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Approfondimenti

Franco Pinna: l’incarnazione del neorealismo

Fotoreporter italiano neorealista di grande spessore che ha collaborato con Ernesto De Martino e Federico Fellini durante la sua carriera di fotografo antropologico.

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Franco Pinna è uno dei più importanti fotoreporter neorealista italiano. Questo approfondimento indaga vari aspetti della sua carriera e tecnica personale.

Nel cuore di un’Italia distrutta dalle atrocità della Seconda Guerra Mondiale, nel Secondo Dopoguerra si innalza un movimento artistico atto a descrivere in maniera cruda, priva di abbellimenti, la realtà così com’era, noto come Neorealismo: ha avuto luogo in svariate realizzazioni, quali nel cinema, nelle arti pittoriche e nella fotografia.

Troviamo diverse figure di rilievo come, ad esempio, il pittore Renato Gattuso, con le sue eccellenti abilità di acquerellista; mentre per lo scatto documentaristico e fotogiornalistico ricordiamo le opere di Franco Pinna, fotografo “braccio destro” di Federico Fellini, per il quale nutrì un tale rispetto da scrivere più di un libro sulle sue pellicole. In questo approfondimento vedremo le tappe della vita di una figura dalle capacità di rappresentazione sopraelevate durante un periodo di crisi nazionale, dal fotogiornalismo di denuncia alle spedizioni antropologiche che formarono il suo stile, fino alla sua morte prematura avvenuta nel 1978 a Roma.

Fotogiornalista neorealista, Franco Pinna nell’Italia del dopoguerra 

Franco Pinna fece parte della Resistenza Romana. Si avvicina alla fotografia solo attraverso il documentario Canto d’estate (1940), diretto da Pier Luigi Martinori e Stefano Ubezio in cui ricopre il ruolo di direttore della fotografia.

Sottoscrivendo la sua vocazione per la fotografia, nel 1952 fonda, insieme ad altri colleghi quali Plinio De MartiisCaio Mario Garrubba, la Cooperativa Fotografi Associati: una compagnia la cui pratica principale, la fotografia usata come mezzo di rappresentazione contemporanea, era utilizzata per scopi politici.

Pinna era infatti un sostenitore del Partito Comunista Italiano, fotografando e riprendendo le manifestazioni contro la NATO e anticipando tecniche riconducibili al “paparazzismo”, anche se con finalità sono differenti: la fotografia era un mezzo sacro di denuncia e critica sociale, e per Pinna questo strumento aveva il potere di mostrare i mutamenti del suo Paese, un atto necessario che metteva al centro della narrazione i cittadini e la loro quotidianità come testimonianza del presente.

Sempre in quegli anni, Franco Pinna collabora con testate come Paese SeraNoi Donne, Vie NuoveIl Mondo e RadioCorriereTV. Successivamente lavora anche con testate straniere come Vogue, Life e Stern. 

La collaborazione con Ernesto De Martino 

Insieme all’etnologo, antropologo e filosofo di fama internazionale Ernesto De Martino, Pinna intraprende delle vere e proprie spedizioni alla scoperta delle tradizioni di zone rurali della Basilicata e del Salento tra il 1952 e 1959 con lo scopo di documentare la loro realtà, addentrandosi tra Matera e Potenza. Sono state raccolte nella cosiddetta Trilogia meridionalista come supporto agli scritti di De Martino, includendo le opere Morte e pianto rituale nel mondo antico, Sud e magia e La terra del rimorso.

È proprio grazie a queste spedizioni che si afferma la fotografia etnologica in Italia, con l’obiettivo di screditare le visioni stereotipiche del sud Italia grazie a un’impronta neorealista. Fu proprio l’aspetto arcaico della campagna a interessare il fotografo. Il rapporto con De Martino pare essere stato conflittuale ma di grande impatto sullo stile di Pinna.  

I suoi scatti sono presenti in raccolte come il suo fotolibro La Sila (1959) e Sardegna, una civiltà di pietra (1961) accompagnate da testi di De Martino. Le sequenze sono quasi cinematografiche e catturano crudamente la vita rurale, nelle sue salse più popolane tra tradizioni e riflessi di complessità dettagliati e curati delle vite dignitose dei cittadini in un modo del tutto personale. Sono ritratti rituali magico-folcloristici (come, ad esempio, il Gioco della Falcea San Giorgio Lucano), momenti di lavoro agricolo e scene di vita quotidiana (Basilicata); e il tarantismo, donne in trance con accompagnamenti musicali e ballo svolti come rituali di guarigione (Salento). 

