmana costretta a fuggire dalle proprie terre perché perseguitata, come tantissimi altri popoli in questo momento storico. È una storia universale dove il mare diventa luogo di speranza e di viaggio. Così come Wishing on a Star – che utilizza il mare e l’acqua come psicomagia a livello terapeutico – presentato in anteprima mondiale a Venezia e proiettato poi a Toronto. Film in cui il tema “acquatico” è presente ma non centrale, rendendoli accessibili a un grande pubblico. Ci aspettiamo quindi una buona risposta anche da chi non ha quotidianamente cura o attenzione per l’ambiente. Il Festival può diventare un’occasione anche per loro di vedere le cose da un’altra prospettiva.
Per quanto riguarda il pubblico del Festival, partecipano più appassionati di cinema o persone interessate all’ambiente, in particolare a quello marino?
VF: Entrambi, perché abbiamo più sezioni. Una di queste, intitolata Cinematineé, è ospitata nelle aule magne delle Università di Napoli e prevede un coinvolgimento importante di studenti. L’Aula Magna della Federico II ha circa 500 posti a sedere, e attualmente le prenotazioni sono complete. C’è una grande affluenza di studenti dei licei e dell’università, provenienti non solo dalle facoltà scientifiche. Le giurie specifiche sono composte da persone molto attente ai temi ambientali, da studenti universitari ad attivisti. Abbiamo poi la sezione Panorama Oltremare, dedicata a un pubblico più ampio possibile. È la nostra scommessa, che però sta già dando delle risposte. Un film della sezione ha già 290 prenotazioni, che è tantissimo per il nostro piccolo festival. Ci aspettiamo quindi un pubblico eterogeneo.

“È avvincente scovare delle ‘pepite’ che raccontano di come il cinema stia cambiando, nel suo voler raccontare la realtà”
MMP: C’è anche un altro aspetto interessante, perché dal punto di vista artistico stiamo assistendo a un’evoluzione. Sempre più sceneggiature, che si tratti di film di finzione – avventura, polizieschi – oltre che di documentari, tengono conto di come i cambiamenti climatici stiano modificando le nostre vite. È il caso di Lowland kids, ambientato negli Stati Uniti, fino ai grandi kolossal, come The Impossible, con Naomi Watts ed Ewan McGregor, che ha anticipato questo filone. Per noi è importante captare sia grandi film, sia quelli a basso budget o che non hanno trovato una distribuzione interessata a promuoverli, magari perché non garantiscono una grande partecipazione del pubblico. Cerchiamo quindi di mettere in evidenza queste opere e offrirle gratuitamente al pubblico. Un doppio sforzo, se pensiamo che nei grandi festival le proiezioni hanno prezzi molto alti. Tutto questo è portato avanti da una squadra di selezione molto giovane. Giovani professionisti che si occupano di produzione, distribuzione e regia che hanno, oltre alla preparazione tecnica, amore per il cinema. È avvincente scovare delle “pepite” che raccontano di come il cinema stia cambiando, nel suo voler raccontare la realtà. Temi come il rapporto con la natura, i cambiamenti climatici, le migrazioni forzate e le guerre sono sempre più presenti. Non è un caso che molti festival, anche di grandissimo livello e con anni di storia alle spalle, stiano iniziando a inserire delle sezioni dedicate.
Si nota una crescente attenzione all’ambiente nel cinema globale. E in quello italiano?
VF: Quello che abbiamo notato, facendo la selezione, è che nei grandi festival ci sono sempre più film che hanno al centro l’ambiente come tema. Anche quando non è il tema principale, in un modo o nell’altro entra nella trama e diventa rilevante nel film. Nota dolente: nel cinema italiano questo accade meno. Ogni anno abbiamo un po’ difficoltà a trovare film italiani, a meno che non siano molto mainstream, e questi di solito sono già stati distribuiti. Penso a Siccità di Paolo Virzì, ad esempio, una grande produzione che affronta in chiave distopica l’impatto dei cambiamenti climatici e le possibili conseguenze in un futuro prossimo. Il nostro festival, invece, vuole dare voce anche alle produzioni indipendenti che hanno più difficoltà a trovare spazio nelle sale. A livello internazionale ci sono moltissime opere che trattano questi temi. In Italia qualcosa c’è, ovviamente, e sarei un pazzo a dire il contrario. Però sono sicuro che sia in corso un cambiamento, soprattutto tra le nuove generazioni. Nei nostri film lab, che organizziamo in tutta Italia, e nelle giurie, c’è sempre più partecipazione da parte di giovani attenti a questi temi. Nei loro cortometraggi emergono la cura per l’ambiente, la sostenibilità, la biodiversità e il mare. Vedremo come andrà in futuro.
