Middle East Now
Roberto Ruta presenta la sedicesima edizione del Middle East Now
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2 mesi agoon
Può il cinema essere uno strumento di resistenza? Come si combattono, attraverso l’arte, le guerre e le oppressioni? E quale speranza di futuro emerge dagli sguardi dei registi più giovani? La sedicesima edizione del Middle East Now Festival, fondato a Firenze, torna a porre queste domande cruciali.
L’edizione di quest’anno, focalizzata sul tema della Radical Imagination, invita il pubblico a smantellare i pregiudizi ed a riscoprire una realtà spesso ridotta a stereotipi.
Il direttore artistico, Roberto Ruta, ci introduce in questo crocevia culturale che espande i suoi confini dal cinema all’arte, dal cibo alla performance. Di come i giovani registi – Areeb Zuaiter con Yalla Parkour per citarne uno – stiano cambiando il racconto di luoghi martoriati come Gaza. Un’occasione per esplorare come la creatività, la narrazione personale e la voglia di normalità resistano agli orrori odierni.
All’inizio mi hai accennato a questa iniziativa teatrale che mi ha molto incuriosito. Vuoi raccontarmi meglio com’è nata e di cosa si tratta?
Non è ancora definita al cento per cento, ma spero vada in porto. Ti dico due cose al volo: sostanzialmente, la nostra rete di contatti, di persone che ci aiutano a costruire il programma, è stata a Edimburgo, nello specifico al Festival di Edimburgo, e ha visto questa performance teatrale. Si chiama The Horse of Jenin, ed è realizzata da Alaa Shehada, un attore, regista e autore palestinese.
È una pièce teatrale in forma di stand-up comedy, in cui l’artista racconta una vicenda personale della sua infanzia. Shehada è cresciuto con questo cavallo a Jenin, che era una scultura alta cinque metri, fatta di frammenti di metallo e anche con resti di bombe o materiale militare. Questa scultura era diventata un po’ il simbolo della città di Jenin.
I bambini ci giocavano, era diventato un elemento di attrazione. Poi, nel 2002, c’è stata un’invasione a Jenin da parte dell’esercito e il cavallo è stato distrutto e portato via. Questo è diventato una sorta di enigma: cos’è accaduto al cavallo? Chi lo ha? Sarà stato capace di difendersi? Sarà scappato? È diventato un mistero per i bambini e i giovani, e quindi tutto ruota attorno a questo simbolo teatrale del cavallo. È anche un po’ un simbolo dell’esistenza e dell’immaginazione.
L’intera opera è un omaggio, un tributo al potere dell’immaginazione e al valore di giocare liberamente con essa, immaginando una realtà diversa da quella che caratterizza i palestinesi, che è una realtà di oppressione e occupazione. Se lo cerchi, c’è una produzione irlandese che si chiama Hope and Courage. C’è anche un video che gira molto in America.
Uno dei temi centrali del festival di quest’anno è Radical Imagination, che invita a smantellare le rappresentazioni distorte. Quali sono oggi le immagini più tossiche e radicate sul Medio Oriente nella società odierna e in che modo i 35 film in anteprima possono contribuire a contrastarle?
Sicuramente il Medio Oriente è sempre visto come luogo di guerre, oppressione, fondamentalismo religioso, ma anche di attentati, di diritti umani negati, e di una visione coloniale, che è appunto l’eredità del passato. Già la denominazione stessa “Medio Oriente” è una prospettiva coloniale, perché deriva da una visione eurocentrica rispetto a questa terra di mezzo. Anche rispetto a un punto di vista che è quello che si basa sulla visione dall’Europa, dai Paesi che hanno dominato colonialmente la storia del Medio Oriente. Quindi, in realtà, il Medio Oriente stesso andrebbe chiamato Asia Sud-Occidentale, rispetto alla denominazione del Medio Oriente, che è quella più comune e diffusa.
E quindi, a tutte queste visioni un po’ negative e pregiudiziali sul Medio Oriente, cerchiamo, attraverso il festival, i film e gli eventi speciali, di offrire prospettive e sguardi diversi. Attraverso il potere delle immagini, vogliamo aprire visioni, creando questo gesto di conoscenza che vada oltre la visione a senso unico, molto spesso caratterizzata da pregiudizi che riguardano il Medio Oriente. Vogliamo aprire spiragli di una realtà diversa, che guardi al futuro con più fiducia, che riscriva un po’ il passato. In molti casi, la storia è scritta da chi riesce ad avere il predominio sull’altra parte; è sempre una storia dettata dai poteri forti.
Invece, la volontà è quella di aprire, attraverso i film e la visione di registi e artisti del Medio Oriente, prospettive diverse. Più legate all’affermazione dell’identità personale, alla voglia di esprimersi dei popoli, delle persone, degli artisti, e dare una visione diversa della storia. Una prospettiva anche di futuro diversa, che non sia solo legata ai dettami della politica o alle costrizioni forti che arrivano dalla religione in molti Paesi, che stringono e stritolano la società e le persone, le quali invece aspirano a condizioni di vita migliori, a un futuro di maggior stabilità e alla possibilità di realizzare se stessi.
Nel programma di quest’anno ci sono anche film che raccontano Gaza e lo scorso anno progetti come From Ground Zero. In che modo lo sguardo dei giovani registi cambia il racconto della crisi – e del genocidio – rispetto a quello dei grandi maestri del passato?
