Presentato nel 2024 e proiettato all’ultima edizione del Sedicicorto, Rochelle è il cortometraggio neozelandese scritto e diretto da Tom Furniss che affronta il lutto adolescenziale con un linguaggio essenziale e potente. Al centro, la decisione di un ragazzo di iscriversi a un demolition derby con l’auto legata alla morte del suo migliore amico: un gesto paradossale che diventa il motore di una storia sulla memoria, la rabbia e la possibilità di ricominciare.
Una storia che inizia da un’auto
In apparenza, Rochelle, parte da un presupposto semplice: un ragazzo e un’auto segnata dal dolore. Un avvio che potrebbe sembrare eccessivamente simbolico, quasi programmatico, ma che invece Furniss riesce a trasformare in un dispositivo narrativo di rara efficacia. L’auto diventa un personaggio silenzioso, ingombrante e irrisolto, che abita la storia tanto quanto i protagonisti in carne e ossa. Non è solo un mezzo da distruggere, ma un luogo della memoria, un relitto di dolore e insieme, un possibile veicolo di liberazione.
Lutto, colpa e sopravvivenza
Il cuore del film non è il derby, ma ciò che lo precede e segue. È il tentativo di confrontarsi con la perdita, di dare un senso ad un gesto irreparabile. Mack(Benjamin Sawyer) non sceglie un rito canonico di elaborazione del lutto: non scrive lettere, non visita cimiteri, non parla con uno psicologo. Decide invece di affrontare la morte attraverso la violenza dello scontro meccanico, il rumore dei motori, il metallo che si piega. È il paradosso affascinante della distruzione come forma di memoria, il caos come strumento di guarigione. Il Mack di Sawyer è un adolescente che non cerca la compassione dello spettatore, ma piuttosto il riconoscimento di una rabbia sorda e disordinata; ecco perché furbamente ed efficacemente l’attore evita la trappola del ragazzo problematico stereotipato. Il suo dolore è sporco, irrisolto, per nulla lineare.
Al suo fianco c’è Jazz, sorella del migliore amico defunto, che Roxie Mohebbi interpreta con un misto di durezza e vulnerabilità. Jazz non rappresenta il “contrappeso razionale” al gesto folle di Mack, come spesso accade in questo tipo di coppie narrative, al contrario, Jazz è un personaggio altrettanto spezzato, che trova nel rimaneggiamento dell’auto un modo per riprendere in mano non solo una chiave inglese, ma anche la propria identità, la propria rabbia e la propria storia familiare.
Regia e linguaggio visivo
Furniss non indugia nel melodramma e costruisce un film che lavora per sottrazione, affidandosi alle suggestioni e ai silenzi piuttosto che a spiegazioni dirette. La fotografia di Ryan Heron, premiata al Show Me Shorts, traduce con efficacia questa scelta: le inquadrature alternano uno sguardo asciutto e quasi documentaristico sugli spazi periferici a momenti di grande intensità visiva, in cui i dettagli dell’auto, i riflessi sulla lamiera o gli sguardi dei personaggi acquistano un peso simbolico che va oltre il realismo. La macchina da presa sembra cercare la verità più che la bellezza, ma proprio in questo movimento riesce a intercettare frammenti di poesia inattesa: una scia di polvere sollevata nell’arena, un graffio illuminato dal sole, il volto di Jazz che si apre per un istante a un’emozione trattenuta. Anche il ritmo risente di questa impostazione e, pur nella durata contenuta, il film non cede mai alla fretta, alternando pause contemplative a esplosioni di energia. La sequenza del derby, preparata fin dall’inizio come il fulcro emotivo della vicenda, non appare soltanto come un culmine spettacolare, ma diventa un vero e proprio rito di trasformazione, in cui la violenza delle collisioni si intreccia alla possibilità di liberazione.
La danza che apre e chiude Rochelle
La danza che troviamo ad inizio e chiusura del film non è un semplice intermezzo, ma un gesto che sottolinea dal primo all’ultimo fotogramma il sentire dei personaggi. Questo ballare scomposto, quasi improvvisato e privo di armonia, diventa una traduzione fisica dello stare interiore dei personaggi: corpi che si agitano senza trovare un ritmo stabile, mossi da impulsi contraddittori e incapaci di ricomporsi in una forma ordinata. Non è coreografia, ma sfogo; non è ricerca di bellezza, ma necessità di espressione. È in questo movimento stonato e liberatorio che si condensa il senso del corto. Il dolore non trova parole e diventa quindi gesto, la memoria continua a muoversi anche quando sembra ferma, la vita insiste a pulsare pur restando segnata da una frattura.