Giornate degli Autori

‘Arkoudotrypa’, un viaggio queer nel cuore della Grecia

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Cosa accade quando la ricerca di un luogo diventa lo specchio di una trasformazione interiore? Arkoudotrypa, che significa letteralmente “grotta dell’orso” non è solamente un titolo, ma un invito a perdersi e ritrovarsi. Nel cuore delle montagne greche, tra il folklore balcanico e i silenzi delle relazioni taciute. Stergios Dinopoulos e Krysianna B. Papadakis costruiscono un viaggio che si snoda tra amicizia, amore, desiderio e libertà, portando alla luce un  nuovo cinema queer, intimo, profondamente legato alla natura ed ai corpi che gli appartengono.

Presentato in concorso alla 19ª edizione del Queer Lion Award e alle Giornate degli Autori 2025, il film nasce dall’omonimo cortometraggio realizzato dagli stessi registi nel 2023, ma qui prende respiro, abbandona i confini brevi e si dilata in un lungo di 127 minuti che scandiscono un’odissea emotiva divisa in tre capitoli. Un percorso che non è mai lineare, ma che si muove tra soggettive, sguardi e memorie, restituendo allo spettatore la sensazione di entrare dentro la vita delle protagoniste, di camminare accanto a loro.

La trama come percorso iniziatico

Il primo capitolo appartiene ad Argyro (Hara Kyriazi), giovane contadina energica e testarda. Vive a Tirna, un villaggio montano intriso di tradizioni, dove la vita sembra scorrere lenta, quasi immobile. La sua amicizia con Anneta (Pamela Oikonomaki) è un legame profondo, fatto di complicità, segreti e desideri inespressi. Ma tutto cambia quando Anneta rivela di essere incinta e di voler seguire Giorgos, il fidanzato poliziotto che deve trasferirsi in città.
Argyro tenta di trattenere un mondo che si sgretola: la sfida alla grotta dell’orso è insieme gioco e dichiarazione mancata, un modo per tenere Anneta vicino a sé, anche solo per un istante. La sequenza che precede l’ingresso nella grotta è carica di tensione: il montaggio alterna piani stretti e respiri larghi, creando un senso di attesa che diventa quasi fisico. La grotta non è solo uno spazio: è un personaggio. L’inquadratura verticale che ne ricorda la forma ovale trasforma l’ingresso in un occhio, uno sguardo che scruta chi osa attraversare il confine tra innocenza e desiderio.

Alla scoperta degli ultimi due capitoli

Il secondo capitolo ribalta il punto di vista si spostandosi su Anneta. La vediamo affrontare la convivenza forzata con la suocera (Sofia Linospori), in una casa che diventa prigione. Giorgos invece rimane sempre fuori campo, un’assenza che pesa più di qualsiasi presenza. La macchina da presa osserva Anneta da lontano, incorniciata da grate, finestre e sbarre, restituendo l’immagine di un corpo catturato. Anche qui la regia si fonde con la fotografia di Arsinoi Pilou: l’uso degli zoom-in e delle soggettive degli animali nello zoo  trasforma Anneta nell’osservata, ribaltando i ruoli. La gabbia non è più solo fisica, bensì esistenziale. Vediamo svelato anche il tentativo di proporre una fuga ad Argyro, ma la sua risposta è diversa da ciò che ci aspettiamo:

 “Chi darà da mangiare alle capre?”

Il terzo capitolo è quello della fusione: i due sguardi si incontrano, il passato e il presente si intrecciano. Scopriamo che il bacio nascosto nella chiesa tra le due ragazze, ha suscitato due reazioni ben differenti. La tensione narrativa cresce fino alla scelta radicale di Anneta, che decide di seguire il proprio desiderio di libertà, riportando la storia al suo nucleo più profondo: la possibilità di scegliere chi essere, chi amare e quale strada percorrere.

 La regia, tra sospensione e frenesia: quando l’occhio diventa personaggio

Dinopoulos e Papadakis costruiscono una regia che insegna a respirare con i personaggi: allarga il campo quando serve per restituire la solitudine della montagna, si stringe fino a diventare quasi invadente quando l’emozione chiede spazio. È una regia che alterna campi larghi e soggettive nervose, che passa da un respiro lento a un ritmo quasi convulso. Proprio come allinizio dell’opera dove viene dettata dalla musica nelle cuffie: la velocità dell’immagine segue la velocità del corpo. In questo dispositivo visivo la grotta assume una centralità assoluta: prima la viviamo attraverso la prospettiva di Argyro, poi la grotta sembra ricambiare lo sguardo attraverso l’utilizzo dell’inquadratura verticale, che la fa diventare un occhio ovale che scruta chi osa entrarvi.

