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Richard Linklater: it’s impossibile to learn to plow by making movies

On the road nel cinema made in USA. Rubrica a cura di Rosario Sparti

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il

Richar Linklater

“Time is a lie”

(Jesse)

Chi non conosce Richard Linklater? Uno dei cineasti più amati del cinema indipendente americano anni ’90. Un simbolo, grazie a Slacker, della cosiddetta Generazione X. Il cantore dell’amore che resiste nonostante lo scorrere del tempo, come abbiamo imparato dalla trilogia cinematografica composta da Before Sunrise, Before Sunset e Before Midnight. Per alcuni, semplicemente il regista di School of Rock. Certamente è tutto questo, ma non solo. C’è dell’altro che non tutti conoscono.

Il Linklater che non ti aspetti è quello che sperimenta con le forme cinematografiche, quello che guarda al cinema contemplativo di James Benning o si diverte con i generi, quello che rende omaggio al cinema che ha amato oppure si indigna per lo stato dell’etica negli USA. Nulla di contradditorio, solo sfaccettature diverse e poco conosciute di un regista libero come pochi nel panorama del cinema statunitense odierno. Il suo esordio, un piccolo film girato in Super8 e mai distribuito nelle sale, ha una caratteristica inaspettata per chi conosce le consuetudini del regista: It’s impossibile to learn top low by reading books, infatti, è una pellicola sostanzialmente muta. Se l’assenza di dialoghi stupisce, invece s’intravedono alcune scelte stilistiche che accompagneranno Linklater durante tutta la sua carriera: riprese con camera fissa, movimenti di macchina ad accompagnare i personaggi, narrazione decentrata e minimizzata. Si tratta di una giornata qualunque di un tizio, interpretato dal regista stesso, che ammazza il tempo andando in giro per la città. Una pellicola di ricerca esistenziale, in cui il viaggio per il paese diventa il viaggio in una mente. Guardando al cinema europeo (Antonioni tra tutti), il regista cerca di raccontare un universo in cui è la mancanza di comunicazione a fare da padrone, quanto di più paradossale per un regista che farà delle chiacchiere tra gli individui la sua cifra stilistica più riconoscibile. E’ il primo tentativo per il cineasta di lavorare creativamente sul realismo della forma cinematografica, che qui lambisce territori sperimentali, dando allo spettatore grandi responsabilità nel rintracciare autonomamente il senso delle immagini tramite la visione e l’ascolto di sequenze dalla lunga durata, dove sembra non accadere nulla o quasi. In questo modo il lavoro di Linklater, strutturato per frammenti micro narrativi, si avvicina alle opere sperimentali di un regista come James Benning, che con il suo cinema contemplativo cerca di dare al paesaggio – nel caso di Linklater si tratta del paesaggio urbano del Texas –  una funzione temporale. Questo tentativo sarà la prima prova della vena sperimentale di Linklater, che proseguirà la sua esplorazione del rapporto tra spazio/tempo e tempo reale/tempo cinematografico lungo tutta la carriera, fino a creare opere come Tape, dove le unità aristoteliche vengono rispettate ed esplorate fino all’estremo, o il recente Boyhood, in cui l’evoluzione di una vita qualunque viene riprodotta fedelmente, grazie a riprese a intervalli regolari che seguono la crescita di un ragazzino. Come se il cerchio si chiudesse, l’opera d’esordio e l’ultimo film sembrano racchiudere al meglio la sua volontà d’inseguire la realtà imprigionandola dentro fotogrammi.

It’s Impossible to Learn to Plow by Reading Books

It’s impossibile to learn top low by reading books (1988)