Oltre alla proiezione dei film, il festival organizza laboratori e attività. Quali sono le iniziative pensate per sensibilizzare il pubblico, soprattutto i più giovani, sui temi del mare e della sostenibilità?
VF: Alla base del festival, sin dalla sua fondazione, c’era l’intenzione di creare anche un vero e proprio laboratorio. Uno spazio per giovanissimi provenienti da discipline molto diverse. Coinvolgiamo studenti di biologia, scienze naturali e fisica del clima, ma anche provenienti da facoltà umanistiche come le Accademie di Belle Arti. Alcuni sono giovani filmmaker, altri ancora attivisti, e trascorrono insieme una settimana in cui scrivono, girano, montano e proiettano i loro cortometraggi a zero budget, usando solo ed esclusivamente la fotocamera del loro smartphone. Sembra una banalità: se uno prende il cellulare e lo mette in orizzontale, invece che girare solo reel verticali, può fare cinema. Può creare un prodotto proiettabile in sala e, con un lavoro di montaggio, costruire storie di grande impatto visivo a zero budget. L’intenzione nostra è questa: non solo proporre un metodo in pochi giorni, che poi i ragazzi possano replicare a casa, ma anche mostrare a chi vede i nostri cortometraggi che lo smartphone può diventare un mezzo di ripresa che in passato era impensabile. Una volta girare era costosissimo perché dovevi avere una troupe. Invece, oggi si può costruire una narrazione e mandare messaggi potentissimi, con un po’ di creatività e ingegno, usando la telecamera che abbiamo tutti i giorni tra le mani. Lo spirito era questo, e nel tempo ha ripagato. Vediamo studenti e studentesse che passano dai nostri laboratori continuare il loro percorso e tornare come amiche e amici del festival, collaborare e portare avanti progetti propri sulle tematiche scoperte durante il nostro festival. Nei laboratori – seguiti da me e da un docente di montaggio – mettiamo a disposizione un metodo cinematografico, ma poi l’intervento di scienziati, ricercatori e ricercatrici offrono loro ispirazione.

“C’è un po’ questo spirito di condivisione, di replicabilità, ma soprattutto di restituzione alla comunità”
VF: Questa settimana – tra la parte didattica e quella pratica, anche se principalmente è un laboratorio pratico – ci piace definirla una vera e propria residenza artistica. Trascorrono tutti i giorni insieme, lavorano insieme, e toccano con mano la materia. Durante il laboratorio a Venezia, c’è chi si è immerso nella biodiversità della laguna, chi è andato a cercare storie di pescatori e di persone che la proteggono ogni giorno. Sono saliti sulle barche, hanno filmato in aree protette, realizzando riprese uniche. Hanno potuto farlo grazie a questo spazio artistico e creativo che gli abbiamo messo a disposizione. Così come a Genova, a Napoli, e ora accadrà anche a Lecce. C’è un po’ questo spirito di condivisione, di replicabilità, ma soprattutto di restituzione alla comunità. L’ultimo giorno facciamo una proiezione pubblica e gratuita, aperta alla cittadinanza. Spesso istituiamo anche il premio popolare, che ci piace molto anche per il coinvolgimento attivo del pubblico. I vincitori ricevono un premio simbolico, o concreto, grazie anche ai nostri partner, che talvolta hanno messo a disposizione altre residenze. Ad esempio, abbiamo mandato degli studenti a Ossegor, sull’Oceano Atlantico, o da Genova a Napoli. Queste esperienze si fondono con il grande contenitore che è il Pianeta Mare Film Festival. A Genova abbiamo fatto un lavoro veramente straordinario, grazie alla città che ha accolto la nostra proposta. Ci ha aperto le porte dell’Università, del Genova Blue District – centro di ricerca marina importantissimo – dei festival locali legati all’ambiente e al mare, e delle scuole di surf. È un esempio di come si possa creare una comunità a partire da un cortometraggio fatto a zero budget, usando solo lo smartphone. Questo è un po’ lo spirito.
Il festival è riconosciuto come sostenibile a livello europeo. Quali azioni concrete mettete in atto per ridurre l’impatto ambientale dell’evento?