La messa in scena lavora molto per sottrazione: Giorgos non viene mai mostrato. Non averlo in campo è una scelta precisa, possiamo percepirlo, sentiamo parlare di lui, lo subiamo, ma non gli si consegna il volto. L’assenza diventa così presenza, e costringe lo spettatore a riempire con l’immaginazione il vuoto lasciato dalla macchina da presa. Come in un libro, dove il lettore ha la facoltà di immaginarsi il personaggio a suo piacimento. E nella vita quotidiana di Anneta la messa in scena somatizza l’oppressione con elementi visivi concreti: grate, ringhiere, finestre che incorniciano e imprigionano. La sua casa con la suocera di Giorgos diviene una cella, dalla quale sembra non esserci via di fuga.

La regia non lascia spazio al giudizio altrui, si concentra solamente sulle due ragazze, proprio per questo non vediamo mai l’uomo. La collettività religiosa, che pur presente nella scenografia, rimane sfondo filmico. Proprio come in Rookie di Samantha Lee, dove le ragazze vivono il contesto religioso dell’istituto, solamente come contesto.

Il corpo, il mito e la scelta che parte dalla grotta

La grotta non è un mero set: è rito, è simbolo, è luogo di prova. Argyro la cerca come si cerca una verità che non ha ancora parole, e la regia la anima fino a farla sembrare viva: la soggettiva che passa dall’occhio della ragazza all’interno della cavità la trasforma in un personaggio che guarda e decide. La tensione che precede l’ingresso nella grotta è costruita con il montaggio e con l’uso dei piani. Piani riavvicinati che ricreano la stessa tensione di Last Swim di Nathwani.

Il tema della scelta attraversa tutto il film e trova il suo nucleo nel sapere trasmesso dalle donne della famiglia:

“Un giorno mia nonna mi portò in cucina. Aveva preparato una pozione a base di ortica… Il giorno dopo era come se nulla fosse successo.”

Questa frase non è folklore innocuo, è la mappa pratica dell’autodeterminazione. L’infusione di ortica è qui memoria, tecnica e resistenza. La nonna interpretata da Vaso Gkougkara passa alla nipote un gesto che significa poter decidere del proprio corpo, senza consultare gli altri.

Anche l’orsacchiotto è un simbolo. Non simboleggia unicamente la grotta, bensì un piccolo ponte tra festa e fuga, tra gioco e serietà, tra la leggerezza di un bacio nascosto e la durezza di una scelta imposta. Proprio prima del bacio Argyro racconta la vicenda dell’orso ed è da lì che Anneta la bacia.  Argyro voleva portarle un orsacchiotto prima della partenza, mentre Anneta tenta di prenderlo alla macchinetta senza successo. Gli orsacchiotti non arrivano mai a destinazione. Ma lasciando fino alla fine il finale più aperto che mai. Potranno rincontrarsi nelle vesti di quella sera?

Un cinema che pratica la libertà

Arkoudotrypa è un’odissea d’amore che unisce più generi, ambientata nel cuore del folklore montano dei Balcani. Mostra una prospettiva inedita della vita di due giovani donne queer in Grecia. Esplora la loro relazione attraverso il punto di vista della giovinezza, in modo luminoso e umoristico, in contrasto con la cupezza e la sofferenza che ci aspetteremmo quando si osservano le vite delle persone queer in zone rurali. Questo film rappresenta un nuovo modo di fare cinema, in senso pratico e politico: è realizzato attraverso un approccio popolare e collettivista, in armonia con il divino femminino e con la natura. È un film fatto in casa, girato nelle dimore delle nostre nonne, con un gruppo giovane guidato da donne, da una schiera di filmmaker greci emergenti e di talento.”

Questa dichiarazione dei registi, Stergios Dinopoulos e Krysianna B. Papadakis, è già un manifesto: scegliere di filmare dentro le case delle nonne significa affondare nel passato per trovare il presente. Difatti quando Argyro torna trova ausilio dalla nonna, che la accoglie, malgrado il giudizio della comunità.

Il film non urla la propria politica, bensì la pratica. Girato con una troupe giovane, Arkoudotrypa mostra che il cinema queer può essere un insieme popolare e radicale. La delicatezza utilizzata per raccontare l’intimità e la comunità trasmette libertà e ribellione. Arkoudotrypa non è solo un film, ma un rifugio: la prova che la verità e l’amore non devono essere taciute.

 

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