Giornate degli Autori

‘Memory’: le Giornate degli Autori aprono le danze con una poetica autobiografia che ragiona sui traumi generazionali

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Se l’anno scorso è stato il deliziosamente malinconico Super Happy Forever ad aprire il concorso, facendo già sognare i primi avventori del lido, quest’anno le Giornate degli Autori hanno optato per un approccio più caustico. Ad aprire le danze della ventiduesima edizione è infatti Memory, l’autobiografia dell’infanzia tormentata della sua regista, plasmato da emozioni che vengono veicolate attraverso un approccio ibrido in bilico tra cinema, scenografie teatrali e reminiscenze sospese nel tempo. Una scelta eloquente legata al desiderio della direzione artistica di porre i riflettori sull’urgenza di determinate realtà, o sulle loro dirette conseguenze sulle tensioni dei giorni nostri. Tutto questo si riflette anche sul resto della selezione, caratterizzata da diversi titoli politicamente impegnati.

“Quando lavoravo a Memory, mi è stato chiesto di presentare una sceneggiatura al Ministero della Cultura russo per ottenere il permesso di girare. La necessità di nascondere il vero soggetto del progetto è diventata parte della narrazione del film. Entrambe le mie terre d’origine – la Crimea e la Repubblica Cecena – sono ancora sotto occupazione. È un dato di fatto che porta con sé conseguenze di generazione in generazione. Il film riflette sull’elaborazione di queste realtà. Come affrontiamo la violenza ereditata? È possibile trasformare l’aggressività in cura e la paura in amore? Memory è un tentativo personale di articolare queste domande.“ – Vladlena Sandu, regista di Memory

Un’infanzia plasmata da violenza e fughe

Vladlena Sandu ci racconta uno spaccato storico a partire dal periodo dei suoi sei anni, successivo al divorzio dei genitori. Quando si trasferisce dalla Crimea a Grozny, è ancora ignara del fatto che presto la guerra consumerà la sua infanzia. 

Ecco che presto l’Unione Sovietica crolla, la Repubblica cecena si frammenta, il conflitto esplode. Viviamo tutto questo attraverso Vladlena-bambina, quasi sempre l’unica presenza sullo schermo ad eccezione dei fantasmi evocati dalle fotografie. Siamo in prossimità del campo di battaglia, ma allo stesso tempo al riparo da esso grazie all’edulcorazione delle immagini, seguendo il flusso di un vivido racconto di formazione che si confronta anche con un sistema scolastico indottrinante e con il suo difficile rapporto con il nonno.

Memory: una regia teatrale che revisiona la memoria

Non dovrebbe sorprendere che Vladlena vanta nel suo curriculum anche esperienze registiche nel mondo del teatro. Durante la visione di Memory, è impossibile non ritrovarsi costantemente in adorazione dell’originalità con cui vengono ricostruiti i ricordi in questione.

La sua storia non solo è importante a livello personale, ma lo diventa anche per lo spettatore grazie a una cura meticolosa per il linguaggio visivo. Memory esplora il concetto della narrazione orale traslandola al grande schermo, dove è imperativo che a dettare legge siano soprattutto le immagini.

Catturato splendidamente su pellicola 16mm, l’estetica fornisce un valore aggiunto al passato, donando nuova linfa alle immagini sbiadite dalla memoria e immortalate solo su vecchie fotografie.

Dopotutto non si dice forse che i ricordi mutino nel tempo, e la verità con essi? Più che il suo primo lungometraggio, Vladlena dirige le sue stesse memorie, scolpite dalle maree del tempo e compresse dal peso della storia accumulatasi come polvere sopra di esse. 

L’importanza di immaginare un futuro migliore

“Immagino un futuro fondato sulla libera scelta anziché sulla coercizione. Lavorare a Memory mi ha aiutato a capire come il meccanismo della violenza si muova attraverso le generazioni e mi ha portato a pormi una domanda fondamentale: cosa possiamo fare per fermarlo?” 

Inutile illuderci che siamo vicini alla soluzione, ma documenti come Memory rappresentano quanto di più vicino esista all’avvicinarsi a una risposta. 

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