In Sala
‘Happy Holidays’: tra pregiudizi e gabbie sociali, personaggi in cerca di libertà
Due società patriarcali raccontate attraverso la vita di due famiglie
Published
5 mesi agoon
Una ridda di personaggi, eventi, colpi di scena, sovrapposizioni spazio-temporali, rappresentano l’espediente narrativo attraverso cui il film Happy Holidays, del regista sceneggiatore e visual artist Scandar Copti, di origine palestinese (nato a Jaffa), esplora due società, due comunità, araba ed ebrea che, pur facendo di tutto per ribadire le loro differenze, anche nel privato, hanno però in comune una mentalità profondamente patriarcale, soprattutto nei confronti delle donne, le quali – nonostante l’apparente modernità israeliana ad esempio, che consente alle donne di abortire e di fare il servizio militare – non possono di fatto, in nessuna delle due culture, decidere il loro destino in piena libertà.
Happy Holidays, intervista a Scandar Copti
Amori, matrimoni, affari, debiti, incidenti, segreti più o meno rivelati, gravidanze scomode e pregiudizi ricorrenti da ambo le parti, creano false aspettative nelle vite di personaggi molto diversi fra loro, con madri e padri che aspirano ad unioni combinate e traffici poco limpidi per sistemare i rispettivi patrimoni, figlie e figli che cercano una maggior autenticità dalle gabbie imposte ma spesso senza riuscire ad esprimere realmente i loro veri desideri, per paura delle reazioni familiari, generando così incomprensioni, dubbi e attese improprie nei genitori e nei potenziali fidanzati.
Il titolo, come sottolinea lo stesso regista, è legato soprattutto alle feste tradizionali delle due comunità, che giocano un ruolo significativo nella tradizione e nella mentalità delle persone, oltre che nelle esperienze personali.
“Il titolo Happy Holidays – afferma Copti – è sia ironico che un riflesso dei temi del film. In Israele, le festività hanno un ruolo importante e spesso rafforzano il senso di trauma e di storiche persecuzioni. I Palestinesi in Israele sono anch’essi coinvolti e plasmati poiché queste festività scandiscono l’educazione, i media, i luoghi di lavoro. In arabo il titolo Yinad Aleykou ha un doppio significato: è il saluto che potrebbe tradursi con “cento di questi giorni”, tradizionalmente un invito a molti altri giorni felici, ma ha anche un significato letterale nel film e suggerisce che il “ciclo di oppressione” si ripete attraverso le generazioni.”
Distribuisce Fandango.
Happy Holidays: segreti e bugie
Le vicende del film si svolgono sullo sfondo di un Israele precedente agli eventi del 7 ottobre 2024, dove le tensioni fra arabi ed ebrei sono comunque già evidenti e minano la convivenza delle due comunità, nonché quella fra singoli individui. Ma oltre a questo c’è la pesante presenza di un patriarcato che impedisce alle donne (ed in parte anche agli uomini) di decidere chi amare e con chi sposarsi, se e con chi avere figli (specie in caso di partner sgraditi alle famiglie), come disporre del proprio corpo prima del matrimonio, se e con chi avere esperienze sessuali, arrivando a spingere e/o costringere giovani donne – con ogni mezzo a disposizione – ad abortire o a fare il servizio militare contro la loro volontà.
Società in cui tutti mentono e sono costretti a mantenere pesanti segreti, perché le persone crescono in contesti strutturati in questo senso: il film immerge lo spettatore nella complicata realtà di ciascun personaggio, uno dopo l’altro, e mostra come le loro esperienze e i loro modi di fare si dipanano attraverso narrative e rituali che ‘sostengono sia il contesto patriarcale che la militarizzazione della società’, spesso senza neppure rendersene conto.
“L’idea del film è nata da una conversazione che ho captato da adolescente – racconta il regista – una mia parente diceva a suo figlio ‘non lasciare mai che una donna ti dica cosa fare’ riferendosi chiaramente alla moglie del figlio. Questo paradosso era rivelatore di come profondamente radicati siano ancora i valori patriarcali e come essi spingano anche alcune donne a perpetrarli. Negli anni ho avuto modo di osservare lo stesso tipo di struttura tra le verità, reali o presunte, che i personaggi vivono in quel momento nella società israeliana. C’erano persone che conoscevo e non riuscivo a vederle come ‘cattive’: mi sono reso conto che erano ‘brave persone’ intrappolate in un sistema che forma la loro realtà attraverso precise interazioni sociali, norme culturali e di comunicazione. Le loro vite sono regolate da un sistema rigido di ricompensa e punizione, che plasma la loro percezione della realtà. Nel film io esamino questi meccanismi di costruzione del reale e il loro impatto sui valori individuali.”