Fonte: Ferdinando Dubla Blogpost, Subaltern Studies Italia 

Il sodalizio con Fellini 

Pinna si avvicina personalmente al regista italiano Federico Fellini sul set de Giulietta degli Spiriti (1965), nonostante avesse già seguito le riprese del film La Strada e avesse avuto modo di conoscerlo in quell’occasione. Da lì in poi i due saranno stretti collaboratori, diventando suo fotografo di scena. Tant’è che nel fotolibro Fellini’s Filme (1977) la maggior parte delle immagini di scena sono proprio targate Franco Pinna, le quali ottennero successo internazionale. Alla sua morte prematura, avvenuta il 2 aprile del 1978, fu proprio Fellini a visitarne la tomba. 

Dichiarò il regista nel 1988:

«Con Pinna io ero sicuro che avrei avuto la documentazione più corretta e fedele di quanto stavo facendo, […] testimone fedele e personale insieme di quello che è l’ambiente di un set, la realtà del cinema nel suo farsi». 

Dal 1964 al 1977 sono infatti di Franco Pinna le fotografie d’accompagnamento alle uscite dei film di Federico Fellini in riviste e trasmissioni televisive. 

Le tecniche di Franco Pinna 

È chiaro che le attività del fotografo sono delle eccellenti sperimentazioni di ricerca antropologica affiancata a tecniche di ripresa e scatto con le quali si contraddistingue. Il fotoreporter si avvale precocemente di una tecnica specifica molto rara negli anni ‘50, ovvero la raffigurazione a colori: per alcuni servizi rivolti a testate come RadioCorriereTV si avvaleva della fotografia a colori; nonostante ciò, i suoi scatti di carattere antropologico sono perlopiù in bianco e nero. Tramite quest’ultimo riusciva ad affibbiare un senso di drammaticità tramite i contrasti.

Altra tecnica da lui preferita, e altrettanto insolita in Italia (fu uno dei primi a usarla), troviamo il formato panoramico: prospettive ampie e larghe per catturare in maniera totale le vicissitudini della campagna in un unico potente scatto. Accompagnato dal suo stile documentaristico che diventò sua caratteristica identitaria, le foto risultano spontanee e visivamente dinamiche, ispirandosi anche al francese Cartier-Bresson, considerato pioniere del fotogiornalismo. 

L’Archivio Franco Pinna 

Nel 2002 l’Archivio Franco Pinna, dedicato alla raccolta e catalogazione degli sforzi del fotoreporter, ha provveduto all’organizzare le opere tenendo conto della sua visione personale:

“Si sceglie la ripresa, si scatta, si sviluppa, si provina, si selezionano ed eventualmente si riquadrano i provini, si stampa in modo più o meno variabile (per formato, tipo di carta, per modalità di resa ecc.) a seconda della destinazione prevista, in certi casi si ritocca. Il risultato finale di questo processo è la fotografia del fotogiornalista, il testo da lui configurato in un certo modo e non in uno degli altri mille e più possibili.” 

I materiali fotografici sono dunque allestiti secondo un ordine cronologico delle spedizioni in compagnia di De Martino, suddivise in due categorie in base al viaggio: 

  • Fotografie e riprese: racchiudono evidenze documentali in base alle scelte dell’autore su ciò che definiva “testi visivi” definitivi, oltre a riprese (scatti grezzi) a esse collegate per fornire contesto al processo di selezione; 
  • Provini: stampe a contatto, preliminari ai testi della prima sezione, documentano la loro elaborazione e scelta personale di come Pinna perfezionava i suoi scatti. 

Fonte: Archivio Sonoro 

Un neorealista modello 

Durante la sua carriera Franco Pinna è sempre stato dedito alla rappresentazione dell’impegno sociale, della realtà rurale e cittadina, alternandosi tra la necessità di raccontare come esista un mondo ricco di tradizione e cultura al di là delle mura dello stereotipico, e quella di mostrare come un Paese come l’Italia stava affrontando le tragiche conseguenze di una guerra dove qualunque individuo coinvolto ne era rimasto vittima, direttamente o indirettamente.

In ciò impersonifica la definizione di neorealista, movimento che anche nel cinema è stato perseguito da autori noti come Vittorio De Sica con il suo Ladri di Biciclette, Luchino Visconti e Roberto Rossellini, tutti autori che affrontano, attraverso narrative diverse, le crudezze dell’immediato dopoguerra a cui Franco Pinna contribuisce con il suo lavoro.

I suoi scatti parlano chiaro e in maniera profonda. Il suo modo di vedere le cose attraverso un’ottica antropologica e realista rappresenta l’essenza del Neorealismo, e la chiave da lui usata per portare avanti dei veri e propri documenti storici è una delle più significative e personali della storia del fotogiornalismo italiano.