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‘Jankee’ di Yamel Thompson: tra pescatori, mare e confini invisibili

Tra onde, silenzi e sguardi, Jankee racconta la fragilità del confine tra vita e cinema

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Che vuol dire riprendere? Quanto ci si può spingere oltre i confini dell’intimità? Quando lo sguardo diventa gesto di amore, e quando invece rischia di trasformarsi in violazione?
Sono domande che abitano da sempre il cinema del reale, e che tornano con forza in Jankee, film della regista messicana Yamel Thompson, presentato PerSo Film Festival. Un’opera fragile, intima e controversa, che si muove sul confine incerto tra documentario e finzione, tra tenerezza e appropriazione, tra la vita colta nella sua immediatezza e la sua trasfigurazione poetica.

Il confine poroso tra vita e cinema

Il film racconta l’incontro tra la regista e un giovane pescatore cubano, Jans, diciottenne che trascorre le giornate sul lungomare dell’Avana. Thompson lo segue, lo osserva, lo filma. Lui getta le lenze, cattura i pesci e li rilascia subito dopo: un gesto tanto semplice quanto poetico, che diventa metafora dell’atto stesso di vivere — trattenere per un istante, poi restituire. Una forma di gentilezza che rispecchia profondamente la natura effimera del cinema: catturare qualcosa per non possederlo mai davvero.

Ma fino a che punto quello che vediamo fa parte della vita reale di Jans? È lui che si mostra, o è l’immagine che la regista proietta su di lui? Non è mai chiaro dove finisca il documentario e dove inizi la messa in scena. Questa ambiguità però non è un difetto, bensì il cuore stesso dell’opera: ogni documentario è anche una forma di finzione, un “atto retorico” che struttura il reale secondo una prospettiva. Jankee non fugge da questo problema: lo abita.

Camera a mano, inquadrature fisse

La regia alterna due registri opposti. Da un lato la camera a mano, che segue i corpi da vicino, tremolante, viva, in cerca di un contatto diretto con la realtà. Dall’altro, inquadrature statiche e contemplative, soprattutto degli interni e del mare. È in questo oscillare tra movimento e immobilità che il film trova il suo respiro. La macchina da presa sembra esitare continuamente tra due desideri: entrare nell’intimità, violarla quasi, oppure restare a distanza, rispettosa, contemplativa.

Il mare — fotografato in modo magnifico — diventa simbolo costante. Le onde che si infrangono sugli scogli dell’Avana sono immagine di libertà ma anche di inquietudine, specchio di una gioventù che cerca di trovare posto nel mondo. E soprattutto sono confine: tra chi resta e chi parte, tra chi è condannato alla stasi e chi può fuggire. Jans è costretto a restare, Yamel è destinata ad andarsene: il loro incontro nasce proprio in questa soglia liminale.

Intimità o violazione?

Il nodo più spinoso è racchiuso però nell’etica dello sguardo. Thompson penetra nella vita di Jans senza apparente filtro, senza che vi sia un consenso chiaro, almeno per lo spettatore. Si ha la sensazione che la regista sfondi le pareti dell’intimità con una naturalezza quasi inquietante. Non c’è mai malizia, ma aleggia una domanda sospesa: fino a che punto è lecito filmare un soggetto senza chiederglielo davvero?

Qui riecheggia Susan Sontag, quando scriveva:

«Fotografare significa appropriarsi della cosa che si fotografa. Significa stabilire con il mondo una relazione particolare che dà una sensazione di conoscenza, e quindi di potere.»

Jankee mette in scena proprio questa tensione: la dolcezza dell’incontro si intreccia all’invasione implicita dello sguardo. Lo spettatore non può che restare in una posizione ambigua, insieme affascinato e disturbato.

Un amore breve come le onde

Jans e Yamel, ovviamente, si innamorano, dando vita ad una breve ma intensissima relazione. I due giovani si incontrano, si riconoscono, si attraggono, rinchiusi  nello spazio liminale dell’isola. E’ in questo azzurro anfratto che nasce un malinconico amore, vivace e breve, destinato a dissiparsi nella schiuma delle onde.
Seppur struggente, in questa love-story non c’è nulla di particolarmente originale: la dinamica dei due amanti che si incrociano in un viaggio inaspettato si è già vista e rivista.
Ma la forza del film non sta nella novità della trama, bensì nella sua delicatezza. Nei sorrisi rubati, negli sguardi, nei silenzi che dicono più delle parole. In questo senso, Jankee si inserisce nella tradizione del cinema documentario-poetico che non cerca di raccontare “cosa accade”, ma piuttosto “come accade”.

Un film non risolto

Jankee è frammentario, incompiuto, volutamente ellittico. Non offre risposte, non chiude i conflitti. Non si capisce fino in fondo se sia un documentario o un film romanzato. Ma in questa incertezza è racchiuso tutto il suo fascino: rende il lavoro vivo, vulnerabile, poroso. È un film che non si può catalogare, e che lascia aperto un conflitto tra etica e desiderio, tra distanza e intimità, tra quelli che restano e quelli che vanno.

Trinh T. Minh-ha sostiene che non esista un “documentario puro”: ogni film che pretenda di catturare la realtà scivola inevitabilmente nella finzione, perché ogni immagine è sempre costruita. Come scrive in Documentary Is/Not a Name:

«Un documentario consapevole del proprio artificio è uno che rimane sensibile al flusso tra fatto e finzione (…) Un documentario ridotto a semplice veicolo di fatti può anche servire a sostenere una causa, ma non costituisce un’opera in sé.»

In questo senso, Yankee sembra incarnare proprio la sua lezione: non racconta la “verità” di Jans, ma una possibile verità, una traiettoria, uno sguardo condiviso.

Conclusione

Il giudizio, alla fine, non può che essere positivo. Jankee non è un film perfetto, non è compiuto, e non vuole esserlo. È un lavoro che rischia, che si espone, che si interroga e ci interroga. Alterna momenti di grande forza visiva — soprattutto nelle riprese del mare — a momenti di incertezza narrativa, ma è proprio questa oscillazione a renderlo autentico.

È un film che lascia domande sospese, come onde che continuano a infrangersi. E che, con estrema delicatezza, ha il coraggio di toccare questioni cruciali: l’etica dello sguardo, l’ambiguità del documentario, il potere e il pericolo dell’intimità filmata.

In definitiva, Jankee è un piccolo film prezioso, che non si dimentica facilmente. Non per quello che mostra, ma per quello che lascia aperto. Perché ci ricorda che ogni immagine è tanto un atto di amore quanto uno di violenza, un gesto che cattura e libera nello stesso tempo — come Jans con i suoi pesci, presi e restituiti al mare.

Jankee

  • Anno: 2025
  • Durata: 62'
  • Distribuzione: Aguita
  • Genere: Documentario
  • Nazionalita: Messico
  • Regia: Yamel Thompson
  • Data di uscita: 10-April-2025