La vena sperimentale del regista è poi racchiusa anche nella sua curiosità verso le nuove tecnologie, da qui la voglia d’abbracciare il digitale, come nel caso delle telecamerine mini Dv con Tape, oppure contaminare il video con la grafica, come negli esperimenti con la tecnica del rotoscoping utilizzata prima in Waking Life e poi in A Scanner Darkly. In opposizione a tutto questo c’è, invece, un lato di Linklater profondamente rispettoso della classicità, della tradizione e che lo ha portato a collaborare con Hollywood. Oltre alle necessità commerciali, queste puntate nell’industria però nascondono anche il desiderio di omaggiare passioni personali, più o meno nascoste, come il teatro, il rock e il baseball. Tre mondi differenti che trovano rispettivamente la propria celebrazione in Me and Orson Welles, School of Rock  e Bad News Bears. Onesti lavori artigianali che sono soprattutto valvole di sfogo per il regista, libero di realizzare lavori commerciali senza privarsi della propria personalità. Questa capacità di attraversare diversi generi cinematografici, insieme al desiderio di celebrare il cinema con il suo genere per eccellenza, ossia il western, trova il suo miglior esempio in un film, molto personale ma poco conosciuto, come Newton Boys. Una pellicola che compone, insieme a Bernie, un dittico intimamente connesso alla terra d’origine del regista: il Texas. Primo studio film ad alto budget per il regista, Newton Boys, si basa su una storia di tradizione orale che vede i fratelli Newton trasformarsi da onesti vaccari nella banda di rapinatori di banche più temuta nell’America degli anni ’20. Combinando western e gangster movie, Linklater, crea un film che non concede nulla alle attese del pubblico. Tutte le piste narrative, i climax che il regista veicola vengono interrotti oppure ribaltati: quando ci si attende violenza e sangue arriva comicità slapstick, quando si prevede un colpo di scena la narrazione procede rispettando la sua logica prosecuzione. Il regista non è interessato a solleticare le attese di un pubblico abituato alla narrazione hollywoodiana classica, quello che più gli preme è una ricostruzione storica, molto attenta ai dettagli della vita quotidiana, più labirintica della sua stereotipata immagine proposta nel presente. Insomma, ancora una volta, è la ricerca del realismo il motore del suo lavoro, come testimoniano gli ottimi titoli di testa fotografici e i folgoranti titoli di coda che condensano anni di interviste televisive ai veri fratelli Newton. Quest’afflato realista si combina poi agli elementi personali, infatti, lo stesso Linklater come il protagonista del film (un Matthew McConaughey nella sua miglior interpretazione pre rinascita attoriale) ha lavorato per le compagnie petrolifere texane, per poi abbandonare il lavoro. La storia di questo personaggio che fallisce nel suo lavoro per le compagnie petrolifere e si ricicla come rapinatore di banche, per poi cercare di tornare a giocare nello schema capitalistico proponendosi come gestore di un piccolo pozzo di petrolio, infruttuoso dato che tutto l’oro nero è succhiato dalle grosse compagnie, riassume in sé tutto il messaggio politico del film, situato nel passato ma che guarda al presente. Con il capitalismo, sembra dirci Linklater, non ci sono vincitori. L’atteggiamento critico del regista verso le strutture radicate nella società e nel pensiero, talvolta finisce per trasformarsi in gesti politici, come nel caso di Fast Food Nation. Una pellicola durissima verso la macchina capitalistica, che non fa sconti a nessuno, in cui il cineasta si allontana dai suoi soliti personaggi per concentrare lo sguardo verso chi ha poche possibilità di scelta nella propria vita. L’insoddisfazione dei giovani di Dazed and confused e la rabbia dei ragazzi di Suburbia ritornano qui cariche d’indignazione e slancio etico verso un paese che manda al macello la sua gioventù, non si cura degli immigrati e propina merda – nel senso letterale del temine – nelle bocche del popolo americano. Il regista, vegetariano dalla gioventù, parte dalla critica al sistema dell’industria dei fast-food per fare a pezzi le intere politiche degli USA, completando il disegno dell’incubo americano, in cui i cittadini si trovano a vivere ignari di gran parte di ciò che accade alle loro spalle, iniziato in A Scanner Darkly. L’interesse per la natura della verità, l’atteggiamento critico verso i dogmi e il desiderio di andare contro il dualismo che contrappone la mente al corpo confluiscono così in una meditazione sull’identità americana, incapace di riconoscere il fallimento come una parte della vita. Tematiche ricorrenti nel cinema del regista, che passa in maniera eclettica dal sistema produttivo indipendente a quello Hollywoodiano rimanendo sempre se stesso. Forse perché, come molti dei suoi personaggi, non sa ancora bene che fare nella vita,  ma sa che l’importante è continuare ad andare in giro e raccontare, raccontare, raccontare.

Rosario Sparti

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