Vite parallele per drammi intergenerazionali
Happy Holidays racconta la storia di quattro personaggi interconnessi, pur se di generazioni diverse, le cui vite si intrecciano e si confrontano: Rami, un palestinese di Haifa, arabo-israeliano, è innamorato della compagna ebrea Shirley, ma la gravidanza di lei rischia di diventare un grosso problema per le famiglie di entrambi, quando lei decide di cambiare idea sul programmato aborto.
Sua madre, Hanan, scopre che il marito ha grosse difficoltà finanziarie ma rifiuta di vendere la loro casa o di rinunciare ad un matrimonio di lusso per sua figlia: cercando di ottenere il consistente rimborso dall’assicurazione per l’incidente della figlia Frida, detta Fifi, scoprirà delle verità scomode sulla ragazza stessa.
Nel frattempo Miri – la sorella infermiera di Shirley – si confronta con la depressione di sua figlia adolescente e crede di aiutarla mettendola sotto pressione affinché si arruoli nell’esercito israeliano – mentre cerca di ‘risolvere’ la questione della scomoda gravidanza di sua sorella, incinta di Rami.
Infine la sorella ‘ribelle’ di Rami, figlia di Hanan, Fifi appunto – che conduce clandestinamente una vita parallela fuori dalle regole restrittive della famiglia, spesso va a ballare di nascosto ed aspira a una vita libera da ogni costrizione – è afflitta dai sensi di colpa perché nasconde un segreto che, se scoperto, rischierebbe di mettere a repentaglio la reputazione della sua famiglia e la nascente relazione sentimentale fra lei e il dottor Walid, un ottimo pretendente secondo sua madre.
Suscitare empatia ed emozioni verso un mondo pietrificato
Happy Holidays, distribuito nelle sale italiane da Fandango, è un film da non perdere, girato con grande abilità e ritmo nel passaggio da una situazione ad un’altra e nel disvelamento progressivo delle storie dei protagonisti, ben evidenzia sia l’approccio alla complessità di una situazione dove la convivenza è continuamente a rischio, sia i caratteri conservatrici e conflittuali della società, dove l’emancipazione femminile è una conquista da ottenere a caro prezzo, difficile ma non impossibile, come dimostra l’ultima magnifica scena in cui Fifì si allontana a testa alta lasciandosi alle spalle un mondo pietrificato.
Il film si è aggiudicato il Premio Orizzonti per la Miglior Sceneggiatura a Venezia 81.
Il regista, come già avvenuto nel film precedente, per ottenere una maggior naturalezza nella recitazione, ha voluto un cast di attori non professionisti, fra i quali spiccano: Manar Shehab, Wafaa Aoun, Merav Mamorsky, Toufic Danial, Kousi Orfahli, Eyal Boers, Anuar Jour.
‘Per mantenere un senso di autenticità, ho lavorato con non-attori – sottolinea Copti – usando il Singular Drama Method sviluppato durante la realizzazione del mio film precedente Ajami, con il proposito di suscitare empatia per ogni personaggio, anche quando compie azioni terribili. Questo metodo punta sul Paradox of Fiction, vale a dire la capacità umana di rispondere emozionalmente a personaggi ed eventi fittizi. Ho selezionato le persone da far recitare nel film, basandomi sulla loro somiglianza alle personalità, professioni e personaggi di cui avevo scritto. Ad esempio, un medico nel film è effettivamente un medico, o un’infermiera, un insegnante e così via. Questi non-attori hanno intrapreso un viaggio psicologico attraverso dei laboratori di Singular Drama che io ho condotto durante un intero anno, nel corso dei quali i partecipanti non si focalizzavano sul testo, sulla messa in scena, o sulla tecnica di recitazione ma esploravano il loro personaggio con le loro storie, immergendosi nel ruolo, costruendo relazioni attraverso esperienze nei luoghi dove effettivamente avremmo girato prima dell’inizio del film”.