MMP: Io parlerei non tanto dell’aspetto tecnico-amministrativo, che è meno interessante, ma di cose più pratiche, a impatto immediato. Noi utilizziamo strumenti a basso impatto ambientale. I Film Lab sono a zero budget, si lavora solo con la telecamera che già teniamo in tasca, quindi non c’è troupe, non ci sono maestranze, pullman o altro. Rispetto a una produzione cinematografica tradizionale o a un workshop con 20 ragazzi che realizzano un cortometraggio, siamo decisamente low impact. In più, abbiamo anche un metodo scientifico. Siamo il primo Film Festival italiano che, con uno spinoff dell’Università di Genova chiamato Tetis, si misura scientificamente. A Genova, durante il Film Lab dello scorso maggio, i ricercatori e le ricercatrici della società hanno già raccolto dati e a breve saranno pronti i risultati sul nostro impatto, la nostra “impronta” (footprint). Quanto al Film Festival, le matinée si svolgono in aule magne già a disposizione degli studenti, quindi l’attività segue un principio quasi di economia circolare culturale, educativa e artistica, e questo è importantissimo. Utilizziamo anche FilmFreeway, una piattaforma molto diffusa e completamente digitale. Inoltre, non utilizziamo carta. Tutto questo dà un’idea del senso del nostro impegno, sia sul piano concreto sia su quello scientifico, perché Tetis, come ha già fatto durante il Film Lab di Genova – all’Università e al Blue District, altro centro di aggregazione sociale e culturale aperto al pubblico – effettuerà lo stesso monitoraggio anche per il Film Festival.
Quali sono i vostri progetti per il futuro del Pianeta Mare Film Festival?
MMP: Sicuramente quello di aumentare la partecipazione dal basso, gratuita e diffusa su tutto il territorio nazionale e anche all’estero. Stiamo facendo delle sperimentazioni geografiche mirate su singole città, che però sono modelli che possono essere replicati in altre realtà, in altri luoghi e in altre nazioni. Un altro obiettivo è far crescere Napoli come città che diventi il centro – sicuramente nazionale e, speriamo già dalle prossime edizioni, anche a livello europeo – di un cinema green. E anche di un cinema che va oltre il green, con un pubblico giovane. Questo è un altro grande tema: i ragazzi vanno sempre meno al cinema, sia perché il prezzo medio è alto, sia perché la qualità della programmazione media è bassa, sia perché oggi c’è meno voglia di passare un’ora, un’ora e mezza concentrati al buio davanti a un film. Per noi, quindi, questa sfida è insieme educativa, culturale ed ecologica. La Film Commission Regione Campania e altre istituzioni che ci seguono ci riconoscono questo impegno. Però ci piacerebbe crescere ancora di più, diventare un film festival di medie dimensioni a livello nazionale già dall’anno prossimo e, crescendo, coinvolgere anche altre città: magari Cagliari e altri luoghi meravigliosi, dove il mare è parte integrante della vita quotidiana.

“Non vogliamo rivolgerci solo a chi già conosce la materia, a chi studia o a chi è già attivista, ma a chiunque”
VF: Sì, confermo quanto detto da Max. Ovviamente noi proviamo anche a fare rete con le altre realtà che esistono. C’è l’intenzione di crescere insieme a chi fa un lavoro simile al nostro e con la stessa attenzione all’ambiente in altri territori, anche festival che non si occupano necessariamente di ambiente marino o di biodiversità in ambienti acquatici. L’intenzione è di continuare con questo spirito, tra formazione, restituzione alla collettività del luogo che ci ospita – in questo caso la città di Napoli e tutte le altre città dove andiamo – e un coinvolgimento dei cittadini e delle cittadine che sia più vasto ed eterogeneo possibile. Non vogliamo rivolgerci solo a chi già conosce la materia, a chi studia o a chi è già attivista, ma a chiunque. Quindi, persone che non hanno quel tipo di coscienza, di conoscenza, di consapevolezza. Magari una persona viene al festival, vede un film, si confronta con le persone che sono in sala e poi pensa: “Ah, vedi, ho sbagliato tutto fino all’altro ieri, dovrei iniziare a usare la borraccia”. È un esempio banale, ma anche le cose più semplici hanno un impatto, se si pensa a quanti siamo nel mondo. Poi, ovviamente da lì si passa a delle azioni più grandi. È una questione di spirito: se ispiri qualcuno, a sua volta ispirerà altre persone, e si crea così una catena positiva. Si può usare il cinema come spazio e contenitore di tutto ciò, perché per un’ora o due sei concentrato, non hai il telefono in mano. Il concetto resta quello della sala come luogo sacro, un luogo che richiede alta concentrazione, ed è giusto che continui a ispirare le persone che ci passano.
C’è ancora chi pensa che il cinema di qualità sia appannaggio solo delle grandi produzioni.
MMP: Vorremmo anche sfatare questo mito secondo cui i film di altissimo livello artistico siano necessariamente grandi produzioni con investimenti enormi, che affrontano soprattutto drammi, storie d’amore, o temi di violenza sociale. In realtà, stiamo scoprendo un filone globale che spesso non arriva nelle sale cinematografiche o lo fa molto poco. Il nostro ruolo è anche quello di dare visibilità a questi film. Già nella programmazione di quest’anno ci sono titoli che hanno vinto a Cannes, Berlino e Venezia, che per noi è motivo di grande orgoglio. Stiamo scoprendo opere che forse sfuggono a festival molto più importanti in termini di anni, di storia e di investimenti, e questo per noi è bellissimo.
