Il tempo si disperde nelle montagne, nella pietra, nei volti segnati dalla ferita e dalla memoria.
Norcia non urla. Norcia resta. Tra le macerie delle case, i vicoli deserti e le botteghe chiuse, Andrea Sbarretti piazza la sua macchina da presa e lascia che sia il silenzio a parlare. Il suo documentario, Il terremoto di Norcia, non mostra il sisma come cronaca, non drammatizza, non cerca applausi facili. Registra solamente. Respira. Racconta.
Ci sono le scosse: il 24 agosto 2016, magnitudo 6.0; il 26 ottobre 2016, magnitudo 5.4 e magnitudo 5.9; e il 30 ottobre 2016, la scossa più forte, magnitudo 6.5. Distruzione, paura, sfollati, feriti, 303 morti. A Norcia, miracolosamente, nessuna vittima. Ma il film non resta sui numeri. Mostra quello che resta: una comunità che resiste, aziende agricole che faticano, persone che ogni giorno ricostruiscono un pezzo di vita, tra ricordo e necessità.
Stile essenziale, cinema del reale
Il documentario procede lento, come un blocco di marmo che prende forma. Lo stile è essenziale: nessuna voce fuori campo, nessuna colonna sonora costruita, soltanto i suoni veri, quelli della preghiera, dei canti diegetici che nascono dentro la chiesa e tornano al silenzio. Suoni incastonati nel tempo vissuto. Sbarretti sceglie la via dell’assenza: niente enfasi, nessuna domanda artificiosa, solo lo spazio vuoto tra le macerie e la pietà quotidiana di chi resta. Si tratta di un cinema del reale, nudo e raccolto, dove ogni immagine è un gesto gentile verso il tempo che ha tremato e verso la materia che resiste. Nella semplicità dell’inquadratura c’è tutto: la fragilità e la forza, la fatica e la tenacia, il vuoto e la speranza. È cinema che sa essere poesia, cronaca che diventa esperienza, memoria che diventa racconto.
Raccontare Norcia è come guardare una pietra levigata: il documentario non ricompone la storia in modo narrativo, ma affida all’anniversario del sisma, alla data del 24 agosto, un silenzioso rituale di memoria e luce. È quasi una esperienza visiva. Lontano dalla tragedia, Sbarretti preferisce veicolare la speranza generata dalla resistenza invisibile del quotidiano.
Tra fragilità e resilienza
Con uno sguardo privo di sovrastrutture, Andrea Sbarretti non celebra il dolore, non lo ingigantisce, ma lo veste di quiete, lasciando che sia la luce del giorno a raccontare la fragilità di un’intera comunità. Si ha la sensazione costante che il regista voglia restituire un senso: quello di una memoria che non si spegne e di una speranza che, pur discreta, rimane incisa.
Gli attori non professionisti, nursini autentici, sfilano davanti alla macchina da presa diventando testimoni della distruzione e della lenta rinascita. La luce naturale diventa drammaturgia, il silenzio dei vicoli e il respiro dell’inverno tra le case prefabbricate diventano dialogo: sono il tempo sospeso di una comunità in bilico tra macerie e speranza.
Il terremoto di Norcia è soprattutto un tributo alla resilienza. Il sisma del 30 ottobre 2016 di magnitudo 6,5, pur devastante è stato un miracolo senza vittime. Il regista raccoglie questa fragilità salvata con dignità e la restituisce con poesia, senza alcuna concessione patinata. Anche i silenzi, in particolare quello della montagna e delle istituzioni, diventano protagonisti. Lo spettatore avverte un senso di abbandono che va oltre lo spazio fisico, un disamoramento civile che si fa paesaggio interiore.
Il terremoto di Norcia è un film che ti fa camminare tra le macerie, ascoltare il vento, sentire le voci, capire che la vita continua. Nonostante tutto.
Il trailer del documentario Il terrremoto di Norcia