Abbiamo film che raccontano Gaza, per esempio Yalla Parkour, che è una vicenda di Gaza attraverso gli occhi e la vita quotidiana di un atleta di parkour. La regista è Areeb Zuaiter, di origine palestinese, che vive tra America e Giordania.
Attraverso il racconto della vita quotidiana di questo ragazzo, Ahmed, un atleta di parkour, il film racconta Gaza, racconta anche le sue visite, la famiglia. È un racconto in vivo della vita a Gaza, prima dello scoppio della guerra. Quindi, mostra la prospettiva di vivere in una città, una vitalità che purtroppo in questo momento è stata cancellata, e caratterizzata invece da morte e annientamento. In questo film, si esprime tanta vitalità e voglia di uscire, di liberarsi dalle costrizioni attraverso il parkour, ma anche attraverso altri film.
Altri lavori del cinema offrono prospettive e sguardi sulla realtà diversi da quello che invece la realtà impone, cioè a livello di occupazione, di guerra, di violenza.
Lo è anche il film libanese A Sad and the Beautiful World di Cyril Aris, che è il primo documentario di questo giovane regista. Ha appena vinto il Premio del Pubblico alla Giornata degli Autori a Venezia. È una storia d’amore vista nell’arco di due decenni, in vari contesti storici del Libano. È una prospettiva coinvolgente, molto viva, di quella che può essere una relazione sentimentale in un contesto come Beirut, in un Paese come il Libano che è sempre sull’orlo di crisi politica, istituzionale, di conflitti e attacchi. Eppure, le persone che ci vivono creano comunque condizioni di normalità, di vita familiare, di futuro. Se si ascoltano, se si sostengono, la vita va avanti e può essere quanto più normale e sostenibile possibile, piuttosto che caratterizzata solo da guerra e conflitto.
Un altro esempio è un documentario afghano con cui chiudiamo il festival, il film di Aboozar Amini , giovane regista afghano. È uno squarcio sulla vita quotidiana di un talebano che è combattuto tra una promessa di fondamentalismo religioso e la quotidianità. La voglia di essere esseri umani realizzati nella vita di tutti i giorni.
Ho visto che il festival non propone solo cinema, ma anche mostre, talk, fumetti e persino la cucina con Sami Tamimi. Perché è importante che Middle East Now non sia soltanto cinema, ma un’esperienza culturale più ampia?
Questa è una caratteristica identitaria del festival, che è sempre nato come festival di cinema, quindi il cinema è il cuore dell’evento e del progetto culturale. Però, vogliamo presentare la cultura contemporanea in tutti i suoi aspetti: attraverso la fotografia, come il progetto fotografico che presentiamo come mostra speciale; il cibo, il quale è un forte strumento di identità culturale, ma anche di comunicazione e interazione culturale tra le persone. Attraverso il cibo passa tanta parte del confronto culturale. Assaggiando i piatti di una cucina si può entrare in contatto con le storie delle persone che l’hanno fatta, con le tradizioni culturali, con le caratteristiche del Paese, la produzione e la gastronomia, ma anche la convivialità e la cultura del cibo.
Crediamo che anche la musica, le performance artistiche e le altre espressioni identitarie siano importanti. Per esempio, quest’anno facciamo questa performance Onestesia, che è di un cineasta e di un fotografo libanese, Bernard Hage. Tra poco uscirà il suo ultimo libro per Cottonwood Press. È un libro di filmati e illustrazioni in cui Bernard racconta ciò che vede, in questo caso il cibo, attraverso le immagini che gli appaiono sul suo telefono cellulare. E farà questa performance che è ispirata anche da questo suo libro di filmati e illustrazioni.
Quindi, crediamo che la diversità delle espressioni artistiche e delle esperienze possa fare la differenza, in modo da coinvolgere ancora di più il pubblico e aprire ulteriormente spiragli di conoscenza, confronto, dialogo. Offrire la possibilità di avere elementi di conoscenza in un modo davvero diverso rispetto a quelle che sono solo le news, le mediazioni che spesso caratterizzano i telegiornali. Le negatività ci sono, c’è la guerra, ci sono le violenze, però c’è anche tanto altro. C’è ancora una realtà che va avanti, che aspira a un futuro migliore. Quindi, la volontà è di mostrare tutto questo.
Come cambia il cinema mediorientale, a tuo avviso, quando vi troviamo una co-produzione con un Paese europeo?
I film viaggiano al di fuori del proprio Paese, diventando veramente dei messaggeri, portatori di storie e dei messaggi che il film vuole trasmettere. Secondo me, le co-produzioni rappresentano occasioni di arricchimento, anche di confronto culturale stesso. Non le vedo come intrusioni, come forme di intromissioni da alcune culture ad altre, da un Paese all’altro. Anzi, da un punto di vista culturale e cinematografico, sono sempre forme di arricchimento, a patto che lascino agli autori e ai registi la libertà di esprimersi, di fare le scelte che desiderano.
Le co-produzioni non devono influire sulle scelte di regia e di produzione, obbligando magari a introdurre elementi che possano compiacere il pubblico occidentale o che possano avere delle mire esotiche rispetto a ciò che ci si aspetta da un prodotto culturale che viene dal Medio Oriente. I registi devono chiaramente essere sempre in grado di esprimere se stessi, ma possono farlo con un supporto di co-produzione, anche europeo, internazionale o americano.