Night of passage, un illuminante controcanto
Al profluvio di narrazioni dal sapore xenofobo, alla propaganda che innesca odiose guerre tra poveri, alla disumanizzante massificazione del termine “migrante”, al muro che respinge e alla mano che non accoglie. È a tutto ciò che, con illuminante sensibilità, fa da controcanto il potente, amaro e necessario Night of passage (2025), cortometraggio realizzato dall’iraniano trapiantato in Austria Reza Rasouli, già autore di alcuni lavori legati al tema dell’immigrazione come Piece by piece (2023) e Found & lost (2025).
La trama di Night of passage
Night of passage – in programma al Sedicicorto International Film Festival 2025 – è il racconto delle vicende di Arian, Leila e Meysam (rispettivamente interpretati dagli ottimi Arshia Pakdel, Moné Sharifi e Ali Tavakol), tre giovani iraniani che si trovano nascosti all’interno di una foresta al confine slovacco, in attesa di un camion che li faccia entrare clandestinamente in Austria.
I ragazzi, già reduci da un lungo viaggio, appaiono spaventati, stanchi e affamati, e perciò approfittano del tempo a disposizione per rifocillarsi un po’. Quando però è quasi giunto il momento di ripartire, l’inatteso sviluppo degli eventi scatena il panico, ponendo due di loro dinanzi a un lacerante dilemma etico: un dilemma che li costringerà ad una scelta drammatica.
Una storia coinvolgente e toccante
Bastano venti minuti a Reza Rasouli per imbastire una storia di migrazione davvero coinvolgente e toccante. Un arco temporale, questo, utilizzato magistralmente dal talentuoso autore mediorientale per ricongiungere profondità delle emozioni e dinamicità dell’azione all’interno di un’opera dagli effetti sorprendenti. Perché è proprio da questo bilanciatissimo incrocio tra orizzontalità e verticalità narrativa che ansia e dolore, paura e angoscia affiorano assumendo una consistenza pressoché materica.
A emergere plasticamente, infatti, non sono soltanto le parole dei tre protagonisti, ma anche i loro respiri affannosi, gli sguardi stravolti, le corse disperate. E poi le urla e i pianti che si perdono nel fitto di un bosco che amplifica, non senza rimandi simbolici, il senso di solitudine e smarrimento.
Le ottime scelte registiche di Rasouli
Come in una sorta di sinestesia, lo spettatore si ritrova affianco ai tre ragazzi, chiamato non soltanto a “vedere”, ma anche a “sentire”, “percepire” i loro turbamenti.
L’effetto empatia che ne scaturisce è di assoluta efficacia. E ciò soprattutto grazie allo stesso Rasouli che, ricorrendo a delle scelte formali pienamente funzionali a un racconto costruito nel rispetto delle tre unità aristoteliche, dimostra di conoscere a fondo l’uso del mezzo cinematografico.
Il giovane cineasta ricorre a immagini nervose, jump-cut e improvvise accelerazioni per conferire ritmo e tensione alla storia. Mentre affida l’aspetto strettamente emotivo a una serie di piani-sequenza che risaltano lo sguardo di una camera a mano puntata sui volti dei protagonisti. Si tratta dello sguardo incarnato di chi, dall’altra parte dello schermo, viene trasportato all’interno dell’azione, coinvolto in un’esperienza dal carattere immersivo.
Tra ricerca della verità e invito alla riflessione
È in tal modo che il regista iraniano cerca di restituire la parola “umano” alla sua verità più pura. Una verità finanche scomoda, se è innegabile che la scelta finale di due dei protagonisti possa far pensare a un comportamento impietoso ed egoistico non troppo dissimile da quelli sino ad allora subiti.
Ma è davvero così?
La domanda si pone senza ottenere risposta, dal momento che Rasouli, avendo imbastito un racconto scevro da toni giudicanti, non propone né suggerisce alcuna soluzione.
Eppure, non è peregrino ipotizzare che ci si trovi dinanzi a una sorta di provocazione, al richiamo a una responsabilizzazione dello sguardo o, quantomeno, a una riflessione sulla differenza tra libertà di scelta e atto necessitato. Perché, a ben vedere, nel gesto finale dei due non v’è nulla di libero, né tantomeno di ponderato. Il loro, anzi, sembra essere un atto imposto dalla disperazione, dettato dal terrore dell’intrappolamento in un’esistenza misera e priva di orizzonti.
È tutto ciò che allontana il sospetto di un generale, definitivo scadimento nell’hobbesiano homo homini lupus, e che, anzi, ribadisce la condanna di quel cinismo, quell’indifferenza e quell’ipocrisia che si trovano alla radice della negazione dei diritti e della dignità altrui.
Quella stessa dignità che sembra voler rappresentare il fine ultimo di Night of passage, opera profonda e convincente attraverso cui viene resa giustizia a chi attraversa mari e montagne alla ricerca soltanto di una vita migliore.